Alcuni Paesi dell’UE sostengono la proposta della Commissione europea di consentire l’approvazione tacita dei progetti per ammodernare la rete elettrica obsoleta, mentre altri hanno chiesto alla presidenza cipriota dell’UE di non renderla obbligatoria
Il nuovo pacchetto europeo sulle reti elettriche si sta trasformando in uno dei dossier più sensibili dei negoziati comunitari. Al centro del confronto c’è una misura destinata a far discutere: l’introduzione di un sistema di “silenzio-assenso” che permetterebbe ai progetti infrastrutturali energetici di avanzare automaticamente se le autorità nazionali non rispondono entro i termini stabiliti.
Secondo un documento visionato da Euronews, la proposta della Commissione europea prevede che alcune fasi delle procedure autorizzative per le infrastrutture energetiche possano essere considerate approvate in assenza di decisione esplicita da parte degli Stati membri. Un meccanismo pensato per accelerare la modernizzazione delle reti elettriche europee, sempre più datate e sotto pressione per sostenere la transizione energetica.
Un’Europa con reti lente e autorizzazioni troppo lunghe
La Commissione giustifica l’intervento con i lunghi tempi di realizzazione dei progetti: tra 3,5 e 7,5 anni per la distribuzione elettrica e fino a 10 anni per le reti di trasmissione. In molti casi, più della metà dei ritardi è attribuita proprio alla lentezza delle autorizzazioni amministrative.
L’obiettivo dichiarato è rimuovere uno dei principali colli di bottiglia verso la neutralità climatica entro il 2050, consentendo un’accelerazione nella costruzione di infrastrutture necessarie all’elettrificazione dell’economia e all’integrazione delle energie rinnovabili.
Il nodo politico: Bruxelles contro le capitali
Ma la proposta ha immediatamente acceso il confronto politico tra Bruxelles e le capitali europee. Molti governi temono che il meccanismo di approvazione automatica possa tradursi in un trasferimento di competenze dalle autorità nazionali alle istituzioni europee.
Durante i negoziati, diversi Stati membri hanno espresso preoccupazioni su possibili effetti collaterali: incertezza giuridica, indebolimento dei controlli ambientali e riduzione della discrezionalità amministrativa a livello nazionale.
Francia e Germania, in particolare, si sono dette contrarie all’introduzione di un silenzio-assenso obbligatorio, mentre altri Paesi - tra cui Danimarca, Paesi Bassi e Polonia -considerano la proposta più equilibrata. Alcuni governi chiedono invece maggiore flessibilità, lasciando ai singoli Stati la scelta se adottare o meno il meccanismo.
Energia, clima e sovranità: il compromesso difficile
La Commissione europea sostiene che la misura sia compatibile con la tutela ambientale e necessaria per raggiungere gli obiettivi climatici. Inoltre, i progetti di rete beneficerebbero di una presunzione di “prevalente interesse pubblico”, facilitando così le procedure autorizzative.
Tuttavia, in diversi Paesi il tema è politicamente delicato. Le decisioni sulle infrastrutture coinvolgono infatti questioni sensibili come uso del suolo, opposizione locale e contenziosi ambientali, spesso considerate competenze nazionali fondamentali.
I governi temono inoltre di dover rispondere politicamente per progetti percepiti come imposti dall’alto.
Il punto di frizione nei negoziati UE
Il pacchetto reti è diventato così una delle principali linee di frattura nei negoziati europei. Da un lato, la necessità di accelerare la transizione energetica; dall’altro, la difesa della sovranità amministrativa degli Stati membri.
La presidenza di turno dell’UE punta a raggiungere un accordo generale entro il 26 giugno, durante la riunione dei ministri dell’Energia a Bruxelles. L’intesa definirebbe la posizione del Consiglio in vista dei successivi negoziati con il Parlamento europeo.
Nel frattempo, il dibattito resta aperto: come bilanciare urgenza climatica e controllo nazionale in un settore - quello energetico - sempre più strategico per il futuro dell’Unione.