A Bruxelles Orbán conferma il veto e attacca Kiev sull'oleodotto Druzhba. Intanto l'Italia si dice pronta a una missione per garantire il passaggio delle navi attraverso lo Stretto di Hormuz, ma solo a patto di una tregua
È fallito il tentativo dei leader europei di convincere l’Ungheria a togliere il veto sul prestito da 90 miliardi di euro all’Ucraina.
Durante il Consiglio europeo di giovedì a Bruxelles, il primo ministro ungherese, Viktor Orbán, ha confermato la netta opposizione agli aiuti a Kiev, sostenuto dal leader conservatore slovacco, Robert Fico.
"Vorremmo ottenere dagli ucraini il petrolio che ci appartiene e che ora bloccano. Non sosterrò mai alcuna decisione a favore dell'Ucraina, finché gli ungheresi non potranno ottenere il loro petrolio", ha dichiarato il capo del governo ungherese.
Budapest ha accusato Kiev di ostacolare le riparazioni dell'oleodotto Druzhba, danneggiato da un attacco russo a fine gennaio. Secondo Orbán l'impianto sarebbe funzionante ma resterebbe bloccato dall'Ucraina per motivi politici.
Mercoledì il leader ucraino Volodymyr Zelensky ha accettato l'aiuto dell'Unione Europea per riparare l'oleodotto e ha annunciato che potrebbe tornare attivo entro 90 giorni.
L'apertura dell'Ucraina alle riparazioni non è bastata al governo ungherese che ha definito "teatro politico" l'accordo tra Kiev e Bruxelles.
Meloni al vertice Ue
Il presidente del Consiglio europeo, Antonio Costa, ha definito "inaccettabile" il rifiuto di Orbán di rimuovere il veto sugli aiuti a Kiev.
Secondo la testata belga Politico, durante una sessione privata del vertice europeo, la premier Giorgia Meloni avrebbe affermato di "comprendere" le ragioni dell'Ungheria in merito al veto sull'Ucraina.
"Se mi trovassi nella stessa situazione, lo capirei", avrebbe detto Meloni secondo Politico. Da Palazzo Chigi però è arrivata la smentita. "L'affermazione attribuita al primo ministro è del tutto infondata", hanno riferito dallo staff di Meloni a Politico.
Il Medio Oriente e la crisi di Hormuz al centro del Consiglio europeo
La crisi in Medio Oriente è stata al centro del vertice europeo di giovedì.
A margine del Consiglio, Sei Paesi - Regno Unito, Italia, Francia, Germania, Olanda e Giappone - hanno pubblicato una nota congiunta affermando di essere pronti a contribuire per riaprire la navigazione dello Stretto di Hormuz.
Le affermazioni hanno trovato replica immediata da Teheran. Il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, ha sottolineato che gli alleati degli Stati Uniti che aiutano a riaprire lo Stretto si renderanno "complici" della guerra.
Sulla missione è arrivata la puntualizzazione da parte del governo italiano. Non ci sarà nessun intervento a Hormuz senza una tregua, ha dichiarato il ministro della Difesa Guido Crosetto.
"E' un documento politico, non un documento militare, per lavorare insieme e per cercare di creare le condizioni per garantire la libertà di circolazione marittima", ha affermato il ministro degli Esteri Antonio Tajani.
Intanto, i leader europei hanno invitato alla de-escalation nella regione, mentre i prezzi del petrolio continuano a salire dopo i raid contro le infrastrutture energetiche in Iran e nei Paesi del Golfo.
"L'escalation che vede coinvolte le infrastrutture di produzione del gas in Iran e altri Paesi del Golfo "è sconsiderata", ha dichiarato il presidente francese Emmanuel Macron.
Il leader francese ha proposto uno stop agli attacchi sulle infrastrutture energetiche. "Noi difendiamo l'idea di una moratoria sulle infrastrutture civili e sui civili in questo conflitto, nonché di una rapida de-escalation. La regione entra in un periodo di festività religiose, penso che tutti dovrebbero calmarsi e che i combattimenti dovrebbero cessare almeno per qualche giorno per cercare di dare una nuova possibilità ai negoziati".