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Quali sono le reali cause dietro alla crisi migranti in Bosnia ed Erzegovina
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Quali sono le reali cause dietro alla crisi migranti in Bosnia ed Erzegovina

Molti dei migranti che la polizia italiana ha fatto salire su un furgone e riportato in Slovenia, illegalmente (come stabilito da un tribunale), riappaiono dopo una serie di respingimenti a catena nel campo di Lipa, in Bosnia ed Erzegovina.

Lipa è il campo migranti andata a fuoco a fine dicembre. Le immagini dei "dimenticati di Lipa", intrappolati nel ghiaccio della Bosnia ed Erzegovina, a piedi nudi nella neve, hanno fatto il giro del mondo.

Andando al di là della cronaca, in questo approfondimento vi spieghiamo come siamo arrivati ad una situazione definita"crisi umanitaria artificiale" da Johann Sattler, ambasciatore UE e rappresentante speciale in Bosnia ed Erzegovina.

La storia del campo di Lipa, in Bosnia, è una storia complicata. La storia di una surreale lotta politica e diplomatica, tutti contro tutti, che vede coinvolta anche un'altra struttura riconvertita in centro per migranti. Un'ex fabbrica di frigoriferi.

A muovere le pedine sullo scacchiere, guardando ciascuno ai propri interessi, ci sono le autorità locali, i politici nazionali di Sarajevo, l'Unione Europea e l'Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM) dell'ONU, alla quale la UE affida praticamente ogni aspetto della gestione del fenomeno migratorio da queste parti.

Prologo: l'ex fabbrica di frigoriferi al centro dell'intrigo internazionale

Essenzialmente, il succo della vicenda è che nessuno vuole migliaia di migranti sul proprio territorio: né la Bosnia, né la UE, che cerca di tenerli al di là dei propri confini.

"Se l'Europa arrivasse qui e li ridistribuisse tra i suoi stati membri, sempre più migranti arriverebbero in Bosnia ed Erzegovina", dice a Euronews Peter Van der Auweraert, coordinatore uscente dell'OIM per i Balcani occidentali. "Sarebbe l'unico paese da cui la gente viene ritrasferita [verso altri stati UE], e questo diventerebbe un pull factor, un fattore di attrazione".

A Bihać, cittadina di poco meno di 50mila abitanti al confine con la Croazia, le autorità locali da anni portano avanti una battaglia con il governo centrale di Sarajevo per non avere centri di accoglienza per migranti all'interno del territorio urbano. Meglio fuori, in campagna.

Il campo di Lipa è proprio uno di questi centri, costruito su una collina nei pressi di un villaggio abbandonato (a maggioranza etnica serba) a 25 km dalla città.

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Il campo di Lipa dopo l'incendio del 23 dicembre 2020Kemal Softic/Copyright 2021 The Associated Press. All rights reserved.

Dopo il rogo che lo ha parzialmente distrutto il 23 dicembre scorso, a Lipa si sta lavorando per convertire la struttura in un campo profughi permanente, attrezzato ad ospitare migranti anche in inverno.

Prima di prendere la decisione di portare tende riscaldate e adeguare il campo di Lipa, il governo di Sarajevo si è scontrato con il consiglio comunale di Bihać, facendo pressione sulle autorità locali perché riaprissero un altro ex centro di accoglienza per migranti situato questa volta non fuori città, ma proprio a Bihać.

Questo centro è noto con il nome del precedente impianto industriale, Bira.

Si tratta di un'ex fabbrica di elettrodomestici, proprietà di uno degli uomini più ricchi di Bosnia.

L'azienda è fallita nel 2015, e tre anni dopo l'edificio è stato convertito - con l’approvazione del Consiglio dei ministri della Bosnia ed Erzegovina - in un rifugio per migranti gestito dall'OIM.

Nella struttura sono stati piazzati oltre 200 container che hanno ospitato, nel momento di massima affluenza, fino a 2.500 persone (capienza massima secondo IOM: 1.500)

Oggi, in pieno inverno, Bira non è più in funzione. Nel settembre 2020, le autorità locali hanno deciso di chiuderlo. Come abbiamo detto, per anni avevano lanciato appelli per non avere centri di permanenza migranti nel territorio cittadino.

