I rifugiati afgani sono il gruppo più numeroso bisognoso di reinsediamento, seguiti da persone dal Sud Sudan, dal Sudan, dalla Siria e da profughi Rohingya del Myanmar che vivono in enormi campi in Bangladesh
L'Organizzazione delle Nazioni Unite ha lanciato un nuovo allarme sulla situazione globale dei rifugiati. Secondo l'ultimo rapporto dell'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR), quasi 2,4 milioni di persone avranno bisogno di essere reinsediate nel corso del prossimo anno, in un contesto segnato dalla riduzione delle quote di accoglienza da parte di numerosi Paesi.
L'UNHCR ha evidenziato come le opportunità di reinsediamento siano oggi gravemente insufficienti per migliaia di persone che non possono fare ritorno nel proprio Paese d'origine e che continuano a vivere in condizioni di rischio anche negli Stati che hanno concesso loro asilo.
"Ampliare il reinsediamento è urgente e possibile", ha dichiarato Jackie Keegan, responsabile del servizio UNHCR per le soluzioni durevoli e il supporto alla protezione sul campo, durante un incontro con la stampa a Ginevra. Secondo Keegan, quote più elevate, il coinvolgimento di un numero maggiore di Stati e procedure più rapide potrebbero consentire a questo strumento salvavita di raggiungere un numero superiore di persone vulnerabili.
Nel rapporto annuale sui fabbisogni globali di reinsediamento, l'agenzia ONU stima che nel 2027 circa 2,37 milioni di rifugiati, provenienti da 43 Paesi e attualmente ospitati in 76 nazioni, avranno bisogno di essere trasferiti in un altro Stato.
Gli afgani rappresentano il gruppo più numeroso tra coloro che necessitano di reinsediamento. Seguono i rifugiati provenienti da Sud Sudan, Sudan, Siria e la popolazione rohingya fuggita dal Myanmar e ospitata nei grandi campi profughi del Bangladesh.
Nonostante il dato sia inferiore del 6% rispetto alle stime pubblicate lo scorso anno, l'UNHCR sottolinea che il fabbisogno resta estremamente elevato. Il calo è attribuito in parte al ritorno di alcuni rifugiati afgani dall'Iran e dal Pakistan, spesso in condizioni difficili, e ai cambiamenti politici avvenuti in Siria dopo la destituzione dell'ex presidente Bashar al-Assad nel dicembre 2024, che hanno favorito alcuni rientri volontari.
Particolarmente preoccupante è invece il drastico calo dei reinsediamenti effettivamente realizzati. Nei primi mesi del 2025 soltanto circa 37.000 rifugiati sono stati trasferiti in un nuovo Paese attraverso i programmi sostenuti dall'UNHCR, contro i 116.000 registrati nel 2024.
Una delle principali ragioni di questa contrazione è rappresentata dalla riduzione degli ingressi negli Stati Uniti, storicamente il principale Paese di reinsediamento a livello mondiale. Dopo il ritorno del presidente Donald Trump alla Casa Bianca, le politiche di accoglienza dei rifugiati sono state fortemente ridimensionate.
Tuttavia, secondo l'UNHCR, la flessione non riguarda esclusivamente gli Stati Uniti. Anche altri Paesi con una lunga tradizione di reinsediamento hanno ridotto o sospeso le proprie quote di accoglienza, contribuendo ad ampliare il divario tra bisogni umanitari e posti effettivamente disponibili.
Per questo motivo l'agenzia delle Nazioni Unite invita la comunità internazionale a riaffermare il proprio impegno nella protezione dei rifugiati e nella ricerca di soluzioni durature, sottolineando che il reinsediamento continua a rappresentare uno strumento fondamentale per salvare vite e offrire nuove prospettive a milioni di persone costrette a fuggire da guerre, persecuzioni e crisi umanitarie.