Sette giorni di incertezza dopo una biopsia al seno diventano un confronto intimo con il cancro, la storia familiare e la paura. Da questa esperienza, la reporter di Euronews Monica Pinna indaga le persistenti disuguaglianze europee nella diagnosi precoce e nelle cure.
Le nove di un normale lunedì mattina qualunque. Il giorno fissato per un appuntamento che avevo rimandato per un anno, forse due, troppo a lungo.
Mi spoglio ed entro nella stanza. È tutta semplice routine, vero?
"Madame, non si muova. Devo metterla nella posizione giusta. Si giri leggermente. Non così. Lasci fare a me. Stia ferma. È troppo rigida, si rilassi." La donna mi tocca, mi sposta, appiattisce e schiaccia uno dei miei seni nella macchina. Alla fine sembra piatto come una fetta di formaggio a fette tipo "Sottilette".
Poi l'altro. "Si giri. Lasci che lo sistemi." Il processo ricomincia, con i miei seni schiacciati lateralmente, qualcosa di doloroso e sgradevole, che molte donne conoscono bene.
Quando è finito, resto sola in una piccola stanza, mezza nuda, in attesa. In quello spazio spoglio la mente corre, sale e scende, ripensa al rapido sguardo che ho dato alle immagini radiografiche dei miei seni, a quelle forme e ombre che sembravano i rami in un quadro stilizzato di una grande quercia.
C'è un tumore nascosto in quelle immagini che non so leggere? Non è quello che pensiamo tutte, quando guardiamo quelle immagini in bianco e nero, così criptiche?
Non so nemmeno da quanto tempo sono chiusa tra quelle quattro mura claustrofobiche, quando finalmente la porta si apre e mi spostano in un'altra stanza buia per aspettare il medico e il prossimo esame. Ma prima il medico sorridente dice: "La sua mammografia è assolutamente a posto." E la ruga che nemmeno sapeva di avere impressa sulla fronte scompare. Inspiri profondamente e poi espiri a lungo.
È il momento dell'ecografia. Cominci a parlare mentre il gel lubrificante viene spalmato su un seno e poi sull'altro. La sonda mobile dello strumento invia onde sonore che rimbalzano sui tessuti del seno, rivelando ombre, macchie bianche e nere, onde, zone più scure.
C'è tutto un mondo nei nostri seni che ignoriamo completamente e che per noi è impossibile da leggere. Sto spiegando alla radiologa quanto odio tutto questo, come quasi ogni donna della mia famiglia abbia avuto un tumore al seno e quanto mi renda ansiosa, quando lei comincia a concentrarsi con la sonda su una zona precisa e smette di parlare. Spinge la sonda verso il basso, poi la muove e preme di nuovo. C'è silenzio.
"Penso che serva una piccola biopsia." Tutte le mie paure si materializzano in quell'unico momento e in una sola frase. "C'è lì una zona più scura che non scompare mentre muovo la sonda. È meglio controllare."
Due giorni dopo sono tornata, desiderosa che il seguito fosse rapido e di conoscere presto il risultato. In altri Paesi, fuori dalla Francia, la mia casa adottiva, avrei potuto dover aspettare giorni tra mammografia ed ecografia e settimane prima che fosse eseguita la biopsia.
Prima un anestetico locale, poi un piccolo taglio che non sento; il medico sorride in modo rassicurante, ma io resto tesa e allo stesso tempo già altrove con la mente. Una lunga cannula entra in profondità nella carne per cinque volte. Ne escono piccoli frammenti sanguinolenti di tessuto biancastro che vengono sistemati in minuscoli contenitori di vetro.
È stato l'inizio di una settimana che non dimenticherò mai.
Avrei aspettato sette giorni prima di sapere finalmente se avevo un tumore. Sono entrata in una sorta di mondo parallelo, dove tutto passava attraverso un filtro e sembrava lontano. Il mio corpo e la mia vita erano in pausa. I piani sospesi. Un viaggio di lavoro e incontri con amici rinviati. Avevo iniziato un processo di accettazione, con quella parola tabù, tumore, che diventava una possibilità. Era possibile che sarei entrata di nuovo in quella stessa stanza pochi giorni dopo per sentirmi dire che dovevo essere operata e poi avrei avuto bisogno della chemioterapia.