Un anno prima di apporvi i sigilli, nell'aprile 2019, i rappresentanti della città e del Cantone Una Sana - di cui Bihać è capoluogo - avevano votato all'unanimità per la sua chiusura: non rispettava gli standard sanitari minimi, secondo l'Istituto di salute pubblica.

Al momento di chiudere i battenti, molti dei migranti che vi soggiornavano avevano già trovato ospitalità nel campo (in piena campagna, all'aperto) di Lipa, inaugurato ad aprile 2020 come centro temporaneo per far fronte all'emergenza Covid.

Per mesi - fino a quando è stato dato alle fiamme - a Lipa non sono stati fatti gli allacciamenti di luce ed acqua.

Da quando i riflettori internazionali si sono spostati su Lipa, cioè dopo il rogo, i più alti funzionari europei - assieme all'OIM - stanno facendo pressione sulla Bosnia per riaprire Bira.

L'ultima in ordine di tempo è stata la commissaria agli Affari Interni, Ylva Johansson, che nel corso di un dibattito al Parlamento europeo ha dichiarato: "La struttura di Bira è stata illegalmente svuotata delle autorità locali in settembre".

"È frustrante dover montare tende e rifugi temporanei quando abbiamo una struttura vuota e perfettamente equipaggiata a soli 30km di distanza", ha aggiunto.

L'Alto Rappresentante Josep Borrell ha insistito: non si può lasciare il centro di Bira "inutilizzato" dopo che l'Unione Europea ha investito 3.5 milioni di euro per attrezzarlo.

Per mesi l'OIM ha duellato verbalmente con le autorità locali accusandole di non voler fornire un'alternativa credibile alla chiusura di Bira e di non fare nulla per attrezzare Lipa per l'inverno.

La pressione migratoria sul cantone Una Sana si è intensificata dal 2018. Negli ultimi mesi, a Bihać la popolazione ha iniziato a manifestare con picchetti fuori dai cancelli dell'ex fabbrica in protesta contro una sua eventuale riapertura.

Bruxelles contro Bihać.

"Non abbiamo nulla contro queste persone, vogliamo solo riavere la nostra pace. Per tre anni abbiamo mostrato umanità e continueremo a farlo. Va bene aiutarli ad avere un tetto sulla testa e del cibo, ma non va bene lasciarli liberi di vagare senza documenti in ogni momento, entrare nelle case della nostra gente, rubare, danneggiare o aggredire i cittadini per le strade", dice Adnan Habibija, ex membro del consiglio comunale di Bihać, intervistato da Euronews durante il suo "turno" quotidiano fuori dai cancelli di Bira.

Fuori dai cancelli di Bira nel febbraio 2020

Bira appartiene a Robot Group, azienda di un uomo d'affari di Sarajevo di nome Selver Oruč.

Le fortune di Oruč iniziano al tempo della guerra, quando gestisce il commercio di generi alimentari in una Sarajevo assediata dalla fame e dalle truppe serbe; negli anni, ha saputo coltivare ottime relazioni politiche con entrambi i principali partiti della Federazione: il Partito Socialdemocratico e quello di centro-destra, SDA.

L'OIM indica a Euronews che, quando il centro era in funzione, l'affitto pagato dall'agenzia Onu con soldi europei ai proprietari dello stabile era di 25mila euro al mese.

Gli analisti con cui Euronews ha parlato concordano sul fatto che all'Unione Europea costerebbe meno trovare soluzioni strutturali e a lungo termine, dato che quelle d'emergenza costano di più, ma al momento non esiste una convenienza politica per andare al di là delle discussioni su quale centro per migranti utilizzare.

Dietro la polemica sull'utilizzo di Bira o Lipa, ci sono almeno quattro livelli di scontro politico e istituzionale. È essenziale comprenderli, se si vuole capire perché è così difficile sbrogliare il bandolo della matassa.

Livello 1: cantoni e città bosniache, tutti contro tutti

Dopo la guerra, la Bosnia ed Erzegovina ha ereditato un sistema politico disfunzionale che riflette le sue eterne divisioni etniche. Non c'è un solo presidente, per esempio, ma una trimurti presidenziale, con un rappresentante per i bosgnacchi, uno per la minoranza croata e uno per quella serba.

