A un anno dall’entrata in vigore delle nuove norme sulla trasparenza salariale, solo quattro Paesi dell’Unione europea hanno recepito la direttiva, mancando la scadenza fissata per giugno. Guarda il video
A partire da giugno 2026, i datori di lavoro in tutta l’UE saranno tenuti a indicare le fasce salariali negli annunci di lavoro, a non richiedere più la storia retributiva dei candidati e a consentire ai dipendenti di accedere ai dati sulle retribuzioni dei colleghi che svolgono mansioni equivalenti.
È quanto prevede la direttiva sulla trasparenza retributiva (Pay Transparency Directive). La maggior parte degli Stati membri, però, non ha rispettato la scadenza di giugno per recepirla nel diritto nazionale.
Solo Italia, Slovacchia, Malta e Lituania hanno recepito integralmente le norme nei tempi previsti. Belgio, Malta e Polonia lo hanno fatto solo in parte. I Paesi Bassi hanno rinviato la scadenza a gennaio 2027 e l’Irlanda ha confermato che non riuscirà a rispettarla. L’Estonia ha lasciato intendere che potrebbe limitarsi a pagare le multe dell’UE invece di applicare la direttiva così com’è. Cinque Paesi, tra cui Austria, Ungheria e Lussemburgo, non hanno ancora fatto nulla.
Le poste in gioco sono alte. Nell’UE le donne guadagnano in media l’11,1% in meno all’ora rispetto agli uomini, un divario che è cambiato appena nell’ultimo decennio. La direttiva punta a colmarlo rendendo trasparenti le retribuzioni e spostando l’onere della prova sui datori di lavoro quando si sospetta una discriminazione.
“Quel velo non si limitava a nascondere i divari, li riproduceva”, afferma l’eurodeputata Gabriele Bischoff.
Per ora, però, i diritti garantiti sulla carta a livello UE continuano a essere applicati in modo diseguale nella pratica.