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Guerra in Iran, quanto sono esposte le economie europee?

I prezzi dei carburanti sono esposti in una stazione di servizio, con la Banca centrale europea sullo sfondo, a Francoforte, Germania, lunedì 2 marzo 2026.
I prezzi della benzina sono esposti in una stazione di servizio con la Banca centrale europea sullo sfondo, a Francoforte, Germania, lunedì 2 marzo 2026. Diritti d'autore  Copyright 2026 The Associated Press. All rights reserved
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Di Piero Cingari
Pubblicato il
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La chiusura dello Stretto di Hormuz ha fatto impennare i prezzi del gas del 60%, aggravando le scorte europee già ridotte per l'inverno e spingendo gli economisti a rivedere le previsioni di crescita e inflazione per il 2026.

I future sul gas naturale TTF olandese, prezzo di riferimento per l'Europa, giovedì mattina hanno toccato i 50 € per megawattora, in rialzo del 60% da quando gli attacchi statunitensi e israeliani contro l'Iran hanno portato alla chiusura dello stretto di Hormuz.

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È il più forte shock energetico per il continente dalla crisi del 2022 e arriva su un mercato già pericolosamente esposto: gli stoccaggi di gas in Europa sono ai livelli stagionali più bassi da anni.

Con lo stretto, attraverso cui passa circa un quinto del commercio mondiale di petrolio, ancora chiuso, economisti e analisti dell'energia avvertono che anche un'interruzione breve potrebbe danneggiare la crescita europea, riportare l'inflazione sopra l'obiettivo e costringere la Banca centrale europea (BCE) a rivedere il percorso dei tassi appena stabilizzato.

Stretto di Hormuz, perché è cruciale per l'energia europea

Circa il 20% dell'offerta mondiale di petrolio e all'incirca un quinto del commercio globale di gas naturale liquefatto (GNL) transitano dallo stretto, che è uno dei corridoi energetici strategici più importanti al mondo.

Per l'Europa la posta in gioco è elevata. Il Qatar copre circa il 15% delle importazioni complessive di GNL del continente, il che rende il passaggio senza ostacoli nello stretto una questione di sicurezza energetica.

La dipendenza dell'Europa dai flussi energetici del Golfo è cresciuta sensibilmente da quando, dopo il 2022, il continente ha ridotto in modo drastico le importazioni di combustibili fossili dalla Russia.

Secondo Bridget Payne, responsabile delle previsioni energetiche di Oxford Economics, al momento preoccupano soprattutto le interruzioni del commercio, più che un calo della produzione.

Payne stima che nel prossimo trimestre le forniture di petrolio potrebbero subire interruzioni pari a circa 4 milioni di barili al giorno.

Anche se i produttori del Golfo dispongono di capacità inutilizzata per compensare la perdita di greggio iraniano, Payne avverte che le rotte marittime alternative possono gestire solo circa un terzo del petrolio che normalmente passa per Hormuz.

L'Europa è arrivata a marzo con livelli di stoccaggio del gas insolitamente bassi. I depositi nel complesso del continente erano intorno al 30%, con la Germania, prima economia europea, che segnalava riserve scese fino al 21,6%.

Oxford Economics avverte che interruzioni delle esportazioni di GNL dal Qatar potrebbero costringere gli acquirenti asiatici a competere in modo più aggressivo con l'Europa per accaparrarsi le forniture, rendendo potenzialmente più difficile per i Paesi europei riempire gli stoccaggi in vista del prossimo inverno.

Inflazione e crescita, rischi in aumento

Prezzi dell'energia più elevati sono destinati a tradursi in una maggiore inflazione in tutta Europa.

"I magazzini di gas dell'Europa sono svuotati e la dipendenza dalle rotte di trasporto via Medio Oriente fa pensare a un rischio maggiore di un forte shock inflazionistico dal lato dell'offerta. Questo potrebbe rappresentare un ulteriore freno per le nostre previsioni, già inferiori al consenso, sulla crescita del PIL nel 2026", afferma Oliver Rakau, capo economista per la Germania a Oxford Economics.

Oxford Economics si aspetta che il conflitto aumenti l'inflazione complessiva dell'area euro di 0,3-0,5 punti percentuali nel 2026, portandola intorno al 2,3%.

Costi energetici più alti potrebbero anche erodere il potere d'acquisto delle famiglie, frenando la crescita.

Rakau stima che lo shock potrebbe ridurre la crescita del PIL dell'area euro di circa 0,1 punti percentuali, fino a circa l'1,0% quest'anno.

Gli economisti di Goldman Sachs spiegano che il conflitto in Iran li ha già spinti a rivedere le previsioni su crescita economica, inflazione e politica monetaria delle banche centrali.

"Stiamo modificando le nostre previsioni su crescita, inflazione e banche centrali alla luce dell'evoluzione del conflitto in Medio Oriente", afferma Sven Jari Stehn, capo economista europeo di Goldman Sachs.

Secondo Goldman Sachs, l'aumento dei prezzi dell'energia ridurrebbe la crescita economica di 0,1-0,2 punti percentuali quest'anno nell'area euro, nel Regno Unito, in Svezia e in Svizzera.

