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"Cristo si è fermato a Rio": il Brasile delle favelas, raccontato da Matteo Gennari

Veduta parziale della favela Rocinha.
Veduta parziale della favela Rocinha. -
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Foto di Gianluca Uda
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Andiamo alla scoperta del Brasile, visto da "dentro", grazie a Matteo Gennari, un italiano che da 16 anni vive in Brasile, però non nella "fetta turistica" amata da noi stranieri, fatta di sole, musica, futbol e mille luoghi comuni.
Infatti, nel suo libro "Cristo si è fermato a Rio" (Unicopli) - che fa parte della collana "La porta dei dèmoni", curata da Flavio Santi - Matteo Gennari ci racconta il "vero" Brasile, almeno quello che sta vivendo lui, con quello che ama di questo paese e con ciò che non gli piace affatto.

Matteo Gennari, 44 anni, insegna italiano (Laurea in Lettere a Milano).
Insegna privatamente in case, aziende, bar...
Ha collaborato anche con l'Università Cattolica di Rio de Janeiro (PUC Rio) e con l'Istituto Italiano di Cultura.

"Cristo si è fermato a Rio" è composto da 46 brevi racconti, 46 momenti di vita tra realtà e immaginazione nella Favela Rocinha, territorio "governato" da bande di narcotrafficanti e miliziani in perenne guerra.

Con questa intervista, grazie a Matteo Gennari, ne sapremo di più su questo grande paese sudamericano. Per certi aspetti, molto legato all'Italia.

"Un paese pieno di contraddizioni"

- Com'è questo Brasile, passato in pochi anni da Lula a Bolsonaro, in espansione economica (ancora?) ma ancora paese cosi pieno di contraddizioni e cosi pericoloso?

"Il Brasile non è in espansione economica già da qualche anno. La crescita si è ridotta a percentuali molto vicine allo zero, ci sono molti disoccupati, sintomatico del tema disoccupazione è la proliferazione di autisti/autiste Uber: in molti si sono riciclati, hanno scaricato l'applicazione nel cellulare e vivono scarrozzando passeggeri (nonostante la violenza) di qua e di là.

Il Brasile è pieno di contraddizioni, lo era anche quando sono arrivato io (nel 2003, durante il primo governo Lula). Pochi molto ricchi e moltissimi molto poveri a stretto contatto (soprattutto a Rio de Janeiro, dove vivo). I contatti creano situazioni belle e interessanti, fonte di grande ispirazione per me; io amo frequentare persone di tutte le classi sociali e cercare di capirne i valori/disvalori anche quando non li condivido e a Rio ho la possibilità di muovermi rapidamente senza grossi traumi tra una classe sociale e l'altra.

Foto di Lorenzo Moscia
Rio de Janeiro, Brasile. Rocinha è la più grande favela del Brasile.Foto di Lorenzo Moscia

Il bello e il brutto del Brasile

Per intenderci: in una stessa giornata mi è possibile visitare una alunna che vive in un attico da cinquecento metri quadrati nella via più cara della città davanti al mare e passare il resto della giornata in favela con un amico che vive in una stanza che condivide con tre fratelli: i due locali si osservano a debita ma non molta distanza, dalla finestra della milionaria si vede la favela, si vedono le casettine che serpeggiano sulle pendici della collina.
Allo stesso tempo, però, queste frizioni così frequenti tra ricchi e poveri, spesso tra ricchi bianchi e neri poveri, creano conflitti e violenze.

Il bello del Brasile che ho conosciuto io era/è la capacità di adattarsi a queste situazioni limite. Ho conosciuto moltissimi brasiliani e brasiliane che hanno imparato quest'arte e non si fanno distruggere dal peso delle contraddizioni, ma cercano di viverle il più serenamente possibile, cogliendone il lato buono, che è la capacità di accettazione, la solidarietà, l'aiuto reciproco (caratteristica morale di molti abitanti delle favelas e non solo).

"Il brutto del Brasile è il sottile razzismo sociale (dei ricchi verso i poveri e a volte dei poveri verso i ricchi) e anche razziale, anche se velato (qui avere comportamenti apertamente razzisti per strada è un crimine punibile con salate multe o il carcere)".
Matteo Gennari
autore di "Cristo si è fermato a Rio"

Diciamo che ultimamente, cioè a partire dalla vittoria prima all'interno dei pensieri della gente e dei movimenti sociali nazionalisti - non è stata un caso, non è stato un fulmine a ciel sereno - e poi alle urne di Jair Bolsonaro, il lato meno tollerante, più radicalmente nazionalista, di estrema destra è al potere. E per me, che sono sempre stato di sinistra, non è una bella cosa.

Foto di Gianluca Uda
Un'uomo guarda la fogna, a cielo aperto, che attraversa e divide la comunità.Foto di Gianluca Uda

"Il caso o il destino hanno scelto il Brasile come mio paese di adozione"

- "Cristo si è fermato a Rio" o piuttosto "Matteo si è fermato a Rio"? Una scelta di vita... Come la spiega - nel caso fosse necessario spiegarla - dopo un po' di tempo dall'averla fatta?

