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Violenza, voto giovane e risentimento: le chiavi per capire le elezioni messicane

Violenza, voto giovane e risentimento: le chiavi per capire le elezioni messicane

Violenza, voto giovane e risentimento: le chiavi per capire le elezioni messicane

I messicani sono chiamati alle urne domenica 1 luglio per eleggere il nuovo presidente che subentrerà a Enrique Peña Nieto nei prossimi sei anni. Il clima politico è molto complesso e segnato fatalmente dalla violenza che ha raggiunto picchi senza precedenti.

Nel solo 2017 si sono registrati più di 26.000 omicidi in tutto il Messico - la cifra più alta da quando sono iniziati i moderni monitoraggi, secondo dati del Governo - e il 2018 sembra che farà segnare un record ancora peggiore. La politica e il processo elettorale non sfugge alla scia di sangue: più di 122 candidati sono infatti stati assassinati.

D'altro canto, il paese si trova in una situazione elettorale senza precedenti. Tutti i partiti hanno formato alleanze, quindi nessuna delle forze politiche correrà da sola alle elezioni. Vediamo di capire quali sono le varie proposte ma, soprattutto, la posta in palio.

Pupazzi che raffigurano i candidati alle presidenziali a Ciudad Juarez. REUTERS/Jose Luis Gonzalez

Chi sono i principali candidati?

Si tratta di una corsa a tre che vede protagoniste grandi alleanze formatesi per la tornata elettorale con l'obiettivo di ridurre gli "alti livelli di astensionismo" e "mitigare il discredito e la perdita di elettori verificatasi negli ultimi anni", spiega a euronews Carlos Castillo, analista e politologo messicano.

Andrés Manuel López Obrador

Andres Manuel Lopez Obrador di MORENA . REUTERS/Gustavo Graf/

"Insieme faremo la storia" (Juntos Haremos Historia) è l'alleanza di sinistra che è avanti nei sondaggi, dai 10 ai 15 punti in più rispetto ai diretti avversari. È guidata da Andrés Manuel López Obrado conosciuto con l'acronimo di AMLO. La compongono il Movimiento de Regeneración Nacional (Morena), Partido del Trabajo (PT) e Encuentro Social (PES).

Questa diversità fa sì che la base elettorale sia molto diversificata. "Una strategia che sembra aver funzionato", spiega Castillo.

López Obrador è da anni la spina nel fianco delle élite messicane che lo accusano di essere un demagogo populista, con proposte pericolose per il paese. Il candidato di sinistra ha aspramente criticato quella che definisce una "minoranza rapace": uomini d'affari che, con lui al potere, dovrebbero "smettere di rubare". "Poniamo fine alla corruzione. Metteremo fine ai privilegi", ripete come un mantra durante i suoi comizi.

Tuttavia, nel periodo precedente alle elezioni, ha ammorbidito i suoi toni per attrarre nuovi simpatizzanti. "Se n'è uscito con un tono conciliante, da "non metterò in prigione nessuno", "sarà tutto molto tranquillo" e "non litigheremo con nessuno". Questo ha suscitato, tra le altre cose, molta simpatia nei suoi confronti", ritiene Castillo.

López Obrador si presenta come candidato di rinnovamento in opposizione alla classe politica tradizionale ma non è certo un nuovo arrivato. "Corre per la sua terza elezione presidenziale. Questa insistenza gli ha permesso di rimanere a capo dei due partiti di sinistra più importanti", ha detto il giornalista Jovel Eduardo Álvarez Solís a euronews.

"Molte persone sono pronte a concedergli il beneficio del dubbio", secondo Castillo.

José Antonio Meade

Reuters/Gustavo Graf

Meade è il candidato ufficiale della coalizione di centro-destra "Tutti per il Messico", composta dal Partito Rivoluzionario Istituzionale (PRI) al potere, dal Partito Ecologista Verde del Messico (PVEM) e dalla Nuova Alleanza (PANAL).

"Tecnicamente è il più solido dei candidati", spiega Castillo. Tuttavia, il fatto che egli abbia ricoperto diverse posizioni di responsabilità durante il mandato di Peña Nieto ha contribuito ad offuscarne l'immagine per cui al momento è ultimo nei sondaggi. "Il grande problema è che si sta portando sulle spalle l'enorme peso della corruzione che ha contraddistinto l'attuale governo, estremamente cinica e visibile", ritiene l'analista.

Ricardo Anaya

REUTERS/Alexandre Meneghini

Anaya, secondo nei sondaggi, è il candidato della coalizione di centro "Fronte per il Messico" (Por México al Frente), composta dai partiti Rivoluzione Democratica (PRD), Movimento Cittadino (MC) e Partito per l'Azione Nazionale (PAN). A soli 40 anni, Anaya ha una lunga carriera politica come vicepresidente e presidente del PAN, socio di maggioranza dell'alleanza.

