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Con il nuovo Africa Museum il Belgio fa autocritica

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Considerato per molto tempo l’ultimo museo coloniale al mondo, l’Africa Museum del Belgio riapre questo fine settimana dopo oltre dieci anni di ristrutturazione dell’edificio e di revisione del suo approccio alla storia.

“L’africano selvaggio, nudo o quasi nudo, seduto lì, tipica immagine propagandistica dell’Africa: è così che il continente africano veniva presentato ai belgi all’inizio del Novecento”, dice il direttore operativo Bruno Verbergt.

Una sfida di rilievo per il museo, che ha dovuto contestualizzare la storia di sfruttamento coloniale da parte del Belgio nello stesso edificio che l'aveva glorificata. “Ora - spiega il direttore Guido Gryseels - diciamo molto chiaramente che dal punto di vista morale prendiamo le distanze dal colonialismo come sistema, non ammettiamo che il colonialismo sia un sistema accettabile oggi, è immorale”.

La statua di un artista congolese occupa un posto di rilievo nel nuovo spazio espositivo. Quando Aimé Mpane si trasferì a Bruxelles, per far conoscere il suo popolo ai figli li portò all'Africa Museum. "Volevo mostrar loro la nostra cultura, mostrare tutti i punti positivi della cultura congolese", dice.

Non basterà un museo, però, per riscattare i peccati dell'antica potenza coloniale. C'è ancora molto lavoro da fare, secondo gli attivisti, come Jean-Pierre Laus, che lamenta: "In Belgio non c'è una città o un villaggio dove non si trovi il nome di una via, un monumento o una targa che onori un colonialista. Sono dappertutto"

Questo storico si è battuto ha contribuito alla posa di una delle prime targhe a una statua di Re Leopoldo che ne abbandonano la glorificazione. "Il commercio della gomma e dell'avorio - si legge -, in gran parte controllato dal re, impose un pesante tributo alle vite dei congolesi".