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Nuova sentenza per il regista iraniano Jafar Panahi, Palma d'Oro: 5 anni di carcere

Jafar Panahi rischia cinque anni di carcere dopo una nuova sentenza delle autorità iraniane
Jafar Panahi rischia 5 anni di carcere dopo nuova decisione delle autorità iraniane -  Diritti d'autore  AP Photo
Diritti d'autore AP Photo
Di David Mouriquand
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L’ultima sentenza arriva dopo la condanna del dicembre 2025 per "attività di propaganda contro il regime", che prevedeva un anno di carcere e due anni di divieto di viaggio.

Il regista iraniano Jafar Panahi, candidato all’Oscar e vincitore della Palma d’oro per It Was Just an Accident, è stato condannato in contumacia da un tribunale di Teheran con una nuova sentenza.

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Secondo il suo avvocato, la condanna a cinque anni e un mese di carcere prevede anche la confisca di tutti i suoi beni, il divieto di utilizzare i social media per due anni e un divieto di viaggio della stessa durata.

La sentenza, emessa dalla Sezione 26 del Tribunale rivoluzionario di Teheran, è stata rivelata per la prima volta dal sito di informazione riformista iraniano Emtedad News Agency. Il provvedimento è stato adottato senza che Panahi fosse informato dell’udienza.

Le imputazioni alla base dell’ultima condanna non sono state rese pubbliche.

Mostafa Nili, avvocato di Panahi, ha spiegato che negli atti del tribunale si afferma che il regista si trovava all’estero e non era raggiungibile, nonostante il suo rientro in Iran il 30 marzo e la sua comparsa, in agosto, davanti a un tribunale d’indagine in relazione a un altro procedimento.

Panahi, che attualmente si trova in Iran, deve affrontare tre diversi procedimenti giudiziari ancora in corso, secondo il suo legale.

L’ultima decisione segue una condanna del dicembre 2025 per "attività di propaganda contro il regime", che prevedeva un anno di carcere e un divieto di viaggio di due anni, confermati in appello.

Panahi ha vinto la Palma d’oro a Cannes lo scorso anno con It Was Just An Accident. È stato condannato dal Tribunale rivoluzionario iraniano a un anno di carcere e a un divieto di viaggio di due anni in contumacia alla fine del 2025. Il regista è tornato in Iran alla fine di marzo, dopo la cerimonia della 98ª edizione degli Academy Awards, in cui It Was Just An Accident era candidato come miglior film internazionale.

Panahi è stato incarcerato poco prima di girare It Was Just An Accident ed è stato rilasciato solo dopo aver iniziato uno sciopero della fame. Ha trascorso 86 giorni nella famigerata prigione di Evin, in Iran, tra il 2022 e il 2023, con l’accusa di attività contro il governo risalenti al 2010 e per aver protestato contro l’incarcerazione del suo amico e collega regista Mohammad Rasoulof.

In prigione, Panahi ha incontrato l’attivista e prigioniero politico Mehdi Mahmoudian. I due hanno collaborato alla sceneggiatura di It Was Just An Accident, un thriller ispirato all’esperienza del regista in carcere.

Mahmoudian è stato nuovamente arrestato all’inizio di quest’anno con le accuse di "insulto alla Guida Suprema" e "propaganda contro la Repubblica islamica".

Panahi è in conflitto con le autorità repressive iraniane almeno dal 2003, è stato imprigionato due volte in Iran ed è stato bandito dalla regia per la sua posizione anti-regime e per presunte "propaganda contro lo Stato".

Ha continuato a girare film sfidando le autorità ed è noto soprattutto per opere come This Is Not a Film, No Bears e Taxi Tehran, che ha vinto l’Orso d’oro al Festival di Berlino nel 2015.

It Was Just An Accident segue un gruppo di iraniani ex detenuti che si interrogano se vendicarsi di un uomo che ritengono essere il loro ex carceriere e torturatore. Il film è una condanna senza compromessi della repressione della Repubblica islamica e un commento senza tempo sui peccati del dispotismo statale.

Nel nostro commento su It Was Just An Accident, abbiamo scritto: "Girato in segreto, dato che a Panahi non era stato concesso il permesso di filmare dalle autorità, il risultato è un dramma teso, serrato e scritto con grande precisione, che sorprende per i suoi agili cambi di tono. (...) È un’opera potente e avvincente che indaga le conseguenze della tortura, il prezzo della vendetta e se la misericordia sia possibile, mentre i personaggi sono scossi dalla possibilità che rispondere alla violenza con la violenza possa disumanizzarli ancora di più".

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