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Israele, esercito a corto di uomini: Netanyahu intrappolato dal veto degli ultraortodossi

Gli ebrei ultraortodossi celebrano la festa di Lag BaOmer - lunedì 4 maggio 2026
Gli ebrei ultraortodossi celebrano la festa di Lag BaOmer - lunedì 4 maggio 2026 Diritti d'autore  AP Photo
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Di Stefania De Michele
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Le Idf chiedono nuove reclute e cresce lo scontro sulla coscrizione degli haredim. La leva obbligatoria agli ultraortodossi diventa un rischio politico per Netanyahu e la sua coalizione

La crescente pressione militare su Israele ha riacceso uno dei temi più divisivi della politica interna: l’arruolamento degli ebrei ultraortodossi, gli haredim, tradizionalmente esentati dal servizio militare.

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Secondo la deputata Sharon Nir, membro della Commissione Affari esteri e Difesa della Knesset ed ex ufficiale delle Forze di difesa israeliane, intervistata da Nova, il rafforzamento dell’esercito può avvenire solo attraverso una partecipazione più ampia della società israeliana.

Per la parlamentare del partito nazionalista e laico Yisrael Beiteinu, il principio deve essere quello dell’equità: stessi diritti ma anche stessi obblighi verso lo Stato. Nir sostiene che ogni cittadino in età utile debba svolgere un servizio militare o civile significativo, considerato ormai indispensabile per sostenere l’attuale sforzo bellico.

Anche il capo di Stato maggiore delle Idf, Eyal Zamir, ha chiesto alla Commissione Esteri e Difesa della Knesset di accelerare l’approvazione di misure che consentano un ampliamento della leva, insieme all’estensione del servizio obbligatorio e a un aumento delle risorse destinate alla Difesa.

La crisi di personale dell’esercito israeliano

Le forze armate israeliane denunciano da tempo una carenza strutturale di uomini, aggravata dal prolungarsi delle operazioni militari su più fronti regionali. Secondo le stime dell’esercito, servirebbero circa 12 mila nuove reclute, soprattutto per unità operative e combattenti.

Il problema non riguarda soltanto il numero dei soldati disponibili, ma anche l’usura accumulata dal sistema della riserva. La mobilitazione prolungata dei riservisti sta infatti incidendo pesantemente sull’economia israeliana, che dipende da una forza lavoro altamente specializzata e da un sistema produttivo con margini ridotti.

In questo contesto, l’arruolamento degli ultraortodossi viene visto da una parte dell’establishment militare come una necessità strategica. Gli haredim rappresentano circa il 14 per cento della popolazione israeliana e costituiscono il gruppo demografico con il più elevato tasso di crescita. Secondo stime diffuse dai media israeliani, circa 80 mila uomini ultraortodossi tra i 18 e i 24 anni sarebbero teoricamente idonei al servizio militare ma non ancora arruolati.

Negli ultimi giorni alcune centinaia di giovani haredim sarebbero entrate nelle Idf, ma i numeri restano lontani dalle necessità operative indicate dai vertici militari.

Ultraortodossi e leva militare: perché il tema divide Israele

La questione della coscrizione tocca uno dei punti più sensibili del rapporto tra Stato e religione in Israele. Per decenni gli studenti delle yeshiva, gli istituti religiosi ebraici tradizionali, hanno beneficiato di ampie esenzioni dal servizio militare, giustificate dalla necessità di preservare lo studio religioso.

Per gran parte del mondo ultraortodosso, la leva obbligatoria rappresenta una minaccia culturale e identitaria. Molti leader religiosi considerano infatti incompatibile il modello di vita delle comunità haredi con l’integrazione nelle strutture militari israeliane.

La Corte Suprema israeliana aveva contestato il sistema delle esenzioni generalizzate, aprendo uno scontro politico e istituzionale che continua a paralizzare il governo. Le proteste degli ultraortodossi contro il reclutamento si sono moltiplicate e hanno rallentato qualsiasi tentativo di riforma.

Nel frattempo, all’interno della stessa maggioranza di governo emergono posizioni divergenti. Da una parte l’esercito e diversi esponenti politici chiedono una maggiore partecipazione degli haredim allo sforzo nazionale; dall’altra, una parte del Likud e i partiti religiosi spingono per mantenere tutele ampie per gli studenti delle yeshiva.

Netanyahu stretto tra esercito e partiti religiosi

Per Benjamin Netanyahu il dossier rischia di trasformarsi in una crisi politica di primo piano. La sua coalizione dipende infatti dal sostegno dei partiti ultraortodossi, che da anni rappresentano uno dei pilastri della destra israeliana.

Il partito Degel HaTorah, espressione di una componente dell’ebraismo ultraortodosso aschenazita, ha minacciato di sostenere lo scioglimento della Knesset se non verrà approvata una normativa che garantisca l’esenzione per gli studenti religiosi. Un’eventuale caduta del Parlamento aprirebbe la strada a elezioni anticipate.

Parallelamente, il presidente della Commissione Esteri e Difesa della Knesset, Boaz Bismuth del Likud, sta lavorando a una proposta di legge favorevole al mantenimento di ampie deroghe per gli studenti delle scuole religiose. Una linea che riflette il difficile equilibrio politico del premier israeliano.

Netanyahu si trova così stretto tra due esigenze contrapposte: da un lato le richieste dell’esercito, che chiede uomini e risorse per sostenere un confronto regionale sempre più esteso; dall’altro la necessità di non rompere con gli alleati ultraortodossi, fondamentali per la sopravvivenza della maggioranza parlamentare.

Il peso della guerra sui fronti regionali

Secondo Sharon Nir, Israele starebbe affrontando una situazione di sicurezza senza precedenti, con minacce distribuite su più fronti contemporaneamente. Le Idf continuano a operare sia nella Striscia di Gaza sia lungo il confine settentrionale con il Libano, dove Hezbollah mantiene capacità operative significative nonostante i colpi subiti.

Il movimento sciita libanese avrebbe inoltre rafforzato l’utilizzo di droni FPV e di tattiche asimmetriche che stanno creando nuove difficoltà operative alle forze israeliane.

Nel dibattito interno israeliano, il nodo della leva agli ultraortodossi si intreccia quindi direttamente con la sostenibilità militare del Paese. Per una parte crescente dell’opinione pubblica, il principio delle esenzioni appare sempre più difficile da mantenere mentre migliaia di riservisti vengono richiamati ciclicamente al fronte e il peso della sicurezza nazionale continua ad aumentare.

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