Serbi e croati si rifiutano di ospitare i migranti nei loro comuni, lasciando l'incombenza dell'accoglienza ai bosgnacchi. Musulmani, come tanti dei migranti in transito in Bosnia.

Non solo: ognuno dei 10 cantoni della federazione croato-musulmana ha il potere di prendere decisioni autonome in materia e ogni tentativo di Sarajevo di ricollocare i migranti viene spento sul nascere.

Un esempio lampante lo si è avuto poco dopo l'incendio che ha distrutto parte del campo di Lipa, il 23 dicembre scorso. Il tentativo di trasferire i migranti in autobus nella città di Bradina, a 320 km di distanza, nel cantone di Neretva, è stato stroncato dalle autorità del cantone di destinazione. I migranti sono rimasti intrappolati su 19 autobus per più di 24 ore.

Il politico nazionalista Milorad Dodik - uno degli attuali presidenti della Bosnia-Erzegovina, insieme al croato-bosniaco Željko Komšić e al bosgnacco Šefik Džaferović - continua a ripetere che non permetterà mai la presenza di centri di accoglienza per migranti sul territorio governato dai serbi di Bosnia, la Republika Srpska.

"Con la sua attuale struttura costituzionale, la Bosnia non ha la capacità di affrontare crisi come questa. Una crisi che richiede una certa centralizzazione del processo decisionale", sostiene Refik Hodzic, giornalista ed analista bosniaco. "I politici serbi e croati possono fare le barricate e hanno inquadrato la cosa come un'invasione musulmana: un linguaggio, questo, usato anche in altre parti d'Europa".

E così, dal 2018 "la città di Bihać è stata lasciata da sola, a farvi fronte con le proprie risorse".

Le autorità del cantone Una Sana, poi, "hanno ripetutamente tentato di impedire l'ingresso di migranti e rifugiati nel cantone, limitando la libertà di movimento o non permettendo loro di accedere alle strutture di accoglienza", scrive la Commissione Ue in un rapporto del 2020.

Darko Vojinovic/Copyright 2019 The Associated Press. All rights reserved.
La coda per mangiare nel centro di Bira nel novembre 2019Darko Vojinovic/Copyright 2019 The Associated Press. All rights reserved.

Livello 2: Bihać contro Sarajevo

Secondo Hodzic, se da un lato c'è la gente del cantone Una Sana che ha detto "ora basta", dall'altro ci sono le autorità statali che ricevono pressioni dall'Europa "per risolvere il problema".

Il 31 dicembre 2020 il primo ministro del cantone Una Sana, Mustafa Ružnić, ha chiesto un'indagine sul comportamento del ministero della Sicurezza Nazionale, e sulla legalità della sua decisione di avallare formalmente l'utilizzo dell'ex fabbrica di Bira come centro di accoglienza migranti.

La settimana scorsa, il governo cantonale ha chiesto a Sarajevo di difendere la posizione della Bosnia a Bruxelles, sottolineando la necessità di "un approccio a lungo termine alla questione della migrazione in Bosnia", Paese alla frontiera esterna dell'Unione Europea.

L'attuale ministro della Sicurezza, Selmo Cikotić, ha dichiarato che "non spetta alle autorità locali dire all'UE cosa fare in Bosnia".

L'Unione Europea ha un atteggiamento molto arrogante e coloniale nei confronti della Bosnia ed Erzegovina. Gioca sulla debolezza della Bosnia, ordinandole cosa fare
Refik Hodzic
Giornalista e analista di Prijedor

Livello 3: UE contro la Bosnia ed Erzegovina

Una portavoce della Commissione Europea, Ana Pisonero, indica ad Euronews che la UE ha stanziato per la Bosnia ed Erzegovina 89 milioni di euro di aiuti per fronteggiare la crisi migratoria. Questa somma include 75,2 milioni di euro dal cosiddetto strumento di preadesione (IPA) all'Unione Europea, oltre a 13,8 milioni di euro per l'assistenza umanitaria.

La Bosnia ed Erzegovina ha fatto domanda di adesione alla UE nel febbraio 2016.

