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Libia, l'ex ministro Terzi: "Strada in salita, ma l'Italia deve tornare in prima linea"

Libia, l'ex ministro Terzi: "Strada in salita, ma l'Italia deve tornare in prima linea"
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AP Photo/Gregorio Borgia
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Il prepotente ingresso di Russia e Turchia sullo scenario libico ha reso ancora più evidenti le difficoltà della diplomazia italiana in un Paese da sempre strategico.

Relegato a un ruolo di secondo piano, il governo italiano sta provando a recupare, pur tra mille difficoltà, il terreno perso negli ultimi anni. Ne abbiamo parlato con Giulio Terzi, ministro degli Esteri del governo Monti dal novembre del 2011 al marzo del 2013.

"L'Italia ha un interesse nazionale alla stabilizzazione della Libia - dice Terzi - ha un interesse a collaborare con il popolo libico e a costruire delle istituzione credibili. È un percorso che si è sviluppato con grande fatica negli ultimi sette anni, cioè da quando all'inizio del 2012 si era avviato un procedimento di consolidamento costituzionale. Quel processo si è fermato per motivi che hanno a che fare con l'islam politico, all'impatto dei Fratelli Musulmani in Egitto e in Libia, specialmente nel gruppo di Tripoli che poi è rimasto come fondamento. E adesso siamo in una situazione in cui si lamenta da molte parti, a mio avviso giustamente, l'inattività del governo italiano".

"Per almeno 3-4 anni - continua l'ex titolare della Farnesina - il governo italiano è rimasto schierato dietro al paravento dell'Onu, credendo che potesse risolvere tutto e che il primo ministro nominato dalle Nazione Unite, Fayez al Sarraj, potesse essere riconosciuto anche dalla Cirenaica. Questo non è avvenuto e sono entrati in scena, in assenza di una Europa credibile, due protagonisti potenti come Russia e Turchia, che usano senza timori lo strumento militare a supporto di qualsiasi azione diplomatica. Putin è riuscito a ritagliarsi un ruolo di supremo arbitro di quello che sta avvenendo in Libia. Ha finanziato pesantemente Haftar inviando soldati del Gruppo Wagner e aiuti militari di ogni tipo".

E quindi cosa deve fare Roma per recuperare il terreno perduto in questi anni? "È essenziale che l'Italia riprenda l'iniziativa - dice Terzi -. Il governo finalmente si è reso conto che non si poteva continuare a rimanere alla finestra. È una strada in salita, nella quale dobbiamo collegarci in modo molto chiaro con Parigi, Londra e Berlino. È inutile continuare a dirci che l'Europa è inattiva in Libia: ormai sono i Paesi che hanno più interessi nei teatri di crisi che intervengono politicamente e attaverso l'intelligence per stabilizzarli. Per stabilizzare la Libia serve l'intervento di un quartetto composto da Roma, Parigi, Londra e Berlino".

Terzi assunse l'incarico di ministro degli Esteri poche settimane dopo l'uccisione di Gheddafi. Si è discusso a lungo della decisione dell'Italia di assecondare l'azione militare della Francia per rovesciare il regime.

Per l'ex ministro l'ondata della Primavera Araba avrebbe in ogni caso portato alla caduta di Gheddafi: "Non credo che ci fossere lo condizioni per salvare Gheddafi - sottolinea - il popolo libico era in gran parte contro il regime. Mi rendo conto che l'azione svolta dalla Francia all'inizio dei bombardamenti e l'incoraggiamento di Sarkozy alle forze della Cirenaica sono state cose completamente sbagliate, perché fatte dietro la schiena dell'Italia e degli altri alleati. Ma rivangare il passato è inutile, in tutti questi anni ho maturato il convincimento che la Libia può beneficiare di un percorso di stabilizzazione impresso dall'Europa, in particolare dai Paesi che ho indicato".

In Iran il ritorno degli Stati Uniti ad una politica di deterrenza ha colto Bruxelles impreparata. Per Terzi le difficoltà europee nella regione sono dovute ad una visione diametralmente opposta a quella degli Stati Uniti.

"Il più grande limite dell'Unione europea - dice Terzi - è non avere capito cos'è l'Iran teocratico e fascista di oggi. L'Iran è un'enorme minaccia alla sicurezza regionale regionale e globale. Lo è attraverso la proliferazione nucleare, perché non c'è dubbio che per molti anni è esistito - e probabilmente continua ad esistere - un programma nucleare segreto che non è stato fermato definitivamente come avrebbe dovuto dall'accordo del 2015".

"Un accordo - continua Terzi - dal quale gli Stati Uniti si sono ritirati a buona ragione sotto l'amministrazione Trump. Questo perché gli Usa hanno una lettura della pericolosità iraniana che è completamente diversa da quella dell'Iran. L'Europa vede nell'Iran un Paese riformista che si è evoluto con Rouhani, mentre l'amministrazione Trump lo considera - giustamente secondo me - un Paese violento, accentratore e autoritario, che non solo massacra il proprio popolo ma cerca anche di destabilizzare i Paesi vicini finché non riesce a dominarli, come sta accadendo in Iraq".

Con l'eliminazione di Qassem Soleimani gli Stati Uniti hanno voluto mandare un chiaro segnale a Teheran. "Soleimani era l'ideatore della politica di repressione e della guerra attraverso gli alleati sciiti in tutti i Paesi vicini all'Iran. Era convinto che gli Stati Uniti non avrebbero reagito neanche dopo il duplice attacco all'ambasciata americana e a quello contro la base militare di Kirkuk attraverso Hezbollah. C'era la convinzione che l'America fosse diventata, così come l'Europa, una sorte di ventre molle. Una convinzione nata dopo la mancata reazione in seguito all'abbattimento dei droni americani e al gravissimo attacco contro le infrastrutture petrolifere dell'Arabia Saudita. L'uccisione di Soleimani - conclude Terzi - è la prova che l'amministrazione americana non accetta più di subire colpi senza reagire, la deterrenza americana è stata ristabilita".

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