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Salari bassi e povertà: viaggio nel cuore dell'industria tessile in Bulgaria

Salari bassi e povertà: viaggio nel cuore dell'industria tessile in Bulgaria
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In fila, ogni giorno, per andare a lavoro: quei piedi, che percorrono quotidianamente lo stesso tragitto, appartengono a Kostadin e Angel, a Elena e Elka. Fanno parte dell'esercito di lavoratori tessili dell'Europa dell'Est: sono davvero tanti e fanno un'enorme fatica per pochi soldi.

Il settore dell'abbigliamento è costantemente sotto la pressione dei produttori low cost in Africa, Asia e Turchia. C'è dunque ancora una possibilità di sopravvivenza per i siti produttivi dell'Europa dell'Est? Che cosa succederà a quelle migliaia di dipendenti che lavorano in fabbriche spesso situate in regioni strutturalmente deboli?.

Hans von der Brelie, giornalista di Euronews, ha cercato di capire come si vive nella Bulgaria operaia: "Sono le 5.30, è mattina presto, siamo in Bulgaria di fronte a una delle più grandi fabbriche di abbigliamento. Mentre in Bangladesh i lavoratori sono in sciopero per un salario migliore, qui la gente continua a lavorare, anche se non ottiene molto di più ".

Molti marchi internazionali hanno esternalizzato la loro produzione in Romania e Bulgaria. La fabbrica di abbigliamento, Pirin-Tex, produce principalmente per conto di Hugo Boss. I lavoratori sono veloci: hanno bisogno di cinque secondi per orlare la gamba di un pantalone. La capacità produttiva è di 1 milione di capi all'anno. I lavoratori si lamentano della forte pressione. Euronews ha ricevuto da INSIDER l'informazione che solo 11 dei 1800 dipendenti soddisfano pienamente la quota richiesta.

Mariyana Georgieva, manager di Pirin-Tex, supervisiona la sala di controllo e fissa il carico di lavoro giornaliero. "Con il sistema digitalizzato - dice Georgieva - controlliamo l'intero processo di produzione. È il miglior sistema che abbiamo mai avuto. Con i tablet abbiamo la possibilità di controllare tutto: ogni singola attività, il tempo necessario alla sarta per eseguire un compito specifico, il metodo utilizzato. Abbiamo il pieno controllo della situazione".

Gotse Delchev è il cuore dell'industria dell'abbigliamento bulgara: una cittadina nel sud del Paese che prende il nome dal rivoluzionario Gotse Delchev, ribelle balcanico dell'inizio del XX secolo. Il team di Euronews ha incontrato i lavoratori della fabbrica Pirin-Tex nella sede del loro sindacato: tutti hanno manifestato stanchezza e indignazione a causa della bassa retribuzione.

Kostadin Draginov, capo del sindacato dei lavoratori, in fabbrica illustra le cifre: "In media, gli operai in fabbrica possono portare a termine in tempo il 60% dei compiti richiesti. A seconda della loro anzianità, il salario netto medio è compreso tra i 650 e i 700 leva, tra i 320 e 350 euro".

Al centro delle riunioni al sindacato c'è dunque il salario basso a fronte di una pressione che invece cresce costantemente. "Ci chiedono un impegno sempre maggiore", dice Elena Marvakova, lavoratrice tessile, che aggiunge: "I politici bulgari hanno fatto le leggi per gli esseri umani o per i robot? Lavoriamo senza sosta: con questo sistema (a cottimo), il nostro datore di lavoro ha legalizzato una sorta di lavoro forzato".

Anche Angel Stankov lavora in fabbrica e non riesce a chiudere il mese: "Mio padre e mia madre vivono e lavorano all'estero - racconta Angel - hanno lasciato la Bulgaria una ventina di anni fa. Ma ancora oggi, alla mia età, si sentono obbligati ad aiutarmi e sostenermi: pagano la metà di tutte le mie spese qui in Bulgaria, in modo che io possa vivere una vita normale".

Elka Karaylieva prova invece a fare un paragone con gli emolumenti percepiti in altri Paesi: "Penso che i nostri colleghi dell'Europa occidentale riderebbero a sentir parlare di ciò che guadagniamo. Non ci crederebbero. Ma siamo cittadini europei di seconda classe? Siamo cattivi sarti? Mangiamo meno dei nostri colleghi che vivono nell'Europa occidentale?".

Secondo il sindacalista Kostadin, "la Bulgaria soffre di un grave paradosso. Cerchiamo di allontanarci dai salari bassi, scappiamo dalle nostre cattive condizioni di vita e ci dirigiamo all'estero per lavorare nel Regno Unito, in Francia o altrove. Ma nessuno dall'estero vuole venire da noi per lavorare e, se un imprenditore straniero vuole investire in Bulgaria, non trova abbastanza forza lavoro. Ora c'è una reale mancanza di manodopera".