I fondi IPA sarebbero destinati al rafforzamento delle istituzioni bosniache e alla cooperazione transfrontaliera con gli stati membri dell'UE. Dovrebbero andare, insomma, alla Bosnia affinché possa migliorare il suo meccanismo di funzionamento statale.

Tuttavia, come dice Pisonero, questi soldi vengono utilizzati per "affrontare i bisogni essenziali di rifugiati e migranti", e finiscono per coprire i costi dei vari centri di accoglienza.

I milioni di euro stanziati da Bruxelles non vengono allocati direttamente alle istituzioni bosniache ma all'OIM, che da giugno 2018 ha ricevuto quasi 77 milioni di euro, dei quali 75 milioni provenienti dall'IPA.

All'Organizzazione Internazionale per le Migrazioni, l'Unione Europea chiede anche di supportare le autorità bosniache a "rafforzare il controllo e la gestione delle frontiere", con un budget di 5 milioni di euro addizionali.

"Purtroppo, la Bosnia è completamente dipendente dall'Unione Europea per la sua stabilità politica ed economica, e la vede come la luce alla fine del tunnel", dice Refik Hodzic. "Nessun politico a Sarajevo oserebbe dire alla UE: bisogna affrontare questo problema non solo attrezzando un campo con delle tende, ma in modo più ampio, insieme".

Secondo Hodzic, "l'Unione Europea ha un atteggiamento molto arrogante e coloniale" in questa vicenda. "Borrell dice, fondamentalmente: vi abbiamo dato parecchi milioni di euro, e questo problema deve essere risolto. Adesso".

"In realtà, però, la Bosnia sta soffrendo le conseguenze delle politiche europee di militarizzazione delle frontiere e respingimento dei migranti. La UE gioca sulla debolezza della Bosnia, ordinandole cosa fare".

Una delle soluzioni, secondo l'analista, sarebbe quella di presentare "una chiara strategia decennale", magari "creando corridoi dove i funzionari europei possano entrare, elaborare le richieste d’asilo presentate da profughi e migranti senza ostruzionismi da parte dei politici serbi e croati".

Peter Stano, portavoce per gli affari esteri e la politica di sicurezza della Commissione europea, ha avvertito che se la Bosnia-Erzegovina non sarà in grado di soddisfare le richieste europee, adempiendo ai suoi obblighi internazionali per risolvere la crisi nel campo di Lipa, "ci saranno conseguenze" per le sue aspirazioni ad entrare nell'Unione Europea.

L'ambasciatore UE in Bosnia, Sattler, ha anch'egli lamentato la chiusura di Bira. "8mila migranti in tutta la Bosnia è una cifra che potrebbe essere gestita, soprattutto quando sono i partner internazionali come la UE a pagare i conti".

Molti a Bruxelles pensano che le autorità locali non abbiano la volontà politica di fare neanche il minimo passo per risolvere i problemi. Come, per esempio, assicurare elettricità a un centro di accoglienza.

"Abbiamo un centro chiamato Borici, a Bihać, che aveva bisogno di elettricità. Abbiamo pagato in anticipo la compagnia elettrica, ma ci è voluto un anno per avere 30 metri di cavo elettrico", afferma Peter Van der Auweraert dell'OIM. "Cè quindi una certa riluttanza da parte dei donatori internazionali a pompare denaro in un sistema che potrebbe non risolvere i problemi, o che ci mette un'enorme quantità di tempo".

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Migranti si scaldano come possono a Lipa il 30 dicembre 2020Kemal Softic/Copyright 2020 The Associated Press. All rights reserved.

Livello 4: Bosnia ed Erzegovina contro l'OIM

Anche l'OIM è finita sul banco degli imputati per la sua gestione di tutta questa crisi.

L'organizzazione internazionale aveva deciso di "ritirarsi" dal campo di migranti di Lipa in protesta contro le autorità locali. Nello stesso giorno, il 23 dicembre, il campo ha preso fuoco.

La decisione dell'OIM è nata dalla frustrazione per l'incapacità delle autorità locali di allacciare il campo a luce a acqua calda e potabile. L'agenzia delle Nazioni Unite ha spesso alzato la voce per lamentare le condizioni precarie e pericolose in cui i migranti si sono trovati costretti a vivere in questa collina tra i boschi.