Tutto ciò che vive ogni paziente oncologico. Paura, attesa, incertezza. Un periodo in cui si fanno vivi amici che non avresti immaginato e in cui alcuni di quelli che ti saresti aspettata al tuo fianco possono sparire. Riemergono paure profonde e chi ti sta intorno reagisce in modo diverso. Ero decisamente sospesa, mi preparavo. Mi irrigidivo, come quando devi prendere un volo e fuori infuria una tempesta.
"Ce l'ho, non ce l'ho. Non lo so. Devo aspettare."
Pensieri in spirale ti portano negli angoli più profondi della mente e delle paure, a volte molto in basso. Ricordi l'esperienza di tua madre, che ha vissuto le stesse paure, è stata operata, ha fatto radioterapia ed è riuscita a superare tutto. Ricordi tua zia, che non ce l'ha fatta. Tua cugina, che ora è una splendida e luminosa sopravvissuta. Pensi a sua sorella, alla quale è stato rimosso lo stomaco, ma che sorride sempre ed è serena, nonostante i controlli medici che dovrà affrontare per il resto della vita.
Mentre riaffiorano i volti e le storie di chi ce l'ha fatta e di chi no, resti sospesa, staccata dal mondo. Le proteste studentesche, i disordini e i saccheggi nelle città francesi che avrei corso a raccontare come giornalista sono solo un rumore lontano.
La mattina dei risultati mi sembra di essere in un'altra dimensione.
Provo a prepararmi al peggio, come quando ci si prepara a un atterraggio di emergenza. Ho l'appuntamento a mezzogiorno e comincio a vagare per le strade di Lione dalle 9.00. Cammino come un'anima persa per chilometri e chilometri. La parte surreale è che tutto questo mi capita proprio durante Pink October (Ottobre rosa), il mese annuale dedicato alla sensibilizzazione sul tumore al seno. Lanciato negli Stati Uniti nel 1985, è diventato una delle campagne di sanità pubblica più riconoscibili al mondo. Così, durante la mia "settimana di pausa", vedevo regolarmente fiocchi rosa e simboli del seno ovunque.
In tutto il mondo, ogni anno vengono raccolti milioni di euro, eppure in Francia la partecipazione agli screening organizzati resta sotto il 50%. E guardate me: sono giornalista, conosco le statistiche, ho visto malattie gravi nella mia famiglia. Eppure ho rimandato l'appuntamento. Pura paura. Come potrei io, o chiunque, essere pronta a sentirsi dire che ha un tumore? Eppure accade. E la diagnosi precoce può salvarti la vita.
Diagnosi precoce: non solo una questione di paura, ma di accesso alle cure
Quando il tumore al seno viene individuato prima che si diffonda, la sopravvivenza a cinque anni sfiora il 100% (fonte in inglese), contro il 38% per le donne con diagnosi in fase avanzata. Nonostante la sua importanza e il fatto che la Commissione europea abbia stanziato circa 80 milioni di euro per rafforzare lo screening in tutto il blocco nell'ambito della sua campagna "Europe’s Beating Cancer Plan" (Piano europeo di lotta contro il cancro), l'accesso agli screening resta disomogeneo in Europa. Questo significa che le possibilità di una diagnosi precoce possono dipendere ancora da dove vive una donna, non solo dalle sue paure. Ciò è dovuto all'organizzazione dei programmi di screening, all'accesso agli appuntamenti, ai costi a carico delle pazienti e alla consapevolezza dei benefici dello screening, oltre che alle disuguaglianze sociali, come rivelano le ricerche più recenti dell'UE e dell'OCSE.
Come ha affermato (fonte in inglese) Luis Seijo, co-presidente della rete Prevention, Early Detection and Screening della European Cancer Organisation, "Le disuguaglianze negli screening oncologici costano vite umane".
Ma in Europa le disparità riguardano non solo la diagnosi precoce, bensì anche il tempo che passa dallo screening alla diagnosi, che va da una mediana di otto giorni in Danimarca a 32 giorni in Romania (fonte in inglese).