Circa 20.000 persone vivono a Gotse Delchev. Compresi i villaggi vicini, il comune amministra la vita quotidiana di circa 40 000 abitanti. Il sindaco della città racconta a Euronews che 2500 persone lavorano effettivamente all'estero, soprattutto nell'Europa occidentale, nei settori dell'agricoltura e dell'edilizia, come badanti e nel settore dell'assistenza. Galina Georgieva, ad esempio, ha recentemente lasciato la città: a Londra cuce maglioni a buon mercato anziché abiti griffati. La sua famiglia è tornata in Bulgaria. Il team di Euronews l'ha raggiunta tramite una connessione Viber, tra Bulgaria e Regno Unito, per sentire il suo racconto.

"Dober Vetcher (buonasera), Galina, piacere di parlare con te. Ho una domanda semplice: perché hai lasciato la Bulgaria?".

"Mi sentivo come una macchina, davvero come una macchina. Tornavo a casa dal lavoro, mangiavo, dormivo tre o quattro ore. Mi sono sentito spezzata, come se un'enorme roccia mi avesse piegato la schiena".

Galina non ha retto allo stress: percepiva dai 260 ai 280 euro. A Londra guadagna 1800 euro al mese. Racconta che in Bulgaria il suo datore di lavoro non credeva al fatto che si fosse ammalata, anche se - per continuare ad andare avanti - ha dovuto affidarsi ai farmaci. Piange mentre si racconta e ripete: "Là in Bulgaria, il carico di lavoro era eccessivo".

Eppure - dicono sul fronte opposto - è tutto nella norma. Uno dei principali clienti di Pirin-Tex, Hugo Boss, invia missioni di controllo a Gotse Delchev. La procedura avviata si chiama "audit sociale" e i risultati sono buoni, ha detto la direzione di Pirin-Tex a Euronews. L'azienda gode di una buona reputazione in Bulgaria: le condizioni di lavoro altrove sono peggiori.

Viden Kinevirski conosce ogni singola macchina. Era uno di quei 25 giovani ingegneri che hanno aiutato ad allestire l'impianto di produzione. Fu assunto da Bertram Rollmann, un imprenditore tedesco che ha deciso di investire all'Est.

Kinevirski ripercorre le tappe dell'azienda: "All'inizio degli anni '90, la fabbrica era ancora in Grecia. L'imprenditore, il signor Rollmann, ha cercato un sito alternativo, perché a quel tempo i costi di vita e di produzione erano molto aumentati in Grecia, mentre qui in Bulgaria erano bassi. Tutti sanno qual è la tendenza nell'industria dell'abbigliamento: i siti produttivi si spostano da Paesi con costi elevati ad altri con costi bassi".

Pirin-Tex è stata costruita sui resti di una fabbrica di radio. Quando Rollmann ha investito, è stato accolto a braccia aperte. L'economia bulgara stava crollando e la produzione di indumenti era vista come una via d'uscita dalle difficoltà. Nel giro di pochi anni, il numero di lavoratori è cresciuto: gli addetti sono saliti a 3500. Nel 1922 il nonno di Rollmann avviò una sartoria artigianale in Germania. La loro prima fabbrica ha aperto nel 1965. In seguito la produzione fu trasferita in Grecia, e poi in Bulgaria.

Il proprietario di Pirin-Tex, Bertram Rollmann, illustra le sue ragioni: "I profitti realizzati dalle aziende del settore dell'abbigliamento sono troppo bassi per consentire loro di pagare molto i dipendenti. Di conseguenza - dice - da tre anni le persone emigrano: in media circa 600 persone all'anno hanno lasciato la nostra azienda per recarsi principalmente nel Regno Unito, in Germania, in parte in Svezia, anche in Spagna. I produttori (con sede in Bulgaria, come la nostra azienda) ottengono dal cinque al sette per cento circa del prezzo al dettaglio. Non è abbastanza, in realtà. Si tratta di una quota talmente piccola che le persone che lavorano nella produzione, in Bulgaria, in Romania, Serbia, Macedonia o Albania, non possono costruirsi una vita decente. Da un lato - precisa Rollmann - i marchi internazionali insistono con noi sul fatto che gli standard internazionali, diciamo europei, dovrebbero essere rispettati e implementati, per quanto riguarda le condizioni sociali di lavoro. Ma gli stessi marchi non vogliono pagare per il soddisfacimento dei requisiti necessari".

Il proprietario di Pirin-Tex, Bertram Rollmann

Dal 1990 circa 1,5 milioni di bulgari hanno lasciato il loro paese d'origine. La popolazione si è ridotta in maniera massiccia. In Bulgaria rimangono solo sette milioni di persone, ma l'esodo continua.

