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Tregua di due settimane, ma Hormuz tiene alta la tensione sul petrolio

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Di Giorgia Orlandi
Pubblicato il Ultimo aggiornamento
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Lo stop ai bombardamenti di due settimane tra Stati Uniti, Israele e Iran ha allentato temporaneamente la pressione sui mercati, ma il blocco dello Stretto di Hormuz continua a mantenere alta la volatilità del petrolio

Donald Trump ha accettato di estendere di due settimane la scadenza dell'ultimatum per l'Iran, ma il cessate il fuoco e lo stop ai bombardamenti sarà in vigore quando Tehran aprirà lo Stretto di Hormuz.

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Ed è proprio il blocco dello Stretto, da cui passa circa il 20% del petrolio mondiale, chiuso dagli iraniani per ritorsione contro i bombardamenti americani e israeliani ad aver scatenato negli ultimi giorni, una crisi energetica per alcuni peggiore di quella del 1973.

Alla strozzatura del flusso produttivo, si aggiungono anche i danni subiti a causa dei bombardamenti, dalle raffinerie nei Paesi del Golfo che negli ultimi anni non hanno solo esportato petrolio greggio ma anche idrocarburi raffinati.

Il risultato è che a Hormuz oltre al petrolio restano bloccati anche la benzina e il cherosene.

Nonostante l'allarme scattato in diversi aereoporti italiani, per la mancanza di cherosene, il presidente di Assaereoporti Carlo Borgomeo ha detto che "siamo lontani da una situazione di emergenza e che non c'è una preoccupazione immediata."

La volatilità del greggio resta comunque su livelli molto elevati. L’annuncio di una tregua di due settimane intanto tra Stati Uniti, Israele e Iran ha dato sollievo ai mercati internazionali.

Il prezzo del petrolio è sceso bruscamente, tornando sotto la soglia dei 100 dollari al barile.

Il Wti (West Texas Intermediate), con consegna a maggio, è scivolato a 95,67 dollari, registrando un calo del 15,30%, mentre il Brent, con consegna a giugno, è scambiato a 93,93 dollari al barile, in flessione del 14,03%.Si tratta dei livelli più bassi registrati negli ultimi sei anni.

Stretto di Hormuz, "serve gestione più coordinata"

La crisi energetica riporta al centro il ruolo strategico dello Stretto di Hormuz, snodo da cui transita tra il 20 per cento e il 30 per cento del petrolio mondiale. La chiusura, legata alle tensioni tra Stati Uniti, Israele e Iran, ha ridotto l’offerta globale, alimentando forti oscillazioni dei prezzi.

“Il problema è innanzitutto di natura strategica: si tratta di un’area di forte tensione, uno stretto facilmente controllabile e quindi facilmente bloccabile”, spiega Cesare Pozzi, professore ordinario di Economia industriale alla Luiss di Roma.

“Questa vulnerabilità era nota da tempo, ma oggi emerge con maggiore evidenza perché il sistema si è fatto trovare impreparato nella gestione della volatilità dei prezzi e nella pianificazione delle quantità disponibili”.

“Se parliamo di una quota tra il 20 per cento e il 25 per cento dell’offerta globale, bisogna anche considerare che il resto del mondo potrebbe compensare almeno in parte aumentando la produzione”, aggiunge.

“Non siamo di fronte a un crollo totale dell’offerta, ma a uno shock che richiede una gestione più attenta e coordinata”.

Prezzi, speculazione e mancanza di regole

Oltre alla riduzione dell’offerta, secondo Pozzi pesa il meccanismo di formazione dei prezzi, spesso scollegato dai tempi reali della filiera energetica.

Il costo dei carburanti alla pompa, sottolinea, non riflette immediatamente il prezzo corrente del greggio, ma segue dinamiche più complesse legate ai mercati finanziari.

“Il prezzo che oggi paghiamo alla pompa deriva da petrolio raffinato tempo fa, eppure viene influenzato in modo immediato dalle variazioni dei mercati”, osserva.

“Questo avviene perché il sistema si basa su meccanismi come futures e mercati di copertura, che possono generare effetti che definiamo speculativi, pur essendo pienamente legittimi dal punto di vista normativo”.

“Se il petrolio è una materia prima fondamentale per il nostro modello economico e per la produzione di energia, allora non può essere lasciato esclusivamente al libero gioco di domanda e offerta”, prosegue. “Serve una riflessione più ampia su come si determinano i prezzi e su quali strumenti adottare per evitare oscillazioni così estreme”.

Europa tra carenze strutturali e rischio allarmismo

Sul fronte europeo, la crisi mette in luce limiti strutturali nella gestione dell’energia e nella capacità di risposta comune. Secondo Pozzi, l’Unione europea ha costruito un sistema complesso che fatica a reagire in modo efficace alle emergenze.

“Negli anni si è creata una sovrastruttura che tende a rispondere ai problemi aggiungendo nuove regole, senza affrontare le cause profonde”, afferma. “Questo approccio rischia di rallentare le decisioni proprio nel momento in cui servirebbe una visione più chiara e interventi più semplici ed efficaci”.

Allo stesso tempo, invita a evitare letture eccessivamente allarmistiche: “La situazione è sicuramente instabile e richiede attenzione, ma non siamo di fronte a uno scenario fuori controllo.

Esiste ancora spazio per aumentare la produzione in altre aree del mondo e per gestire la crisi senza generare panico, che rischia solo di amplificare gli effetti negativi sui mercati e sui comportamenti dei consumatori”.

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