Nel mio caso sono passati poco più di sette giorni, ma per Maria Assunta, che vive nella regione italiana della Sardegna, il tempo è stato sette volte più lungo.
Si sottopone a controlli annuali del seno dai 40 anni, circa dieci anni prima dell'età generalmente raccomandata per lo screening di routine nell'Unione europea. Quattro anni fa, quando aveva 46 anni, una semplice ecografia ha rilevato un nodulo di 4 centimetri in un seno. Un mese dopo si è sottoposta a biopsia e tre settimane più tardi ha ricevuto la diagnosi di tumore al seno.
Maria Assunta ora si trova nella fase di follow-up, con controlli ogni sei mesi. Descrive le cure ricevute come "eccellenti sia dal punto di vista umano che da quello medico" e chiama i suoi medici i suoi "angeli". Da quando ha vissuto questa esperienza, è diventata una sostenitrice appassionata della prevenzione e della diagnosi precoce.
Anche i tempi tra la diagnosi e l'inizio del trattamento variano da Paese a Paese. Nel caso di Maria Assunta quasi non c'è stato intervallo tra la diagnosi e l'avvio delle cure. L'Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE) segnala lunghi tempi di attesa per visite specialistiche, esami di imaging e test diagnostici in diversi Paesi, tra cui Irlanda, Grecia, Romania e Spagna.
Processo di adesione agli screening fermo
Sebbene la diagnosi precoce sia migliorata nel lungo periodo e la mortalità sia diminuita, secondo il rapporto congiunto OCSE-Commissione europea "Health at a Glance: Europe 2020 (fonte in inglese)", i progressi si sono bloccati in molti Paesi e la partecipazione agli screening continua a variare fortemente in Europa.
Rispetto al 2019, i tassi di screening del tumore al seno (fonte in inglese) sono aumentati in nove Paesi dell'UE con dati disponibili, con gli incrementi maggiori in Slovacchia, di oltre il 12%, seguita da Croazia ed Estonia.
Tumore al seno in aumento nell'UE
Per quanto riguarda la mia storia, alla fine il momento è arrivato. Sono entrata e ho aspettato un'altra mezz'ora finché non hanno chiamato il mio nome.
"Posso rassicurarla, non c'è niente, ma era meglio controllare", ha detto la dottoressa con un sorriso. Tutta la tensione si è sciolta; l'ho ringraziata e le ho stretto la mano da perfetta italiana educata. Eppure resto disorientata da tutto ciò che è accaduto.
Io sono stata fortunata, ma ogni anno circa 360.000 donne nell'Unione europea ricevono una diagnosi di tumore al seno, 61.000 in Francia. Il tumore al seno è in aumento in Europa a causa dei cambiamenti demografici, dei modelli riproduttivi, con gravidanze più tardive e meno numerose, delle abitudini di vita e di fattori metabolici e ormonali. La ricerca è ancora in corso anche sugli effetti delle sostanze chimiche ambientali, dell'inquinamento e dell'alimentazione. Le statistiche mostrano (fonte in inglese) che una donna su undici svilupperà un tumore al seno nel corso della vita. Non significa che morirà per questo, ma non significa nemmeno che il percorso sarà semplice.
Cosa succede a chi riceve una diagnosi di tumore al seno?
Ho avuto la fortuna di uscire da quella stanza con la stessa vita di prima. Ma per molte persone che ricevono una diagnosi diversa, la paura, l'incertezza e quella sensazione di sospensione che io ho vissuto per soli sette giorni possono diventare una presenza costante.
La mente viene curata quanto il corpo, sia che il percorso porti alla guarigione sia che conduca, alla fine, alla fase terminale?
Il rapporto OCSE 2026 sulle disuguaglianze oncologiche in Europa ha rilevato che solo sedici Paesi dell'UE su 27, più Norvegia e Islanda, includono il supporto psicologico nel percorso di cura oncologica, e la sua offerta resta disomogenea.