Kostadin, il leader sindacale locale di Podkrepa, e sua moglie, Zorka Guleva, hanno fatto una scelta di vita: stanca delle condizioni di lavoro stressanti, Zorka ha lasciato Pirin-Tex. Come sarta indipendente non guadagna molto di più oggi, ma almeno riesce a seguire il proprio ritmo di lavoro. Kostadin lo ribadisce: il nuovo sistema di controllo in fabbrica non va bene, è basato sul lavoro a cottimo e a tempo e spinge gli operai a lavorare sempre più velocemente. Quindi la gente si deprime, perde la motivazione e pensa di lasciare la fabbrica. La moglie Zorka sostiene che il nuovo metodo non sia efficace: non è possibile - dice - aumentare davvero la produttività in questo modo. Tutto questo meccanismo serve solo a controllare i dipendenti.

La gente del posto non riesce a vivere del proprio salario e dipende dai soldi extra che si ottengono vendendo frutta e verdura, o dalla coltivazione del tabacco, che appartiene però soprattutto al passato.

"In inverno serve una casa calda - spiega Kostadin - per questo motivo, ho bisogno di circa 600 euro per tutta la stagione invernale. Sono due mesi di stipendi che devo mettere da parte, solo per il riscaldamento. Dopo di che non rimangono molti soldi. Bisogna anche pagare l'elettricità: questo equivale ad altri 50 euro da mettere da parte. Se vuoi offrire un'istruzione ai tuoi figli, se vuoi mettere da parte qualcosa, se vuoi andare in vacanza a volte, con lo stipendio della fabbrica come unico reddito è impossibile. Con gli alberi da frutto spero di avere i soldi per pagare l'istruzione ai miei figli. Gli alberi da frutto sono la mia assicurazione sulla vita, in qualche modo".

La Bulgaria è lo Stato membro dell'UE con il salario minimo più basso. In gennaio c'è stato un aumento del 10% : da 261 euro al mese a 286 euro, ancora al di sotto della vicina Romania con un salario minimo di circa 440 euro e lontano dai 1500 euro (lordi) pagati in Francia.

Ivan Dushkov, 20 anni, ha appena firmato il suo primo contratto di lavoro. Finora si è guadagnato da vivere riparando computer di amici. Ora è il custode della palestra della città. "Non è facile trovare un lavoro ben pagato in Bulgaria. Mi sono diplomato alla scuola professionale insieme ad altri 25 compagni di classe, specializzati in tecnologia informatica. Ma non abbiamo trovato quello che cercavamo, nessuno ha avuto un lavoro ben pagato nel settore IT". Così, alla fine, Ivan si è arreso e ho accettato un contratto da custode. "Almeno qui le emozioni sono alte quando si giocano le finali di pallamano", spiega il ragazzo che ha ottenuto il suo lavoro - pagato a livello di salario minimo - grazie a un programma europeo a sostegno dell'occupazione giovanile.

"La Bulgaria - dice Ivan - è il Paese più povero dell'UE. Si guadagna un euro all'ora, significa dieci euro al giorno. In Germania o in Francia dieci euro è quello che si percepisce per ogni ora. Quello che qui si ottiene in un giorno di lavoro, in Europa occidentale si guadagna in una sola ora. In Bulgaria - aggiunge - è semplicemente impossibile lasciare la casa di famiglia, una volta terminata la scuola. Come trovare un posto per te quando anche i tuoi genitori guadagnano solo il salario minimo? È impossibile".

Per fortuna, Ivan è un non fumatore e risparmia così un bel po' di soldi. Gli piacciono i Metallica, Shakira, la musica pop bulgara e gli piacerebbe viaggiare, ma non può permetterselo. La maggior parte dei bulgari va pazza per i biglietti della lotteria. Anche a Ivan piacciono, ma i soldi sono pochi. Di solito compra i biglietti solo due volte all'anno: il giorno del suo compleanno e a Capodanno. "Se vincessi ora - sogna il ragazzo - comprerei sicuramente un'auto nuova e vorrei fare il giro del mondo alla scoperta degli antichi luoghi dei Paesi arabi".

Il team di Euronews ha anche incontrato il sindaco di Gotse Delchev. Da quando la Bulgaria ha aderito all'Unione Europea, il comune ha ricevuto circa 50 milioni di euro per il miglioramento delle infrastrutture (strade, scuole e ospedale). Vladimir Moscov chiede ulteriori fondi europei per sostenere le piccole e medie imprese della città. Come membro del partito socialista si oppone al governo di destra del paese.

