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Petrolio in calo: le nuove speranze di negoziati di pace spingono le Borse

Un operatore valutario reagisce davanti a uno schermo con i prezzi internazionali del petrolio nella sala cambi della sede di Hana Bank a Seul, Corea del Sud. 15 aprile 2026
Un trader valutario reagisce davanti a uno schermo con il prezzo internazionale del petrolio nella sala cambi della sede di Hana Bank a Seul, Corea del Sud. 15 aprile 2026 Diritti d'autore  AP Photo/Ahn Young-joon
Diritti d'autore AP Photo/Ahn Young-joon
Di Doloresz Katanich Agenzie: AP
Pubblicato il Ultimo aggiornamento
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Le Borse sono salite nelle prime contrattazioni di mercoledì, seguendo il rally a Wall Street favorito dal calo del petrolio e dalle speranze di colloqui tra Stati Uniti e Iran.

Le Borse europee sono rimaste per lo più stabili mercoledì, mentre gli investitori valutavano i segnali provenienti da Washington secondo cui una svolta diplomatica nella guerra con l'Iran potrebbe essere imminente.

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Lo Stoxx 600 paneuropeo ha ceduto lo 0,1%, il Dax di Francoforte è salito dello 0,11% e il FTSE 100 di Londra ha guadagnato lo 0,11%. Il CAC 40 di Parigi è arretrato un po' di più, dello 0,65%.

Il presidente statunitense Donald Trump ha dichiarato che nuovi colloqui tra Washington e Teheran «potrebbero tenersi nei prossimi due giorni» a Islamabad, lasciando intravedere una possibile svolta diplomatica. Ha aggiunto che la guerra è «molto vicina alla fine», nonostante permangano incertezze su diversi nodi centrali del negoziato.

Le Borse asiatiche hanno chiuso in rialzo nel complesso.

A Tokyo il Nikkei 225 ha guadagnato lo 0,5%, il Kospi di Seul è balzato del 3,0% e l'Hang Seng di Hong Kong è salito dello 0,7%.

L'indice composito di Shanghai è avanzato dello 0,2%, mentre l'S&P/ASX 200 australiano è rimasto quasi invariato, in progresso di meno dello 0,1%.

A Wall Street l'S&P 500 ha messo a segno un ulteriore +1,2% dopo i rialzi della vigilia. L'indice, punto di riferimento per molti piani pensionistici 401(k), è ora solo lo 0,2% sotto il record toccato a gennaio.

Il Dow Jones Industrial Average è salito di 317 punti, pari allo 0,7%, mentre il Nasdaq Composite è avanzato del 2%.

Mercoledì il WTI, riferimento per il greggio statunitense, è salito di 1 cent a 91,29 dollari al barile.

Il Brent ha guadagnato 48 centesimi a 95,27 dollari, meno dell'1%, dopo il calo del 4,6% della seduta precedente. Il prezzo resta comunque sopra i circa 70 dollari di fine febbraio, prima dell'inizio della guerra, ma è ancora lontano dal picco di 119 dollari.

Prezzi del petrolio più bassi aiutano a ridurre i costi per le imprese in tutta l'economia. Alcuni analisti ricordano però che la guerra è ancora in corso e avvertono che l'ottimismo potrebbe rivelarsi prematuro.

«Il calo, controintuitivo, del greggio sembra alimentato dalle crescenti speranze che un secondo round di colloqui di pace tra Washington e Teheran possa concretizzarsi a breve, dopo che il primo tentativo si è arenato», ha commentato Tim Waterer, chief market analyst di KCM Trade.

«Gli operatori stanno chiaramente scegliendo di prezzare la possibilità di una de-escalation più che la realtà immediata di flussi ancora limitati», ha aggiunto.

I Paesi asiatici dipendono dall'accesso allo stretto di Hormuz, uno stretto braccio di mare che costituisce la principale via di transito del greggio del Golfo Persico verso i clienti di tutto il mondo. Le interruzioni in quell'area hanno ridotto l'offerta sul mercato globale, spingendo i prezzi al rialzo.

Secondo il Fondo monetario internazionale, l'inflazione globale quest'anno è destinata ad accelerare al 4,4% dal 4,1% previsto per il 2025. In precedenza l'istituzione stimava un rallentamento al 3,8%.

Il Fmi ha inoltre rivisto al ribasso la previsione di crescita dell'economia mondiale al 3,1% per quest'anno, dal 3,3% stimato a gennaio.

Nel complesso l'S&P 500 è salito di 81,14 punti a 6.967,38. Il Dow Jones Industrial Average ha guadagnato 317,74 punti, a 48.535,99, mentre il Nasdaq Composite è avanzato di 455,35 punti a 23.639,08.

Sul mercato obbligazionario, i rendimenti dei Treasury sono scesi grazie al calo del petrolio, che attenua le pressioni inflazionistiche. Il tasso sul decennale americano è arretrato al 4,25% dal 4,30% di fine seduta di lunedì.

Sul fronte valutario, il dollaro è salito a 159,03 yen giapponesi da 158,79. L'euro è sceso a 1,1780 dollari da 1,1797.

Martedì i listini statunitensi sono saliti fino a sfiorare nuovi massimi storici, mentre i prezzi del petrolio hanno rallentato, sulla scia delle speranze di una ripresa dei colloqui tra Washington e Teheran per porre fine alla guerra.

L'S&P 500 è salito dell'1,2% e ora si trova solo lo 0,2% sotto il picco di gennaio. Il Dow Jones Industrial Average ha guadagnato lo 0,7%, mentre il Nasdaq Composite è balzato del 2%, in linea con i rialzi sui mercati globali.

Gli investitori scommettono che una rinnovata diplomazia possa evitare un prolungato aumento dei prezzi del petrolio e dell'inflazione, consentendo di riportare l'attenzione sui risultati societari.

Il Brent con consegna a giugno è sceso del 4,6% a 94,79 dollari, in calo rispetto ai massimi recenti ma ancora sopra i livelli precedenti alla guerra.

La volatilità resta comunque elevata e i mercati restano molto sensibili agli sviluppi nello stretto di Hormuz, snodo cruciale per l'approvvigionamento mondiale di petrolio.

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