Quali le sfide per il prossimo governo messicano?

Violenza, corruzione e l'ingombrante vicino, il Presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, sono alcune delle sfide che il nuovo esecutivo messicano si troverà ad affrontare.

Lotta contro la corruzione e l'impunità

I casi di corruzione e di conflitto di interesse hanno offuscato l'immagine dell'amministrazione Peña Nieto. Tra essi spicca lo scandalo della "Casa Bianca", il palazzo da 7 milioni di dollari (circa 6 milioni di euro) acquistato dalla moglie a una società appaltatrice di lavori pubblici mentre era governatore dello Stato del Messico tra il 2005 e il 2011.

Anche il caso Odebrecht ha toccato il cerchio di fedelissimi vicino al presidente messicano, in particolare Emilio Lozoya, ex direttore di Petróleos Mexicanos (Pemex), indicato da ex direttori dell'impresa brasiliana di costruzioni come punto terminale di un sistema di tangenti.

Inoltre, 17 ex governatori messicani sono stati accusati di corruzione, appropriazione indebita o attività connesse al traffico di droga. La maggior parte di loro appartiene al partito al potere.

Con la corruzione diffusa ai massimi livelli politici, l'impunità sembra essere la norma. Solo il 5% dei messicani ritiene che i criminali siano sempre condannati per le loro azioni, secondo l'Índice Mexicano de Paz 2017. Casi irrisolti come quello Ayotzinapa nel 2014, quando scomparvero 43 studenti, giustificano questa diffidenza.

Scena del crimine ad Acapulco, Messico, dopo l'omicidio di un capo della polizia locale. 15 giugno, REUTERS/Javier Verdin

Secondo Castillo, l'impunità dovrebbe essere uno dei temi centrali che il prossimo governo dovrà affrontare: "Sta consumando l'intera classe politica, senza distinzione di partito".

Lotta contro la violenza

Ogni giorno in Messico muoiono uccise più di 90 persone. Etellekt, una società di consulenza per l'analisi dei rischi e la gestione delle crisi con sede a Città del Messico, afferma che la violenza è aumentata del 385% rispetto al processo elettorale del 2015.

Un esempio della portata del problema è quanto accaduto a Ocampo, nello Stato di Michoacán, il 24 giugno, quando le autorità federali hanno arrestato tutti i funzionari comunali incaricati dell'applicazione della legge, sospettati dell'omicidio di Fernando Ángeles Juárez, candidato sindaco.

La bara di Juana Irais Maldonado, candidata per il Partito Verde nel distretto di Huauchinango, uccisa assieme a Erika Cazares, consigliera municipale. REUTERS/Imelda Medina

Degli oltre cento politici ammazzati durante quest'anno elettorale, la maggioranza è locale. I gruppi di trafficanti di droga minacciano i candidati che disconoscono i patti. "In queste elezioni, stanno anche difendendo il loro territorio, il loro potere, e continuano a mantenere questi voti di impunità al fine di realizzare attività illecite", continua Castillo.

I gruppi criminali fanno intimidazione anche contro gli elettori stessi che temono di sostenere alcuni candidati.

La crescente violenza generalizzata è il fardello più pesante lasciato in eredità dai sei anni di governo Peña Nieto. Ma, secondo Castillo, nessun candidato ha proposto una soluzione reale contro il regno dei narcos. "C'è chi dice: 'Bisogna amnistiarli', e chi dice: 'Bisogna combatterli', ma nessuno dice come.

Revisione del sistema politico e del funzionamento interno dei partiti

Il sistema elettorale maggioritario è un'altra questione sul tavolo. "In Messico, non essendoci un secondo turno, si stanno facendo alleanze", spiega Castillo, per il quale questa situazione limita i messicani "a votare per il meno peggio e non per chi realmente si vuole".

Il problema, a suo parere, non esiste solo in assenza di un secondo turno ma anche per la mancanza di processi democratici all'interno delle forze politiche stesse. "Tutti i partiti hanno statuti su come eleggere i loro candidati ma nessuno li rispetta, non ci sono meccanismi di controllo interni o esterni".

Il muro di Trump

Tutti i candidati sono d'accordo nel mostrare una posizione di netto rifiuto nei confronti delle politiche migratorie e commerciali del presidente degli Stati Uniti.