Tuttavia lo scenario potrebbe peggiorare se i prezzi dell'energia salissero più bruscamente o restassero elevati per più tempo.

In uno scenario sfavorevole, i prezzi del petrolio potrebbero restare vicino agli 80 dollari (74 €) al barile mentre quelli del gas si manterrebbero intorno ai 70 € per megawattora, secondo le stime della banca.

In uno scenario grave, il petrolio potrebbe salire a 100 dollari (92 €) al barile e il gas a 100 € per megawattora.

In scenari più severi, l'impatto potrebbe essere molto maggiore.

L'inflazione complessiva, verso la fine del 2026, potrebbe risultare quasi di due punti percentuali più alta nello scenario sfavorevole e fino a 3,6 punti percentuali più alta in caso di shock grave.

Goldman prevede che, nello scenario fortemente negativo, la BCE possa essere costretta a varare due rialzi dei tassi da 25 punti base nella seconda metà del 2026, se l'aumento dei prezzi dell'energia dovesse innescare forti effetti di secondo impatto sull'inflazione di fondo.

Logistica in tilt, nuova pressione sui commerci

La guerra sta anche sconvolgendo le reti logistiche globali, aggiungendo ulteriore incertezza per il commercio europeo.

Secondo Judah Levine, responsabile ricerca di Freightos, i raid militari e gli attacchi di ritorsione nella regione hanno già costretto diverse compagnie di navigazione a sospendere le prenotazioni verso i porti del Golfo Persico.

"I raid di Stati Uniti e Israele contro l'Iran e la successiva risposta iraniana stanno provocando significativi disagi logistici nella regione, che potrebbero iniziare a farsi sentire su scala più ampia se il conflitto dovesse protrarsi", spiega Levine.

Lo stretto di Hormuz gestisce circa il 2-3% dei volumi mondiali di container e attualmente una centinaio di navi portacontainer risultano bloccate nel Golfo Persico.

Alcuni dei maggiori vettori al mondo, tra cui Hapag-Lloyd e MSC, hanno sospeso le prenotazioni da e per i porti del Golfo, mentre CMA CGM ha smesso del tutto di accettare spedizioni verso la regione.

La crisi ha riacceso anche le preoccupazioni per il Mar Rosso.

I ribelli Houthi, che avevano sospeso gli attacchi contro le navi commerciali a ottobre, hanno minacciato di riprenderli, spingendo i pochi vettori che erano tornati su quella rotta a deviare nuovamente circumnavigando il Capo di Buona Speranza, con un ulteriore aumento dei costi di trasporto.

Nel frattempo, le interruzioni nei principali hub aerei del Golfo hanno ridotto la capacità globale di cargo aereo.

Qatar Airways Cargo, Emirates SkyCargo ed Etihad rappresentano insieme circa il 13% della capacità mondiale di trasporto merci per via aerea e svolgono un ruolo chiave nel collegare l'Asia con l'Europa.

Con molti voli a terra e lo spazio aereo regionale chiuso, gli spedizionieri hanno iniziato a noleggiare voli diretti tra Asia ed Europa, una scelta che sta già facendo salire i costi di trasporto.

Le tariffe di trasporto aereo dal Sud-est asiatico all'Europa sono aumentate di oltre il 6% negli ultimi giorni, secondo il Freightos Air Index.

Valute europee in calo, i mercati rifuggono il rischio

I mercati finanziari stanno reagendo a loro volta all'incertezza geopolitica.

Le valute europee si sono indebolite, mentre gli investitori si spostano verso beni rifugio come il dollaro statunitense e l'oro.

Secondo Michał Jóźwiak, analista di mercato presso la società di servizi finanziari Ebury, l'euro ha perso circa l'1,8% rispetto al dollaro da quando il conflitto si è intensificato.

Le vendite sono state ancora più marcate nell'Europa centrale e orientale.

Il fiorino ungherese si è indebolito di quasi il 5% rispetto al dollaro, mentre lo zloty polacco è sceso di circa il 3,5%, uno dei movimenti settimanali più bruschi dall'inizio della guerra in Ucraina nel 2022.

Un ulteriore indebolimento delle valute europee potrebbe amplificare le pressioni inflazionistiche, aumentando il costo delle importazioni.

Energia, un equilibrio sempre più fragile per l'Europa

Per l'Europa, il conflitto in corso mette in evidenza la vulnerabilità del modello energetico costruito dopo la rottura con la Russia.

Benché il continente abbia ridotto in modo significativo la dipendenza dal gas russo via gasdotto dal 2022, gran parte di quelle forniture è stata sostituita da GNL trasportato via mare.

Questa trasformazione ha reso l'Europa più esposta alle interruzioni lungo le rotte marittime globali e alle tensioni geopolitiche in aree di transito chiave come il Medio Oriente.

Con stoccaggi di gas già bassi e la stagione di riempimento dei depositi appena iniziata, qualunque interruzione prolungata dei flussi energetici dal Golfo potrebbe rapidamente propagarsi sui mercati e sulle economie europee.

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