In risposta all’appello di Péter Magyar, la Procura generale ha fatto sapere che i risultati dell’indagine sono attesi a breve e che fornirà presto informazioni dettagliate sul caso
Il governo ungherese ha ordinato un’immediata indagine interna sul cosiddetto caso del “convoglio d’oro ucraino”, che coinvolge l’Amministrazione nazionale delle imposte e dei dazi (NAV - Nemzeti Adó- és Vámhivatal), il Centro antiterrorismo (TEK - Terrorelhárítási Központ) e altri organismi statali.
L’annuncio è stato diffuso dal primo ministro Péter Magyar, che ha anche sollecitato un intervento immediato del procuratore generale Gábor Bálint Nagy, chiamato a chiarire la vicenda senza ritardi.
La Procura generale ha risposto affermando che esaminerà tutti gli aspetti del caso e renderà pubblici i risultati delle verifiche.
Il blitz del 5 marzo: il sequestro del convoglio
Il caso nasce il 5 marzo 2026, quando reparti speciali del TEK hanno fermato e ispezionato un convoglio ucraino sull’area di sosta di Alacska, lungo l’autostrada M0.
Secondo le ricostruzioni, i due veicoli blindati trasportavano:
- 40 milioni di dollari
- 35 milioni di euro
- 9 chilogrammi d’oro
Il trasporto, partito dall’Austria e diretto in Ucraina, sarebbe avvenuto nell’ambito di normali movimenti finanziari tra la banca austriaca Raiffeisen Bank International e la banca statale ucraina Oschadbank.
Irregolarità e documenti mancanti
Un documento interno della NAV avrebbe evidenziato gravi violazioni procedurali durante l’operazione contro il convoglio ucraino. Secondo tale rapporto, senza la consultazione di un documento chiave non sarebbe stato possibile nemmeno ipotizzare un reato.
Il documento elenca 24 punti critici, tutti relativi a omissioni, carenze o possibili violazioni di legge. Inoltre, emergerebbe il dubbio che la Procura generale possa avere responsabilità indirette nella gestione del caso.
Il 6 maggio il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha dichiarato che l’Ungheria ha restituito i beni sequestrati durante il blitz di marzo.
Nel frattempo, alcune ricostruzioni giornalistiche suggeriscono che l’operazione sarebbe stata autorizzata durante il precedente governo, guidato da Viktor Orbán, anche se non esistevano, secondo tali fonti, motivazioni operative sufficienti per il blitz.
Il partito Fidesz ha respinto con fermezza queste accuse, definendole infondate.
Crisi nella Procura e dimissioni interne
L’inchiesta si intreccia con una crisi interna alla magistratura ungherese. Secondo quanto riportato dal portale hvg.hu, le tensioni sul caso avrebbero contribuito alle dimissioni di Fürcht Pál, responsabile della Procura centrale per le indagini.
Il magistrato avrebbe contestato il ruolo dei servizi segreti nell’operazione e criticato la solidità della denuncia iniziale, ritenuta incompleta.
Queste divergenze avrebbero provocato forti fratture interne alla Procura, con una parte della dirigenza che avrebbe sostenuto le sue posizioni.
Un caso ancora aperto e dagli sviluppi politici incerti
Secondo le informazioni disponibili, la NAV avrebbe agito in più fasi su indicazione della Procura, mentre il conflitto istituzionale potrebbe aver indebolito la posizione del procuratore generale.
Le autorità ungheresi hanno confermato che l’indagine è ancora in corso e che ulteriori dettagli verranno resi pubblici.