Inflazione, la Bce lascia i tassi fermi e teme Medio Oriente e petrolio. Scenario base al 2,6% nel 2026, ma nuovi shock energetici potrebbero spingerla al 3,5% o 4,4% se i blocchi dell’offerta dureranno a lungo
La presidente della Banca centrale europea, Christine Lagarde, ha lanciato uno dei suoi avvertimenti più diretti sulle potenziali conseguenze inflazionistiche del conflitto in corso in Iran.
Parlando dopo la riunione di giovedì del Consiglio direttivo, che ha lasciato i tassi di interesse invariati, Lagarde ha spiegato che la guerra «ha reso le prospettive molto più incerte» e avrà «un impatto significativo sull’inflazione nel breve termine».
Shock energetico al centro delle nuove previsioni di inflazione della Bce
Lagarde ha sottolineato che la guerra sta creando «rischi al rialzo per l’inflazione», soprattutto attraverso i mercati di petrolio e gas, con effetti immediati sui prezzi al consumo.
Le ultime proiezioni interne della Bce indicano un’inflazione media del 2,6% nel 2026, in calo al 2,0% nel 2027 e al 2,1% nel 2028. La revisione al rialzo rispetto alle stime precedenti è in gran parte dovuta ai prezzi dell’energia più elevati, legati al conflitto in Medio Oriente.
L’inflazione di fondo, che esclude energia e alimentari, è anch’essa destinata a restare leggermente sopra l’obiettivo lungo l’intero orizzonte previsivo, riflettendo gli effetti indiretti dei costi energetici che si propagano al resto dell’economia.
Lagarde ha però chiarito che questo scenario si basa sull’ipotesi di perturbazioni energetiche relativamente contenute.
In uno scenario più avverso, che preveda interruzioni più forti e durature delle forniture di petrolio e gas attraverso lo Stretto di Hormuz, l’inflazione potrebbe salire al 3,5% nel 2026.
In uno scenario grave, in cui i prezzi dell’energia restano elevati più a lungo, l’inflazione complessiva potrebbe arrivare fino al 4,4% nel 2026.
La Bce è particolarmente attenta ai cosiddetti effetti di seconda battuta, quando lo shock iniziale sui costi energetici si estende oltre i carburanti e si trasmette a salari, servizi e inflazione di fondo.
«Se i prezzi dell’energia restano più alti a lungo, potrebbero innescare un aumento più ampio dell’inflazione attraverso effetti indiretti e di seconda battuta, una situazione che richiede un attento monitoraggio», ha affermato Lagarde.
Crescita rivista al ribasso: aumentano i rischi di stagflazione
La pressione inflazionistica proveniente dai mercati dell’energia arriva nel momento peggiore per l’economia dell’area euro.
La crescita del Pil per il 2026 è stata rivista al ribasso allo 0,9%, poco sopra la stagnazione, mentre la guerra erode i redditi reali e pesa sulla fiducia delle imprese e dei consumatori.
Il risultato è un contesto di politica monetaria molto più complesso.
Lo stesso shock petrolifero che minaccia di spingere l’inflazione più in alto dovrebbe anche frenare la crescita, erodendo il potere d’acquisto e deprimendo la fiducia.
Lagarde ha ribadito che un conflitto prolungato farebbe salire l’inflazione e indebolirebbe al tempo stesso l’attività economica, complicando la risposta della Bce.
Lagarde insiste su un approccio "riunione per riunione", ma gli analisti guardano già a nuovi rialzi
Lagarde ha ricordato che i responsabili della politica monetaria stanno monitorando da vicino gli indicatori chiave, tra cui la dinamica dei salari, le aspettative di inflazione e l’andamento dei mercati energetici.
«Non ci impegniamo in anticipo su un percorso prestabilito dei tassi», ha spiegato, aggiungendo che la Bce è pronta ad adeguare i propri strumenti, se necessario, per garantire il ritorno duraturo dell’inflazione verso l’obiettivo.
«È improbabile che la Bce mostri la stessa pazienza avuta durante l’ultimo shock inflazionistico», ha avvertito Sylvain Broyer, capo economista EMEA di S&P Global Ratings.
Secondo Roman Ziruk, senior market analyst presso il gruppo di servizi finanziari globale Ebury, si tratta di una «svolta più aggressiva» da parte della BCE.
«È più probabile che la BCE alzi i tassi piuttosto che tagliarli quest’anno, con le riduzioni che sembrano ormai escluse», ha dichiarato.
«Le regole del gioco sono cambiate. L’escalation delle tensioni geopolitiche ha modificato lo scenario, riaprendo la possibilità che nuovi rialzi dei tassi tornino sul tavolo», ha aggiunto Joe Nellis, professore di economia globale alla Cranfield School of Management e consulente di MAH.
Reazione dei mercati
Giovedì l’euro è salito dello 0,5% a 1,1520 contro il dollaro statunitense, mentre le Borse europee sono passate in territorio negativo con l’impennata dei prezzi di petrolio e gas.
Il Brent è stato scambiato intorno a 111 dollari al barile, in aumento di circa il 55% dall’inizio della guerra, mentre i prezzi europei del gas naturale sono balzati del 13% a 61 euro per megawattora. Entrambi hanno registrato un forte rialzo nella notte, dopo l’attacco dell’Iran al complesso di GNL di Ras Laffan, in Qatar, che ha alimentato i timori di interruzioni delle forniture.
Il DAX di Francoforte è sceso del 2,39% a 22.940 punti alle 16:00, mentre l’indice paneuropeo Euro STOXX 50 ha perso l’1,8% a 5.635 punti.
I rendimenti dei Bund tedeschi sono leggermente calati al 2,95%, dopo aver toccato un massimo intraday del 3%, il livello più alto da settembre 2023.
Cosa succede adesso
Con la situazione nello Stretto di Hormuz ancora irrisolta e i mercati petroliferi pronti a riprezzare bruscamente ogni nuova escalation che coinvolga l’Iran, la BCE si trova di fronte a una gamma insolitamente ampia di scenari in vista della riunione del 30 aprile.
Il messaggio di Lagarde è stato in sostanza quello di una prudente attesa: la banca dispone degli strumenti, del quadro dati e, per ora, del tempo necessario per osservare l’evoluzione della situazione prima di intervenire.