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Dai floppy all’eternità: nuova tecnologia in vetro per conservare i dati per millenni

Centro dati (data center)
Centro dati Diritti d'autore  Canva
Diritti d'autore Canva
Di Pascale Davies
Pubblicato il
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Scoperta rivoluzionaria sui dati: gli scienziati hanno trovato il modo di conservare le informazioni chiave dell’umanità in un piccolo pezzo di vetro. Potrebbero durare più della nostra civiltà.

Da floppy disk a chiavette USB, proteggere dati storici o personali importanti è una sfida tecnologica costante.

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Ma gli scienziati hanno individuato (fonte in inglese)una nuova soluzione di archiviazione che potrebbe durare oltre 10.000 anni: la scrittura laser nel vetro.

Nonostante l'entusiasmo per i data center e il cloud, queste tecnologie si basano ancora su dischi rigidi e nastri magnetici, che hanno una durata limitata e devono essere sostituiti. Il processo richiede che i dati vengano copiati su nuovi dischi rigidi.

Gli studiosi hanno ipotizzato che conservare i dati nel vetro, inclusi articoli scientifici o documenti storici, possa essere un modo per preservarli per le civiltà future. Finora, però, non è stato possibile farlo.

Gli scienziati di Microsoft a Cambridge, nel Regno Unito, affermano di aver ora trovato un modo per farlo grazie a un laser speciale.

Il sistema utilizza un laser speciale che trasforma i dati, sotto forma di bit, in gruppi di simboli. Questi vengono poi codificati come minuscole deformazioni, note come voxel, all'interno di un pezzo di vetro.

I voxel possono essere letti facendo scorrere il vetro sotto un microscopio automatico dotato di telecamera.

Il laser lavora a 10 MHz, cioè 10 milioni di impulsi al secondo, e ogni impulso scrive un voxel; i dati vengono quindi registrati alla massima frequenza di ripetizione del laser.

Regolando la profondità di fuoco, il laser può scrivere in centinaia di strati distinti, impilati all'interno dei 2 millimetri di spessore del vetro.

In un singolo pezzo di vetro spesso 2 millimetri si possono memorizzare 4,84 terabyte di dati, l'equivalente di circa due milioni di libri.

I risultati, noti come Project Silica, sono stati presentati sulla rivista Nature.

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