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Ue, protezione dei minorenni online: le regole basate solo sull'età non convincono tutti

I social network rischiano di creare dipendenza
I social network rischiano di creare dipendenza -  Diritti d'autore  AP Photo
Diritti d'autore AP Photo
Di Evi Kiorri
Pubblicato il
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Il nuovo EU Kids Act dell'Ue vuole proteggere i minori dai design di piattaforme che creano dipendenza. I critici temono che una tutela solo per età non risolva i problemi

Bambini e ragazzi hanno bisogno di essere tutelati online, ha dichiarato la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen presentando l'EU Kids Act, il 17 settembre scorso. La proposta introduce soglie graduali per l'accesso ai social network, vieta sistemi pensati per creare dipendenza, come lo scroll infinito, per i minori di 18 anni e obbliga le piattaforme a verificare l'età tramite un token che tutela la privacy.

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La vicepresidente esecutiva della Commissione Henna Virkkunen lo ha presentato come un meccanismo che non vieta, ma impone progressività: i ragazzi verranno introdotti gradualmente nelle piattaforme più rischiose a 13, 15 e 18 anni, invece di esserne esclusi del tutto.

Ma questa impostazione preoccupa le organizzazioni che difendono i diritti digitali. "Il modo in cui la proposta è formulata fa sembrare che l'età sia il problema", afferma Simeon de Brouwer, consulente politico di European Digital Rights (EDRi), rete di organizzazioni non governative con sede a Bruxelles.

Secondo l'esperto, rinviando anziché intervenire sulla progettazione di base dei servizi, "la Commissione non affronta le cause dei danni, il modello di business e il design che crea dipendenza, le pratiche manipolative, cui i giovani saranno esposti non appena raggiungeranno le diverse soglie".

"L'età non sia il solo indicatore di vulnerabilità"

L'obiezione principale di de Brouwer è proprio sul fatto che la normativa considera l'età l'unico indicatore di vulnerabilità su cui valga la pena legiferare. "L'unico fattore di vulnerabilità preso in considerazione è la giovane età, nemmeno l'età in sé. Ma ci sono molti altri aspetti", afferma. Ad esempio, secondo l'EDRi occorrerebbe "tenere conto dei gruppi marginalizzati di cui non sentiamo molto la voce a Bruxelles".

Ciò è importante poiché la verifica dell'età obbliga tutti, non solo i minorenni, a dimostrare di essere abbastanza grandi per superare la soglia. "Stiamo trasformando smartphone e documenti d'identità in condizioni necessarie per accedere agli spazi online e per esercitare dei diritti fondamentali." Il rischio è che rimangano esclusi dalle tutele "persone che non hanno un'identità riconosciuta dallo Stato, persone apolidi, persone con un background migratorio e non ancora integrate, persone che per scelta non hanno uno smartphone".

Il problema di chi rischia di essere emarginato

Le stesse restrizioni rischiano di danneggiare alcuni dei giovani che l'EU Kids Act vorrebbe proteggere. De Brouwer ricorda "i giovani che sono a loro volta emarginati, quindi persone con disabilità che non hanno molte interazioni fisiche, altre che vivono in aree rurali e non hanno amici nelle vicinanze, giovani i cui genitori non sono molto presenti o disposti a sostenerli e che quindi hanno bisogno di spazi online per cercare, per parlare, per trovare persone simili a loro". Conclude che "la platea di giovani che ne uscirà penalizzata è enorme".

Francesca Pisanu, senior policy officer di Eurochild, rete che si occupa dei diritti dei minorenni, accoglie in generale l'ambizione dell'Ue ma concorda sul fatto che la questione dell'accessibilità debba essere esaminata con attenzione. "È noto - spiega - che le piattaforme social o il mondo online in generale sono spazi in cui i minori, o le persone in generale, possono sentirsi parte della società. Possono trovare persone con identità simili che hanno successo. Possono anche vedere più diversità".

Aggiunge però una precisazione: "Le persone che subiscono discriminazioni nel mondo offline probabilmente saranno discriminate anche nel mondo online", quindi è fondamentale che "tutte queste caratteristiche inclusive" siano "attivate nello stesso momento delle misure di protezione", in modo che le due dimensioni "non si contraddicano" tra loro.

Pisanu cita uno studio condotto nei Paesi Bassi secondo cui "i bambini con disabilità o con problemi di salute mentale erano quelli che in realtà erano favorevoli a un divieto", a sottolineare che i gruppi marginalizzati non hanno una voce unica su questo tema.

"Chi non vuole essere protetto da IA che genera dipendenza?”

Per de Brouwer, il problema più importante è la tempistica politica: a suo avviso il Kids Act rischia di mettere in ombra il Digital Fairness Act (Dfa), un'iniziativa parallela pensata per rafforzare la tutela dei consumatori "ovunque, a prescindere dal servizio che si utilizza", non solo per i minorenni.

"Il rischio è che perdano tutti, concentrandoci così tanto su bambini e giovani. Perdiamo lo slancio politico che avevamo per migliorare la protezione di chiunque", ha avvertito, temendo che la misura possa ora arrivare "in forma annacquata".

De Brouwer è altrettanto netto nel sottolineare che molte delle tutele previste dal Kids Act non dovrebbero essere riservate solo ai minorenni. "Chi non vuole essere protetto da compagni virtuali basati sull'IA progettati per creare dipendenza e spingerti a tornare continuamente?", si chiede. Sostenendo che le piattaforme dovrebbero essere "obbligate in generle a non creare dipendenza" e che "dovremmo avere, per esempio, il diritto a servizi che non siano personalizzati".

Eurochild vuole che la sicurezza "by design" diventi vincolante, e non si limiti alla forma delle linee guida del Digital Services Act. Valuta poi positivamente il fatto che alcune tutele, come le impostazioni predefinite dei sistemi di "raccomandazione di contenuti", si applicherebbero anche agli utenti non registrati.

Ma entrambi gli intervistati concordano su un punto: l'attuale bozza risponde alla domanda "come proteggiamo i bambini" senza rispondere davvero a "come proteggiamo chi è vulnerabile ma non è minorenne". Il Parlamento europeo e il Consiglio devono ancora esprimersi sul Kids Act e la Commissione dovrà valutare l'impatto delle nuove regole sui diritti fondamentali entro il 31 agosto 2030, lasciando per ora aperta la questione dell'equilibrio tra protezione ed esclusione.

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