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Quando l'intelligenza artificiale fa incontrare i talenti naturali

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In quest'edizione di Business Line, l'azienda con la missione di unirci sul posto di lavoro, il futuro dell'industria dell'automobile e le difficoltà delle stazioni sciistiche europee.​

Una tecnologia per trovare e far lavorare insieme i talenti migliori

Di fronte all'isolamento provocato dalla pandemia in tutto il mondo, un'azienda si è assunta il compito di avvicinarci gli uni agli altri, in particolare sul posto di lavoro. Profinda usa la tecnologia per rendere le imprese iperconnesse, valorizzandone le competenze con l'utilizzo dell'intera rete di collaboratori e contatti. E i risultati si sono visti da subito: Profinda ha partecipato a Davos, lavorato con la Casa Bianca ai tempi di Obama e firmato contratti con alcuni dei maggiori protagonisti dell'economia, con think tank e molto altro. Abbiamo incontrato l'ad di Profinda, Roger Gorman.

​"In qualunque azienda - spiega Gorman - i due elementi principali sono le persone con le loro competenze e tutto quel che ruota intorno al lavoro che viene svolto. Quindi, per creare ottimizzazione, dobbiamo avere un panorama di questi due elementi e metterli insieme".

Diciamo che sono una grande azienda, ho una forza lavoro enorme, diciamo a livello mondiale. Come può aiutarmi?

"Le imprese con più di 100 mila dipendenti perdono oltre un miliardo di dollari all'anno solo a trovare le persone giuste, con le competenze giuste. I profili ci sono tutti, ma sono dispersi fra contabilità, risorse umane, eccetera. Dal punto di vista del management, con il nostro strumento è possibile trovare nel giro di pochi secondi i migliori talenti anziché perdere quattro settimane a cercare nel proprio network".

E i dipendenti che cosa ci guadagnano?

"Al momento le aziende sono in debito d'ossigeno a causa di questi sistemi basati su risorse umane che teoricamente dovrebbero conoscere le persone ma in realtà non le conoscono. Noi disponiamo di una tecnologia che ci permette di capire che cosa il dipendente vuole fare e che cosa è in grado di ottenere, in modo da valorizzarlo".

Come riuscite a convincere grossi gruppi che non è necessario trovarsi tutti nella stessa stanza per lavorare?

"È uno dei pochissimi lati positivi della pandemia. La squadra giusta non nasce dalla vicinanza fisica. Non è mai stato così, ma siccome siamo tutti nello stesso posto, finora ci siamo adeguati. Ma l'elemento chiave nel creare un team con le competenze giuste per un progetto è la rilevanza".

Una delle funzioni che proponete è la tecnologia intelligente nelle email.

"Diciamo che stai mandando una mail del tipo: ho bisogno di aiuto per questo progetto, qualcuno conosce un esperto in questo campo? Si tratta di mail classiche in ogni azienda dirette a una quindicina o una ventina di persone. Il nostro widget analizza il linguaggio in tempo reale ed effettua una mappatura delle competenze in tutta la tua rete - dipendenti, ex dipendenti, collaboratori. Questa funzione, analizzando il tuo profilo e la domanda posta dal project manager, è in grado di indovinare che, ad esempio, se sei un esperto di criptovalute, puoi avere bisogno di Nigel, che è stato a Parigi per vent'anni e probabilmente parla francese. E se si è occupato degli argomenti che ti servono, è possibile mettervi in contatto. Quindi questa funzione indovina con intelligenza la probabilità che tu abbia una certa competenza".

In un ambito specialistico, che sia medicina, tecnologia o altro, in che modo questo processo di utilizzo della mente collettiva può essere utile?