"Per diverse ragioni, soprattutto politiche, il campo non è mai stato collegato alla rete idrica o elettrica principale, e non è mai stato attrezzato per l'inverno. E ora, dopo questo incendio, non lo sarà mai", ha scritto OIM in un comunicato, quel giorno.

Il sindaco di Bihać, Šuhret Fazlić, ha una versione diversa. Da giugno 2020, dice, nessuno si è fatto sentire dopo che il comune ha presentato i preventivi per i necessari allacciamenti di acqua potabile e impianti elettrici (circa (380mila euro). Le casse della municipalità non hanno soldi a sufficienza per effettuare i lavori, e per questo in estate ha chiesto aiuto a tutti gli interessati, OIM inclusa. Da allora, dice, silenzio.

"Abbiamo speso, insieme al governo del Cantonale, circa 250mila euro per preparare il sito per il campo di Lipa. La UE e USAID (Agenzia degli Stati Uniti per lo sviluppo internazionale, n.d.R.) ci hanno messo oltre di un milione di euro in più. Non ha senso che OIM abbia deciso di chiudere Lipa".

Hodzic definisce l'atteggiamento dell'OIM "assolutamente strabiliante".

"L'OIM ha abbandonato il campo di Lipa a causa di una sfida alla città di Bihać. Un modo di fare pressione per utilizzare la struttura [di Bira], nel centro della città. Come si fa ad abbandonare così la gente, in pieno inverno?", si chiede l'analista bosniaco.

"Trovo offensivo insinuare che abbiamo abbandonato i migranti. Naturalmente, avevamo un piano B", risponde Van der Auweraert. "Abbiamo aumentato la nostra assistenza umanitaria per le persone che dormono all'aperto, con temperature che arrivano a -25°C. Abbiamo avvertito e implorato le autorità per mesi, ma alla fine possiamo solo agire sulla base di quanto decidono le autorità".

Da un lato, quindi, sia OIM che Sarajevo danno la colpa alle autorità locali. Dall'altro, a Bihać dicono di non avere soldi a sufficienza.

Lo scontro OIM-Bosnia assume connotati grotteschi quando si sposta sulla questione trasparenza nell'uso dei fondi dell'UE.

Sia Bihać che i politici del cantone hanno lanciato l'allarme sull'opacità nella gestione dei fondi europei. Passaggio dopo passaggio, lamenta il sindaco di Bihać, a valle, ovvero in città, i soldi non arrivano.

L'OIM si sottopone a periodiche revisioni contabili e fa notare che ogni mese presenta rendiconti finanziari alle autorità federali e alla delegazione UE in Bosnia. Per quanto assurdo possa sembrare, però, alcuni politici a Sarajevo negano di aver mai visto questi rendiconti.

Il ministro della sicurezza, Selmo Cikotić, dovrebbe essere il primo a riceverli, per poi girarli al Tesoro, ma in TV ha dichiarato: "Non ricordo di aver visto nessuno di questi rendiconti finora. Ma in questi ultimi mesi, ci sono state così tante priorità, così tante questioni urgenti, che non sono arrivato al punto di occuparmi di quei fondi". Zoran Tegeltija, presidente del Consiglio dei ministri bosniaco, ha affermato: "Abbiamo controllato con il Ministero delle Finanze, non abbiamo trovato questi rendiconti".

"Il Ministero della sicurezza estrae dei segmenti dal rapporto completo e li invia al Ministero delle finanze, non invia il rapporto completo. Non dobbiamo presentare un rapporto completo", ha detto Edita Selimbegović, portavoce OIM, in un'intervista. Si tratta di "rendiconti lunghissimi", ha aggiunto, che vengono esaminati in dettaglio dalla UE con audit regolari.

"È importante sottolineare che controlliamo molto attentamente come vengono spesi i fondi", ha ribadito l'ambasciatore europeo in Bosnia, Sattler.

Sul campo, L'OIM si avvale della cooperazione di varie organizzazioni come UNHCR, Unicef, Unfpa, Danish Refugee Council e la Croce Rossa locale. I magistrati bosniaci hanno avviato un'indagine per stabilire le responsabilità del rogo di Lipa. L'OIM stima che nell'incendio l'organizzazione abbia subito danni per 400-450mila euro.

