Il Pentagono ha aggiunto 188 aziende cinesi alla sua lista nera militare, la più ampia estensione di sempre, colpendo marchi molto noti anche oltre il settore della difesa.
Il Pentagono ha aggiunto Alibaba, BYD e Baidu all’elenco delle società militari cinesi, escludendole dagli appalti della difesa statunitense. È considerata un’estensione significativa di una classificazione che ormai coinvolge a fondo il settore tecnologico civile cinese.
L’elenco, aggiornato e pubblicato lunedì, è salito a 188 entità cinesi, rispetto alle 134 dello scorso anno.
Vi figurano ora importanti aziende private, finora non associate in modo diretto alla difesa o alla sicurezza, a conferma della crescente diffidenza di Washington verso la strategia di Pechino di attingere alle imprese civili per scopi militari.
Creato nel 2021 su mandato del Congresso, l’elenco individua le società che, secondo il Pentagono, hanno legami con l’esercito cinese. Non comprende solo le imprese direttamente controllate dalle forze armate e di sicurezza, ma anche quelle che contribuiscono alla base industriale della difesa del Paese.
Aggiornando la lista lo scorso anno, il Pentagono aveva affermato che l’esercito cinese cerca di acquisire tecnologie avanzate e competenze sviluppate da aziende, università e programmi di ricerca cinesi che «sembrano essere entità civili».
Cosa comporta essere inseriti nella lista?
Una società inclusa nell’elenco può continuare a operare negli Stati Uniti, ma rischia danni di immagine ed è esposta a ulteriori restrizioni. La lista già comprendeva aziende come DJI, uno dei principali produttori di droni per il consumo civile.
Dopo la pubblicazione dell’aggiornamento, la Commissione speciale della Camera sul Partito comunista cinese ha definito la lista «un avvertimento per le imprese americane, tutti i livelli di governo e il popolo americano».
Secondo la Commissione, le società presenti nell’elenco e quotate nelle borse statunitensi dovrebbero essere revocate dalla quotazione e nessuna impresa americana dovrebbe avere rapporti commerciali con i soggetti indicati, «altrimenti contribuisce all’ascesa militare della Cina».
Perché Alibaba, BYD e Baidu?
Nell’inserire Alibaba, il Pentagono ha affermato che il colosso tecnologico contribuisce a rafforzare la base industriale della difesa cinese grazie alla sua affiliazione con il Ministero dell’Industria e delle Tecnologie dell’Informazione. Alibaba è quotata alla Borsa di New York.
Il Pentagono ha spiegato che BYD e Baidu sono affiliate allo stesso ministero, che supervisiona le politiche tecnologiche e industriali della Cina.
Alibaba e Baidu hanno respinto le accuse. «Alibaba non è un’azienda militare cinese né fa parte di alcuna strategia di fusione tra settore civile e militare», ha dichiarato in una nota il gruppo dell’e‑commerce.
Baidu, che ha investito nell’intelligenza artificiale e nei taxi a guida autonoma, ha definito «del tutto infondata» l’idea che si tratti di un’azienda militare.
A gennaio il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha dichiarato che accoglierebbe favorevolmente case automobilistiche cinesi come BYD se costruissero stabilimenti nel Paese e assumessero lavoratori americani. Diversi parlamentari hanno però annunciato l’intenzione di chiedere un divieto per i veicoli elettrici cinesi.
Robot danzanti e furia diplomatica
Tra le altre nuove voci figura la società di robotica cinese Unitree, i cui robot danzanti hanno impressionato Simon Cowell nel programma America’s Got Talent della NBC.
Secondo il Pentagono, l’azienda «ha ricevuto consapevolmente assistenza» dal governo cinese grazie alla sua designazione come piccola o media impresa altamente innovativa, competitiva a livello globale e ritenuta cruciale per la catena di approvvigionamento del Paese.
Pechino ha reagito con durezza. L’ambasciata cinese ha accusato gli Stati Uniti di «estendere eccessivamente il concetto di sicurezza nazionale e stilare liste discriminatorie per colpire le aziende cinesi», aggiungendo che le imprese del Paese rispettano le leggi e i regolamenti dei Paesi in cui operano.
«Gli Stati Uniti devono smettere con queste pratiche sbagliate e creare un ambiente equo, giusto e non discriminatorio per le aziende cinesi», ha affermato l’ambasciata.