"Prendiamo ad esempio un congresso di oncologia in Svezia. Qui abbiamo 43 mila menti che stanno facendo un fondamentale lavoro di ricerca per curare il cancro, e che hanno una settimana in Svezia per andare in giro sperando di incontrare qualcuno che forse sta lavorando sul progetto giusto al momento giusto con cui collaborare. Questa non è innovazione e non è così che cureremo il cancro. Il nostro sistema è in grado di creare quei momenti incredibili in cui improvvisamente gli esperti giusti stanno lavorando e parlando con le persone giuste al momento giusto. Ed è così che si comincia a vedere emergere qualcosa di estremamente potente".

​L'auto del futuro prossimo è elettrica... o a idrogeno

Di fronte a normative sull'inquinamento sempre più severe, le principali case automobilistiche si stanno attrezzando per costruire auto elettriche, che secondo loro saranno sulle strade prima di quanto pensiamo.

L'anno scorso sono stati venduti due milioni e mezzo di veicoli elettrici in tutto il mondo. Una cifra destinata ad aumentare del 70 per cento quest'anno, secondo il fornitore di informazioni globale IHS Markit. Per General Motors però c'è ancora molta strada da fare, visto che questi veicoli rappresentano solo il 3 per cento del mercato globale.

La casa automobilistica di Detroit ha appena presentato il suo Suv compatto Chevrolet Bolt, uno dei tre nuovi veicoli elettrici che ha promesso di portare sul mercato entro il 2035. La vettura sarà in vendita a partire dall'estate del 2022, ma gli altri costruttori non stanno a guardare.

La Jaguar ha da poco annunciato l'intenzione di produrre solo veicoli elettrici a partire dal 2025. A questo scopo il marchio britannico di lusso ha previsto quasi tre miliardi di euro all'anno di investimenti. L'obiettivo è di avere il primo modello elettrico entro il 2024, ma Jaguar intende puntare anche sull'idrogeno per ridurre le emissioni di carbonio. "Per prepararci all'adozione di questa fonte di energia naturale in futuro, inizieremo a testare prototipi sulle strade del Regno Unito quest'anno", ha annunciato il Ceo di Jaguar Land Rover Thierry Bolloré.

Le principali case automobilistiche stanno già costruendo modelli che utilizzano celle a combustibile alimentate a idrogeno, spinte dalle misure normative in tutto il mondo e dal calo della domanda di auto a benzina e diesel.

Le stazioni sciistiche fanno il tifo per il vaccino anti-Covid​

La pandemia ha fatto scivolare rovinosamente il settore sciistico all'inizio di quest'anno. Con l'estensione delle misure contro il Covid-19, molti temono per il futuro.

Un inverno difficile per chi scia in Italia. Il ministro della salute Roberto Speranza ha deciso che le stazioni sciistiche resteranno chiuse per Covid fino al cinque marzo. Secondo Renato Antonioli, direttore degli impianti di risalita Cima Piazzi, tra Bormio e Livigno, "È una cosa assurda per la tempistica. Non si può dire quattro ore prima... Sono venti giorni che prepariamo l'apertura, io e la mia famiglia".

La Lombardia resta la regione più colpita dalla pandemia, con oltre 28 mila morti. Qui le stazioni sciistiche non sono state chiuse tutto l'inverno, ma sono state prese misure molto rigide. La chiusura è stata decisa anche in altri paesi come la Francia, in particolare dopo l'impennata nei casi di variante inglese del virus. Una decisione che ha colto di sorpresa Gilles Kraan, ad di Gimar Montaz Mautino, fornitore di impianti di risalita e seggiovie: "Avevamo previsto un fatturato di 600-700 mila euro in servizio post vendita, vendita di aste, carrucole, diverse parti in gomma ma no, è stato tutto annullato".

I fornitori di attrezzature devono preparare i materiali con un anno di anticipo, quindi la maggior parte delle loro perdite finanziarie deve ancora arrivare. Il gruppo Rossignol ha registrato una perdita del 40 per cento l'anno scorso. Ma, lamenta Bruno Cercley, presidente del gruppo, "Calcoliamo per la prossima stagione una calo di vendite non del 40 ma almeno del 70 per cento".

Il settore sciistico per il prossimo futuro non può fare altro che sperare negli effetti della campagna vaccinale.