Euronews ha chiesto un'intervista al primo ministro del cantone Una Sana ma non ha ricevuto risposta.

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A piedi, di notte tra i bochi, nei pressi di Velika Kladusa, altro punto di confine con la CroaziaKemal Softic/Copyright 2021 The Associated Press. All rights reserved.

I migranti non vogliono restare in Bosnia, e la Bosnia non può far fronte alle richieste di asilo

Sono circa 900 i migranti oggi alloggiati nelle tende militari riscaldate allestite nel campo di Lipa, a 25 km da Bihać.

Come ha sottolineato più volte L'OIM, queste persone sono solo in transito. Non vogliono restare in Bosnia ed Erzegovina.

Ma, anche se volessero, avrebbero molte difficoltà ad accedere alla procedura di richiesta asilo o protezione internazionale.

Nel 2019, stima UNHCR, a fronte di un 95% di migranti che ha espresso "l'intenzione di chiedere asilo" (un primo passo formale previsto dalla legge bosniaca), meno del 3% degli oltre 29mila arrivi irregolari è stato registrato come richiedente asilo. Poco più di 700 persone.

Nell'ottobre 2020, sono stati oltre mille gli ingressi irregolari in Bosnia, ma appena 11 le richieste di asilo. Inutile dire che la pandemia ha reso ancora più difficile per i migranti accedere al servizio.

La Commissione Ue scrive in un rapporto che in Bosnia ed Erzegovina ci sono "seri ostacoli per garantire un effettivo accesso alle procedure di asilo. [...] Il Settore per l'Asilo del Ministero della Sicurezza ha risorse umane e capacità operative molto limitate, con solo quattro impiegati che lavorano alla registrazione e alla valutazione delle richieste di asilo".

A Bihać, come ha sottolineato il premier Ružnić, il servizio per gli stranieri può contare solamente su 5 ispettori.

Questi numeri suggeriscono che la stragrande maggioranza dei migranti in Bosnia sia presente sul territorio in maniera irregolare.

Se da un lato la UE chiede alla Bosnia ed Erzegovina di intensificare i suoi sforzi, legalmente il paese non avrebbe obblighi verso la maggior parte di questi migranti - al di là di quelli garantiti dai trattati e dalle convenzioni internazionali, che proteggono i loro diritti umani fondamentali e la loro dignità di persone.

I campi come Lipa "non sono fatti per risolvere la situazione delle migrazioni irregolari, ma per essere certi che i migranti siano trattati umanamente, e per fare in modo che la pressione sulla popolazione locale sia la minore possibile", sottolinea Van der Auweraert di OIM.

Sono più o meno 70mila i migranti arrivati in Bosnia dal gennaio 2018. Nel cantone Una Sana ce ne sono ancora 1.500 all'incirca che vivono in alloggi abusivi, all'aperto o nei tanti edifici abbandonati della zona,e che si aggiungono ai circa 3000 ospitati nei dei centri di permanenza gestiti da OIM con fondi UE.

Nella regione, l'OIM gestisce altri tre centri: "Borići" e "Sedra", per famiglie con bambini (ciascuna struttura ospita circa 400 persone) e infine "Miral", che ospita un migliaio di uomini adulti.

Stanno tutti aspettando di provare il "Game", l'attraversamento del confine croato che aprirebbe loro le porte dell'Europa.

Ci sono intere famiglie con bambini piccoli che vivono in case abbandonate o nei boschi, all'addiaccio.

In una gelida mattina di gennaio abbiamo incontrato una famiglia lungo una strada che porta al confine. Mamma, papà, figlio e passeggino con all'interno un bimbo piccolo. Aveva appena iniziato a nevicare.

"Ci hanno portato nei campi dell'OIM in città, ma non ci vogliamo restare", dice la donna. "Vogliamo andare in Germania".

Il giorno prima, erano stati respinti dalla polizia croata e hanno dovuto camminare per 15 km per tornare al loro rifugio di fortuna. Preferiscono passare la notte in una casa in rovina a due ore da Bihać, in un villaggio fantasma, piuttosto che in un alloggio ufficiale finanziato dall'Europa. Così facendo, sono più vicini al confine e possono provarci nuovamente.