"C'è un problema che riguarda molti Paesi che hanno aderito all'Unione Europea di recente. Si tratta del nodo dei bassi salari. Tutto il possibile deve essere fatto per aumentare gli stipendi in queste regioni e in questi Paesi. Abbiamo bisogno di una rivoluzione dei redditi. Questo tipo di cambiamento rallenterebbe la migrazione interna in Europa. Se riuscissimo a innescare la rivoluzione dei redditi, la gente rimarrebbe in Bulgaria e potremmo raggiungere il livello di vita dell'Europa occidentale".

I bassi salari si traducono in pensioni basse. Molti bulgari in pensione vivono in povertà.

Atlaza Shtereva, 80 anni, ha iniziato a lavorare a quindici anni. Per prima cosa si è occupata di piantare alberi. Una volta sposata, lei e il marito sono andati in Unione Sovietica dove la donna ha lavorato come cuoca. Tornata a casa in Bulgaria, ha trovato lavoro in una fabbrica di indumenti che produceva cerniere. Lì è rimasta fino alla pensione. Quando fa la spesa, Atlaza compra alimenti base e acquista con un occhio sempre attento alle offerte speciali.

La "nonna della chiesa": così è chiamata Atlaza nel quartiere che, siccome è brava a fare i conti, aiuta a tenere la contabilità in parrocchia. I suoi nipoti sono all'estero: uno vive in Spagna, l'altro in Francia. Ma i suoi due figli sono ancora in Bulgaria.

"Quando ritiro la mia pensione, 150 euro, ne devo pagare circa 50 euo per la bolletta dell'elettricità e le medicine. Questo significa che ho appena 100 euro, fino alla fine del mese, per le spese giornaliere. Quando guardo le vetrine vedo un sacco di merce che non posso permettermi di comprare. Fortunatamente, i miei figli mi aiutano. Senza questo sostegno - dice - non potrei sopravvivere. Sono povera come un topo di chiesa: grazie ai miei figli ho un po' di riscaldamento così non mi ammalerò. Sono loro che mi comprano la legna per riscaldare la casa".

Atlaza ha sempre votato e attende con ansia le elezioni europee. Anche se la sua è sempre stata una vita di sacrifici. La sua pensione non le permette neppure di variare l'alimentazione:

"Non posso permettermi di comprare salsicce e carne. Mi piace il prosciutto ma non lo posso comprare".

Le domande sono dunque legate al futuro dell'industria tessile dell'Europa dell'Est e al miglioramento delle condizioni salariali dei lavoratori. L'ipotesi di imporre delle tariffe per tenere lontani gli indumenti prodotti al di fuori dell'UE non piace all'imprenditore, Rollmann: il protezionismo - sostiene - alimenta solo la corruzione e gonfia i prezzi. La sua prospettiva è cupa: i produttori tessili bulgari e rumeni nutrono piani per andare verso l'Albania, la Bosnia, il Kosovo, la Macedonia del Nord o la Serbia. Rollmann assicura invece di non voler andare via.

"Staremo qui - rassicura - non si abbandona un'impresa con 1800 membri di staff come questa. Il know-how che abbiamo costruito qui è prezioso per noi. Ma potrebbe accadere, naturalmente, che un giorno saremo costretti ad aprire un secondo sito in un altro posto, da qualche parte in Africa o in Asia Centrale, per avere un'alternativa e per far continuare il nostro business a medio e lungo termine".

Mentre il proprietario della fabbrica esplora il Senegal e Uzbekistan, gli iscritti al sindacato locale si incontrano dopo il lavoro per discutere le possibili soluzioni alla loro condizione. Le proposte sono diverse, anche in vista delle elezioni europee.

Secondo Mariya Kanatova, il sistema deve essere cambiato: non più lavoro a cottimo, al contrario la retribuzione dovrebbe essere basata solo sul numero di ore lavorate. "E - aggiunge - abbiamo bisogno di un accordo per il nostro settore tessile". Mariya fa un parallelo con un suo collega che in Francia viene retribuito con 9,50 euro all'ora. Una cifra enorme, rispetto a quella percepita dai lavoratori bulgari: "Noi guadagniamo solo arachidi".

Per Angel Stankov l'Unione Europea dovrebbe fissare una retribuzione minima per ogni ora di lavoro. Il salario minimo orario dovrebbe essere applicato in tutto il territorio dell'Unione.

Elena Marvakova si indigna, non vuole essere considerata una cittadina europea di serie B: "Facciamo parte a pieno titolo dell'Unione Europea e chiediamo che l'Europa garantisca un salario minimo comune, anche perché i prezzi al consumo di molti prodotti sono gli stessi".

Karamfila Boicheva vorrebbe che tutti i giovani che hanno dovuto lasciato la Bulgaria tornassero nel loro paese d'origine. "Ho un figlio di 21 anni che vive in Germania da due anni - racconta - il mio sogno è che il mio ragazzo trovi un lavoro ben pagato in Bulgaria per poter vivere decentemente. Non all'estero, ma qui. Questo è quello che voglio".