Proteste contro il muro a Santa Teresa viste dal lato messicano di San Jeronimo, nei pressi di Ciudad Juarez REUTERS/Jose Luis Gonzalez

"Trump dovrà imparare a rispettarci", dice López Obrador, che si è impegnato a rafforzare l'economia messicana come meccanismo per fermare l'emigrazione. "È insultante e inaccettabile che il governo degli Stati Uniti minacci di far pagare al Messico il muro, ma soprattutto è ridicolo", difende Anaya.

"Ogni volta che insulta noi, i nostri migranti, le loro vite e la loro dignità sono a rischio", aggiunge Meade. "Nel mio governo non permetteremo alcun accordo che non sia basato sul rispetto".

La mancanza di fermezza contro Trump è uno degli atteggiamenti più criticati dell'amministrazione Peña Nieto.

Costruzione del muro alla frontiera, New Mexico, Sunland Park

Quali circostanze possono influenzare il voto?

Il peso del voto dei giovani, l'ombra del Chavismo e la paura di brogli elettorali sono alcuni degli aspetti che potrebbero influenzare il voto dei messicani.

L'importanza dell'elettorato "millennial"

Domenica, circa 15 milioni di persone di età compresa tra i 18 e i 23 anni voteranno per la prima volta. Sono 40 milioni gli elettori in tutti i collegi che appartengono alla cosiddetta generazione dei millennials, che comprende i nati tra il 1981 e il 1996. Si tratta del 40 per cento dell'elettorato complessivo.

"Uno delle più grandi sfide per i quattro candidati è stata quella di raggiungere gli elettori che non hanno avuto una presenza così significativa fino ad ora", spiega a Jovel. Eduardo Álvarez Solís

Álvarez sottolinea che le problematiche che più preoccupano i giovani siano la violenza e la corruzione, "dopo due governi che insieme hanno superato i 200mila morti a causa delle violenze della criminalità organizzata".

Il voto 'millenario', dice, premierà chi saprà offrire un'alternativa 'concreta e originale' a questa situazione.

Brogli elettorali

Il sospetto di un risultato negativo per il PRI al potere, e il vantaggio nei sondaggi di López Obrador, hanno sollevato lo spettro di potenziali frodi elettorali. López Obrador pensa ancora che le sue sconfitte alle elezioni presidenziali del 2006 e del 2012 siano state dovute a brogli. "Se ci saranno frodi elettorali, vedremo chi sarà in grado di domare la tigre", ha detto. Dove "tigre" è una metafora per il popolo arrabbiato.

Da 30 anni il Messico lotta contro i sospetti di frodi ad ogni tornata elettorale, senza tenere in conto del costo economico dell'intera macchina. L'attuale processo elettorale ha un budget di 28.022 milioni di pesos (circa 1.197,15 milioni di euro) destinati al'Istituto Nazionale Elettorale (INE), il che significa un costo di circa 257 pesos (quasi 11 euro) per ogni persona iscritta nelle liste nominali degli elettori.

REUTERS/Jose Luis Gonzalez

Tra le misure prese dall'INE ci sono: una scheda infalsificabile e un processo per selezionare ben 1,4 milioni di cittadini responsabili dei seggi elettorali e del conteggio delle schede.

Tuttavia, secondo gli analisti consultati da Bloomberg, le possibilità di un ciberattacco durante le elezioni è reale: il sistema elettorale messicano è "più vulnerabile di quello delle banche".

Castillo, da parte sua, ritiene che la macchina elettorale "funzioni molto bene", ma non esclude alleanze tra alcuni settori dell'élite messicana "per fermare la popolarità di alcuni dei candidati".

Il fattore Venezuela

L'ombra della crisi in Venezuela aleggia sulla figura di López Obrador, come già successo nelle ultime elezioni colombiane per il candidato della sinistra. Castillo conferma che alcuni detrattori di López Obrador confrontano le sue proposte con le politiche che Chávez sosteneva all'epoca, ma che questo discorso potrebbe non influire dato che i suoi oppositori politici non si sono ancora pronunciati in merito.

Miraflores Palace/Handout Reuters

Il giornalista Álvarez Solís concorda sul fatto che la stanchezza verso la classe politica tradizionale pesi più della minaccia del "castro-cavismo".

"Durante l'amministrazione dell'attuale presidente, gli scandali di corruzione hanno minato la credibilità del partito di governo e la violenza ha già superato i già alti livelli toccati con il suo predecessore. La scelta è di continuare il lungo il percorso attuale, tornare alla formula precedente o optare per un cambiamento di direzione", dice.

"A questa domanda, Andrés Manuel (López Obrador) risponde con certezza: assicura che questo è il cambiamento di cui il Messico ha bisogno, nonostante i dubbi sull'ipotesi di avere un governo di sinistra in un altro paese dell'America Latina".