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Ong e migranti, lo stop alla Aita Mari evidenzia il cambio di rotta del governo spagnolo

Ong e migranti, lo stop alla Aita Mari evidenzia il cambio di rotta del governo spagnolo
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Foto: Javi Julio
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Con il blocco nel porto di Pasajes, nei pressi di San Sebastián/Donostia, dell'ex peschereccio Aita Mari, una nave riconvertita per consentire il soccorso in mare dei migranti, il governo del socialista Pedro Sánchez conferma di aver cambiato rotta nella politica sulle navi delle Ong impegnate nelle operazioni di salvataggio nel Mediterraneo.

Dipendente dal Ministero dello Sviluppo spagnolo, la Capitanía Marítima del porto di Pasajes ha negato venerdì scorso il permesso ufficiale per salpare alla volta del Mediterraneo centrale richiesto da Aita Mari. "La questione è ora nelle mani dei nostri avvocati", dice Iñigo Mijangos, presidente della Ong proprietaria della barca, Salvamento Marítimo Humanitario, SMH. "Faremo ricorso contro questa decisione".

L'Aita Mari era pronta a prendere il largo e aveva tutte le carte in regola, adempiendo a tutti i requisiti richiesti dal regolamento spagnolo.

Non è la prima volta, tuttavia, che l'esecutivo di Madrid "mette i bastoni tra le ruote" a questo peschereccio, riconvertito di recente in nave da soccorso. Qualche mese fa, tramite una raccolta firme SMH aveva denunciato i ritardi nell'arrivo di una ratifica senza la quale non sarebbe stata possibile l'uscita in mare. In quell'occasione, portavoce del Ministero dei Lavori Pubblici spagnolo adducevano la colpa ad un ritardo burocratico.

Nel frattempo, Aita Mari punta a chiedere quantomeno l'autorizzazione per poter salpare il prima possibile e raggiungere Palma o Tarragona circumnavigando la penisola spagnola. "Porti più vicini al Mediterraneo centrale", dicono a Euronews i responsabili dell'Ong. Una volta giunti a destinazione, Aita Mari e il suo equipaggio conta di attendere l'esito dell'appello in Tribunale.

"L'amministrazione ora ha tre mesi per risponderci, vedremo quanto tempo ci vorrà. Non vorrei avere la conferma che si tratta di ritardi provocati intenzionalmente", afferma Mijangos. "Questa risposta non ci ha sorpreso. Ce lo aspettavamo, soprattutto alla luce del caso Open Arms. Ma quando abbiamo ascoltato le ragioni legali contro quella risoluzione, avevamo un po' di speranza", si rammarica.

Volontari del Salvamento Maritimo - Javi Julio

Il rifiuto del Ministero dello Sviluppo spagnolo di far salpare per il Mediterraneo centrale Open Arms ha fatto esultare il vicepremier italiano, Matteo Salvini.

Se pochi giorni dopo l'insediamento del governo di Pedro Sanchez fu offerto un porto sicuro all'Aquarius con più di 630 persone a bordo - dopo che l'attracco fu negato sia da Malta che dall'Italia - le ultime decisioni di bloccare le operazioni sia di Open Arms che di Aita Mari indicano come ci sia stata una svolta nelle politiche migratorie del governo spagnolo. E non si tratta della sola.

Mentre nel 2015 ha presentato ricorso alla Corte Costituzionale contro una legge del Partito Popolare che permetteva i “respingimenti a caldo” a Ceuta e Melilla, definiti illegali dalla Corte Europea dei Diritti dell'Uomo, quando è arrivato al governo ha iniziato a difendere le espulsioni immediate dei migranti effettuate al momento in cui tentano di attraversare la frontiera (senza applicare le tutele della legislazione internazionale) con argomenti molto simili a quelli dell'ex presidente del governo, Mariano Rajoy. Ovvero: scoraggiare "l'effetto chiamata".

A questo si aggiunge il silenzio informativo delle reti di Salvataggio Marittimo, un ente pubblico dipendente del governo spagnolo che si dedica al salvataggio in mare. Dalla fine dell'anno, secondo le ONG e la Confederazione Nazionale dei Lavoratori, sindacato di maggioranza, non comunicano più sui social network le operazioni di salvataggio delle piccole imbarcazioni nello Stretto di Gibilterra o quelle raggiunte nel mare di Alboran (il tratto tra Marocco e Spagna).

"Non ci permettono di salvare delle vite"

"Non abbiamo tempo. Mentre noi siamo qui fermi, la gente annega. Non ci permettono di salvare delle vite umane", protesta Iñigo Gutierrez, vice presidente dell'SMH.

Secondo i dati dell'UNHCR, nel 2018 sono stati recuperati nel Mediterraneo 2.262 cadaveri. Tuttavia, l'agenzia delle Nazioni Unite non ha dati sul numero dei migranti scomparsi.

"Se in questo documento che ci permette di navigare riconoscono che è necessario un aiuto nel Mediterrano centrale, se non vogliono fare salpare l'Aita Mari che vada almeno una nave della Marina o del Salvamento Maritimo", conclude Mijangos. "Quando si verificano terremoti o tsunami in luoghi lontani, lo Stato mostra la sua solidarietà e dispiega tutti i mezzi a sua disposizione per andare in soccorso di quei Paesi. Vorremmo che smettessero di crearci ostacoli, sarebbe la stessa cosa".

Foto: Javi Julio