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Irlanda: da Tigre Celtica a terra di migranti

Irlanda: da Tigre Celtica a terra di migranti
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L’Irlanda è il primo paese della zona euro a entrare ufficialmente in recessione nel settembre del 2008, in seguito allo scoppio della bolla immobiliare. Non ci era più abituata, la Tigre Celtica, che ancora nel 2007 aveva registrato una crescita al 6 per cento, un miracolo per quello che solo trent’anni prima era un povero paese agricolo. Qui il reddito pro capite ha superato quello di Germania e Regno Unito, e il salario minimo sfiora i 1.500 euro al mese.

Un miracolo ottenuto grazie alla “corporate tax”, l’imposta sulle imprese mantenuta volutamente bassa, al 12,5 per cento, per attirare investimenti e multinazionali. La tassa ha prodotto ancora 3,9 miliardi di euro nel 2009 e se ne prevedono 3,1 per il 2010, un decimo delle entrate statali.

Un pilastro dell’economia irlandese che però potrebbe crollare. La colpa: la crisi delle banche, che lo Stato si è visto costretto a salvare, a fine 2008, nazionalizzando fra l’altro l’Anglo Irish Bank. Il tutto per un costo di 50 miliardi di euro, che ha fatto impennare il deficit di bilancio, portandolo al 32 per cento del prodotto interno lordo. Il governo si è visto allora costretto a stringere la cinghia, in particolare con la finanziaria votata nel dicembre dell’anno scorso.

Con i tagli ai salari del pubblico impiego, fra il 5 e il 15 per cento, viene risparmiato un miliardo di euro. Con la riduzione del 4 per cento del sussidio di disoccupazione si recuperano altri 660 milioni.

Ma la macchina economica è inceppata, e con un tasso di disoccupazione al 14 per cento, gli irlandesi cominciano a pensare seriamente di andare a trovar lavoro all’estero.

Come Gerry Kitterick, muratore: “Io ho preso in considerazione l’emigrazione, penso in Australia, o in Canada, dove ci sono più opportunità, c‘è più lavoro, e forse andrà meglio sul lungo periodo”.

Non sfuggono alle difficoltà i lavoratori più qualificati, come Sophia Millington-Ward, ricercatrice dell’Università di Dublino: “Direi che circa il 40 per cento delle persone nel mio campo – la ricerca genetica – è costretto a lottare, a cercare altrove e a trasferirsi”.

Si stima che 5 mila persone lascino l’Irlanda ogni mese per andare a lavorare altrove. Una maledizione, quella dell’emigrazione di massa, che la patria di James Joyce si era illusa di essersi lasciata alle spalle.

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