In Francia l'assistenza psicologica fa parte del pacchetto ufficiale delle cure di supporto, insieme al trattamento del dolore, al sostegno nutrizionale e all'assistenza sociale. In Italia l'accesso resta limitato, nonostante le previsioni di legge e le linee guida. Uno studio del 2024 su circa 3.000 persone con tumore ha rilevato che solo il 20% ha dichiarato di aver ricevuto supporto psicologico (fonte in inglese), mentre solo il 16% ha riferito che un terapeuta li aveva seguiti durante l'intero percorso di cura. Gran parte di questo sostegno dipende ancora da iniziative private.
Eleonora oggi ha 52 anni e vive nella città italiana di Genova. Ha subito una mastectomia a 39 anni, dopo che durante la prima ecografia a cui si era mai sottoposta era stato individuato un nodulo di quattro centimetri nel seno.
Nei tredici anni trascorsi dalla diagnosi è diventata volontaria dell'associazione non profit Braccialetti Bianchi (fonte in inglese) e istruttrice di Qigong. Radicato nella medicina tradizionale cinese, il Qigong è una delle pratiche complementari che l'associazione offre alle pazienti ricoverate e a chi è in riabilitazione. Altre attività includono danze in cerchio, yoga, sostegno empatico, biodanza* e shiatsu. Eleonora dice che queste terapie "possono rendere l'intero percorso oncologico semplicemente più sopportabile".
Questo programma di supporto gratuito è stato avviato circa trent'anni fa da un gruppo di medici dell'Ospedale San Martino di Genova. Maria Giuseppina Vidili è una delle oncologhe che hanno contribuito a creare l'iniziativa. È specializzata in riabilitazione oncologica e spiega che i medici e le associazioni fanno il possibile a fronte di bilanci nazionali limitati e tagli alla sanità. Dice di aver lavorato instancabilmente per anni per costruire spazi accoglienti per i pazienti in qualsiasi fase del percorso oncologico.
È andata in pensione quattro anni fa e non ha mai smesso di offrire attività complementari, affermando che medici e associazioni sono in prima linea per colmare le lacune del sistema sanitario nazionale, almeno sul fronte del sostegno psicologico.
Secondo la Federazione italiana delle associazioni di volontariato in oncologia (FAVO), solo circa il 20% degli ospedali offre un supporto specializzato di psico-oncologia. Questo sostegno è ancora meno disponibile una volta terminato il trattamento. La dottoressa Vidili sostiene che un servizio standardizzato di psico-oncologia dovrebbe essere disponibile in tutto il Paese. Iniziative come quella che ha avviato sono ancora limitate a un numero ridotto di persone. Alcuni ospedali italiani, aggiunge, non hanno nemmeno reparti di riabilitazione.
Ottobre rosa, ogni mese
Il giorno dopo aver ricevuto il "via libera" dovrei tornare al lavoro, rispondere alle email, fare telefonate per organizzare interviste, pianificare il prossimo viaggio di reportage. Riprendere da dove avevo lasciato, come se nulla fosse accaduto.
Ma qualcosa è successo e ha lasciato un segno.
Ho scritto la maggior parte di questo articolo quella mattina, tra le cinque e le nove. Dovevo togliermi questo peso dal petto, letteralmente, sperando che condividere la mia esperienza aiutasse anche una sola donna ad affrontare le proprie paure e a sottoporsi regolarmente agli screening. Ma scrivere è stato anche un modo per entrare in un tema che molti preferiscono evitare, me compresa. Ho fatto fatica a studiare e raccontare il tumore come se fosse un qualsiasi altro argomento giornalistico. Porta con sé un carico.
Oggi i miei pensieri vanno a chi lotta per vivere e a chi lavora per trovare nuove cure. Le campagne di sensibilizzazione contano, ma la consapevolezza da sola non basta. Le donne hanno bisogno di accesso agli screening, di diagnosi rapide e di cure adeguate. Hanno anche bisogno di essere incoraggiate a mettere la propria salute al primo posto, anche quando la paura rende più facile voltarsi dall'altra parte.
Il supporto psicologico e le terapie complementari dovrebbero essere accessibili a tutte, ovunque, non solo al numero limitato di persone che oggi ne beneficia nell'UE.
E una cosa è certa: il mio prossimo appuntamento per lo screening sarà puntuale.