Esclusiva: a cinque anni dalla presa del potere dei talebani in Afghanistan, l’ex ministra per gli Affari femminili Sami Samar a Euronews si dice delusa dall’impegno dell’UE con un regime responsabile di un “disastro in materia di diritti umani”
Cinque anni dopo la riconquista di Kabul, l'Afghanistan resta uno dei Paesi più difficili al mondo per donne e ragazze. E proprio mentre il regime talebano continua a restringere libertà e diritti, l'Europa ha aperto un canale di confronto con le autorità di Kabul per affrontare una questione sempre più delicata: i rimpatri dei cittadini afghani che non hanno diritto a restare nell'Unione europea.
Una scelta che ha provocato dure reazioni tra gli attivisti per i diritti umani.
A contestarla è Sami Samar, ex ministra afghana per gli Affari femminili e oggi attivista in esilio negli Stati Uniti. "Ero così delusa perché contiamo davvero sui Paesi europei, dato che credono nel principio dei diritti umani e nella loro universalità", ha raccontato a Euronews. "È una sorta di legittimazione dei talebani, anche se si tratta di esponenti di basso rango del movimento".
Cinque anni dalla caduta di Kabul
Il 15 agosto 2026 segna cinque anni dalla presa di Kabul da parte dei talebani, che tornarono al potere dopo quasi vent'anni di presenza militare internazionale.
Da allora il Paese è precipitato in una crisi profonda, aggravata dalla fragilità economica, dalla riduzione degli aiuti internazionali e dal progressivo smantellamento dei diritti fondamentali.
Secondo le Nazioni Unite, nel 2026 circa 21,9 milioni di persone, pari a quasi il 45% della popolazione afghana, avranno bisogno di assistenza umanitaria.
Donne e ragazze sempre più escluse
È soprattutto sul fronte dei diritti delle donne che il bilancio dei cinque anni di governo talebano appare drammatico.
Le ragazze non possono proseguire gli studi oltre la scuola primaria e le donne sono state progressivamente escluse dalle università e da numerosi settori del mondo del lavoro. A questo si aggiungono restrizioni sulla libertà di movimento, sull'abbigliamento e sulla partecipazione alla vita pubblica.
Il Parlamento europeo ha condannato le restrizioni imposte a donne, ragazze e minoranze, oltre alle fustigazioni e alle esecuzioni pubbliche, chiedendo agli Stati membri di non normalizzare il regime talebano.
Per Samar, il comportamento dell'Europa appare però contraddittorio: "C'è una condanna, molto leggera, della situazione dei diritti umani in Afghanistan, ma poi si accoglie tranquillamente una loro delegazione? Come possiamo fidarci di questi partenariati?".
L'incontro di Bruxelles sui rimpatri
Il motivo del contatto è la migrazione.
Il 23 giugno 2026 una delegazione di rappresentanti talebani ha incontrato a Bruxelles funzionari della Commissione europea e rappresentanti di 15 Stati membri. I colloqui, tenuti a porte chiuse e fuori dalle sedi ufficiali dell'UE, riguardavano soprattutto il ritorno dei cittadini afghani che non hanno il diritto di soggiornare nell'Unione.
L'obiettivo europeo è accelerare i rimpatri, in particolare delle persone condannate per reati gravi o considerate una minaccia per la sicurezza.
La Commissione ha ribadito che l'incontro non rappresenta un riconoscimento dei talebani. Bruxelles sostiene infatti che sia necessario mantenere un "impegno operativo" con le autorità afghane de facto per affrontare questioni concrete, senza normalizzare il regime.
Ma proprio questa distinzione viene contestata dagli attivisti.
L'Alto commissario ONU per i diritti umani Volker Türk ha espresso preoccupazione per il rischio che cittadini afghani possano essere rimandati in un Paese dove potrebbero essere sottoposti a persecuzioni o torture.
Il nodo dei rimpatri
Dietro la scelta europea c'è anche un problema concreto: gli afghani continuano a rappresentare una delle principali nazionalità tra i richiedenti asilo nell'UE.
Nel 2025 oltre 63.000 cittadini afghani hanno presentato una domanda di asilo nell'Unione europea, circa il 10% del totale. Nei primi mesi del 2026 gli arrivi irregolari sono proseguiti soprattutto lungo la rotta del Mediterraneo orientale.
Il problema è che rimpatriare chi riceve un ordine di lasciare l'UE è particolarmente difficile. Gli Stati membri vogliono aumentare i ritorni, soprattutto per chi ha commesso reati gravi, ma il rientro in Afghanistan solleva forti interrogativi sulla sicurezza e sul rispetto del principio di non-refoulement.
La questione diventa quindi delicata: come può l'Europa cooperare sui rimpatri con un'autorità che non riconosce ufficialmente e che continua a essere accusata di gravi violazioni dei diritti umani?
Bruxelles risponde distinguendo tra dialogo operativo e riconoscimento politico. Per gli oppositori, invece, il confine è molto più sottile.
E la tempistica rende tutto ancora più significativo: l'incontro con i talebani arriva proprio alla vigilia del quinto anniversario della loro conquista di Kabul, mentre milioni di afghani dipendono dagli aiuti umanitari e donne e ragazze continuano a vedere ridursi i propri diritti.