Io me ne sono andato da una situazione che era diventata insostenibile. Giorgio Politi, uno dei curatori della collana "La porta dei dèmoni" (Unicopli), della quale fa parte il mio libro, la mia raccolta di racconti, l'ha definita nella quarta di copertina un "indefinibile male oscuro" e forse ha ragione, nel senso che la vita che vivevo a Milano, le scelte che avevo fatto, i lavori che facevo non mi piacevano più, non mi interessavano più, non mi appartenevano più.
Probabilmente sarei potuto andarmene da qualsiasi parte, l'importante era partire, era viaggiare, era cambiare. Il caso o il destino hanno scelto il Brasile, nel senso che l'idea di un viaggio in Brasile non è stata mia, ma di un amico di Pesaro. Lui poi, dopo la nostra vacanza, è tornato, io ho deciso di restare. Avevo 28 anni, potevo permettermi di prendere una decisione drastica, unica, estrema (anche se credo che una decisione come la mia si possa prendere a qualsiasi età).

Ancora oggi penso che il Brasile sia stato il caso o il destino a sceglierlo come mio paese di adozione. E, nonostante tutto, non mi sono pentito di questa scelta, anzi, se da allora ho vissuto 16 anni di lotte, conquiste, cadute, sofferenze, dolori, amori, lo devo a quella scelta. Avevo bisogno di andarmene, era necessario, era arrivato il momento di andarmene. Tutto qui.

Questa storia, cioè la parte italiana della mia vita, l'infanzia e adolescenza tra Pesaro e Milano, fino alla partenza dall'Italia le ho descritte in un romanzo intitolato "Il fumo della pipa va lontano" di cui recentemente ho pubblicato la versione audiolibro per l'editore "Recitar Leggendo" di Perugia.

Foto di Gianluca Uda
Notturna.Foto di Gianluca Uda

"La favela Rocinha non è diversa da nessun'altra periferia"

- Com'è la realtà delle favelas? La favela Rocinha, la più grande del Brasile, è cosi umanamente diversa delle banlieu europee?

No, la favela Rocinha non è diversa da nessun'altra periferia. Ciò che io e molti stranieri cerchiamo e troviamo in favela è quell'antica e sacra capacità, tipica ad esempio dell'Italia dei miei nonni pesaresi, di aiutarsi a vicenda, di sostenersi perché uniti da una comune avversità che è la povertà, la mancanza di risorse, l'assenza o la scarsa presenza dello Stato (che, quando può, entra sparando).
La capacità di unirsi contro, chiamiamolo così, un Fato avverso è tipica anche delle periferie europee, perlomeno di quelle che ho avuto modo di conoscere (penso a qualche quartiere napoletano).

"Simile alle periferie europee è l'estrema vitalità degli abitanti della favela, la creatività nell'adeguarsi alle difficoltà quotidiane, nell'inventarsi modi per superarle".
Matteo Gennari
autore di "Cristo si è fermato a Rio"

Io ho imparato molto dai miei amici brasiliani poveri. Ho imparato principalmente ad affrontare le difficoltà usando l'estro, l'intelligenza, cercando risorse interiori che non pensavo di avere e smettendola di crogiolarmi nel dolore, nell'eterna arte del lamento che era/è tipica di una parte nemmeno tanto nascosta dell'anima di noi italiani, è una caratteristica nostra con la quale sempre dobbiamo e dovremo avere a che fare. Ecco, la favela mi ha insegnato come gestirmi la tendenza al lamento e alla depressione.

Foto Gianluca Uda
Un bambino gioca in una delle piazzette della Rocinha.Foto Gianluca Uda

"Nessun Bolsonaro riuscirà a distruggere il Brasile"

- Rimane qualcosa del Brasile dei nostri sogni o è meglio non visitarlo per non rovinarci il sogno?

Il Brasile è ancora un paese dei sogni per il semplice fatto che i brasiliani (io credo i latino-americani in generale) hanno la tendenza a vivere la realtà come fosse un sogno, hanno la tendenza a proiettare il sogno sulla realtà. Basta pensare alla letteratura latino-americana, a "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez o a "Viva il popolo brasiliano" di João Ubaldo Ribeiro, alle opere di Machado de Assis o anche di quel grandissimo poeta che è João Cabral de Melo Neto.

I paesaggi brasiliani rimangono ancora mozzafiato e io penso a Dio tutte le volte nelle quali vado a correre sul lungomare di Copacabana e osservo l'orizzonte, gli hotel e la strada con quella curva ad onda, e poi il mare, immenso, imperiale, le barche in lontananza e le favelas sullo sfondo. E' incredibilmente bello, e continua tale e quale. Nessun Jair Bolsonaro riuscirà a distruggere tutto questo... Almeno spero!

Matteo Gennari con la maglia dell'Italia sulla spiaggia di Copacabana.