Dopo la caduta di Bashar al-Assad, la Siria avvia la rimozione dei simboli della dinastia mentre il governo ad interim affronta ostacoli legali e psicologici nella transizione
I siriani hanno iniziato a smantellare immagini di Bashar al-Assad e a rimuovere il suo nome dagli edifici pubblici dopo che le forze di opposizione hanno conquistato Damasco l’8 dicembre 2024, ponendo fine a oltre 50 anni di dominio dinastico che aveva permeato ogni aspetto della vita pubblica.
Il regime del Partito Ba'ath aveva sistematicamente impresso il nome degli Assad nel paesaggio fisico e simbolico del Paese da quando Hafez al-Assad prese il potere nel 1970. Scuole, aeroporti, ospedali e istituzioni governative portavano il suo nome, mentre i cittadini utilizzavano moneta con l’effigie sia di Hafez sia del figlio Bashar.
A Latakia, le autorità hanno ribattezzato l’aeroporto internazionale Basil al-Assad con la sua denominazione geografica dopo il crollo del regime. In diverse province, scuole e istituzioni hanno rimosso le insegne che riportavano i nomi dei membri della famiglia al potere.
Ora il governo ad interim guidato dal presidente Ahmed al-Sharaa deve smantellare decenni di propaganda che esaltava la dittatura, affrontando al contempo ostacoli giuridici significativi.
Il quadro legale che ha favorito il culto della personalità
La ricercatrice giuridica Maya Hussein al-Khatib ha spiegato che lacune legislative sistematiche hanno sostenuto quella che definisce un’appropriazione simbolica dei beni statali. La legge sull’amministrazione locale n. 107 del 2011 conferiva ai consigli esecutivi il potere di denominare strade e strutture senza un adeguato controllo giudiziario.
Questo potere discrezionale, sebbene potenzialmente utile se esercitato con responsabilità, si è trasformato in uno strumento di fedeltà politica in assenza di contrappesi istituzionali. La costituzione siriana non vietava inoltre l’intitolazione di strutture a persone viventi, pur stabilendo che i fondi pubblici non dovessero servire interessi di parte.
Al-Khatib ha ricordato che la stampa dell’immagine del leader sulla valuta derivava da un decreto legato alla legge monetaria di base del 2002: legittima, ma in contrasto con il principio di neutralità del denaro pubblico. Ha anche sottolineato che il codice civile prevede il diritto di opporsi all’uso ingiustificato del proprio nome, e che imporlo contro la volontà dell’interessato costituisce un illecito.
L’impatto psicologico delle immagini del regime
La psicologa Ghazal Samih ha osservato che le persone cresciute in contesti in cui il leader veniva sacralizzato e il dissenso criminalizzato hanno perso la capacità di pensare in modo critico. Non per debolezza mentale, ma perché le risorse limitate e le necessità quotidiane prosciugano le energie cognitive.
Secondo Samih, tali individui sviluppano una forte sensibilità alle differenze per timore di punizioni o esclusione sociale, perdendo progressivamente la propria identità personale e dissolvendosi in un’identità collettiva imposta. Il meccanismo che porta a glorificare il leader nasce dalla convinzione che proteggere il gruppo significhi esaltarne la guida.
Per costruire una cittadinanza autentica, ha aggiunto, è necessario promuovere il pensiero critico senza sensi di colpa e separare le emozioni dal funzionamento delle istituzioni.
Proposte di riforma per la giustizia di transizione
Al-Khatib propone una forma di giustizia simbolica che preveda la revisione completa delle denominazioni introdotte negli ultimi 50 anni e la loro sostituzione con simboli nazionali inclusivi. Tra le idee avanzate, la creazione di un comitato nazionale sui simboli composto da giudici, storici e cittadini per garantire imparzialità.
La ricercatrice suggerisce inoltre meccanismi costituzionali per impedire l’uso delle istituzioni pubbliche a fini celebrativi individuali e il divieto penale di utilizzare fondi pubblici per la glorificazione personale, sanzionato per legge. Tali strumenti dovrebbero essere attuati attraverso una normativa dedicata alla giustizia simbolica di transizione, con priorità al riconoscimento della memoria delle vittime.
Samih avverte però che la sola tutela legale non basta senza un cambiamento psicologico e sociale. Costruire uno Stato basato su diritti uguali e su una democrazia funzionante richiede educazione, media responsabili e diffusione dell’accettazione delle differenze.
Solo istituzioni giuste ed efficaci - conclude - possono sostituire il bisogno psicologico di un leader offrendo ai cittadini un autentico senso di appartenenza al Paese e non a una singola persona.