La guerra vista da chi non vive più da anni nel Paese. Con Maria Luisa Fantappié, ricercatrice dell’Istituto Affari Internazionali, abbiamo parlato della complessità di vedute della diaspora iraniana
Il blackout informatico che si è venuto a creare subito dopo l’attacco all’Iran da parte di Stati Uniti e Israele lo scorso 28 febbraio, di certo non aiuta i molti iraniani che oggi vivono fuori dal Paese, a ricevere notizie dei propri cari.
Questo, insieme alla cosiddetta “Fog of War”, la “Nebbia di Guerra, “ovvero l’assenza di informazioni attendibili in periodi di conflitto, oltre all’atteggiamento censorio degli Ayatollah, non permettono di capire cosa davvero pensino gli iraniani che ancora abitano nel Paese.
Gli occhi della diaspora, ovvero le testimonianze di quei cittadini iraniani che da anni vivono in Italia e le loro storie sono le sole in grado di ricomporre i pezzi di un puzzle di difficile lettura.
Per le strade di tutta Europa, intanto, continuano le proteste di piazza organizzate proprio dai molti cittadini iraniani che hanno lasciato il Paese da diversi anni.
Anche qui il quadro è frammentato, tra chi sostiene il ritorno della monarchia e chi, pur opponendosi al regime, non si schiera a sostegno della figura dello Scià.
Chi sono gli iraniani della diaspora
Secondo Maria Luisa Fantappié, ricercatrice dell’ Istituto Affari Internazionali, esperta di Iran, quando si prova a delineare un profilo della diaspora iraniana, in Europa e in Italia, emerge un tratto ricorrente:
“Si tratta in larga parte di una diaspora di classe media, composta da persone istruite e altamente qualificate”, spiega, citando professionisti come architetti, farmacisti e laureati arrivati all’estero per studio o lavoro.
Fantappié sottolinea come questa componente sia spesso caratterizzata da un alto livello di integrazione e competenza: “Sono persone ben inserite nei rispettivi ambiti professionali, spesso eccellenti nel loro campo”.
Ma dietro questo profilo si cela anche una dinamica strutturale legata al Paese d’origine: “Molti di loro, non hanno potuto trovare in Iran le opportunità adeguate al proprio talento e alle proprie capacità, a causa non solo della natura repressiva del sistema politico, ma anche di fattori come l’impatto delle sanzioni internazionali”.
Un elemento che si intreccia direttamente con il tema delle opposizioni, anch’esse estremamente frammentate: “Dai monarchici ai mujaheddin, fino ai gruppi su base etnica e ideologica, esiste una galassia ampia e diversificata che si è sviluppata negli ultimi quarant’anni e che, in caso di transizione”, conclude Fantappié, “potrebbe giocare un ruolo nel futuro del Paese”.
Diaspora a favore o contro la guerra?
Giulia, questo il suo nome oggi, dopo essere arrivata in Italia da piccola, è una delle donne iraniane scese in piazza a Roma nei giorni scorsi, per sostenere il ritorno del figlio dello Scià Reza Pahalavi.
“Siamo a favore dell’Iran libero”, ha detto la giovane a Euronews, “ma non ci sentiamo dei pacifisti che vogliono lo scià, vogliamo che il leader del nostro Paese sia Reza Pahlavi e siamo tutti d’accordo su questo.
Siamo arrivati al punto in cui, conclude, anche coloro che non lo sostenevano, si sono convinti che sia l’unico a liberarci da questa situazione”.
Abbiamo chiesto a Maria Luisa Fantappié, se secondo lei, le cose stiano davvero così. Per la ricercatrice, è innanzitutto necessario sgomberare il campo da letture semplificate sull’opinione pubblica iraniana.
In un contesto di conflitto aperto, spiega, “non è possibile in questo momento avere nessun tipo di percentuale o sondaggi che siano accurati o affidabili, sulle preferenze politiche della società iraniana”.
“In queste condizioni”, aggiunge, “non è un momento in cui si possano dare numeri su chi è a favore o contro, né su quanti siano gli uni o gli altri”.
Fantappié invita poi a rivedere la narrativa dominante che riduce il dibattito a una contrapposizione binaria tra sostenitori del regime e opposizione monarchica.
“Si tende a dire che o si è con l’opposizione o si è con il regime, ma oggi la dicotomia più rilevante è un’altra: essere a favore della guerra o contro la guerra”, sottolinea.
In questo quadro emerge una componente spesso trascurata: “C’è una parte significativa della diaspora che è contraria alla guerra, pur essendo al tempo stesso contraria al regime”, una posizione che, evidenzia, dovrebbe trovare piena legittimità anche nel dibattito europeo e occidentale.
“Il rischio di un atteggiamento discriminante di una parte delle opposizioni”
L’analista mette inoltre in guardia da derive interne all’opposizione stessa: “È inquietante quando l’opposizione a un regime autoritario assume a sua volta atteggiamenti discriminanti verso altre componenti della società”, perché ciò, secondo la ricercatrice, rischia di minare le basi di un’alternativa democratica credibile.
Da qui l’invito a riconoscere e valorizzare, “un’anima più civica della società civile iraniana, che si esprime anche attraverso artisti e cineasti e che non necessariamente vuole identificarsi con figure come Reza Pahlavi”.
Tra gli scenari evocati dai molti iraniani della diaspora, che dicono di preferire la guerra al peso degli Ayatollah, anche quello nel quale, una volta eliminato il regime, la gente sia finalmente in grado di tornare in piazza. Un’idea, di molti, che non si dichiarano necessariamente sostenitori di Trump.
“È prematuro dire cosa potrebbe accadere”, sottolinea l’analista, osservando come il momento sia estremamente critico per la popolazione iraniana stessa, soggetta sia al controllo da parte del regime che dai costanti attacchi.
“Penso che non stia a me e non stia neanche alle persone che fanno parte della diaspora, di augurare una guerra di lungo periodo semplicemente come unico mezzo per disfarsi di questo regime”. “Questo”, conclude Fantappiè, “ancora una volta ha un prezzo altissimo per i civili che in questo momento abitano lì”.
"Maggiore visibilità non significa opinione condivisa"
Fantappié sottolinea poi come, in alcuni casi, dinamiche di aggregazione abbiano contribuito a rafforzare artificialmente alcune posizioni:
“Si è creato un effetto di coalizione anti-regime per cui anche persone inizialmente non monarchiche si sono avvicinate a quelle posizioni, più per opposizione al sistema che per una reale adesione ideologica”.
Tuttavia, aggiunge, questo equilibrio appare fragile, anche alla luce di comportamenti interni controversi: “Atteggiamenti antidemocratici all’interno della diaspora pro-monarchica stanno già producendo fratture e alienando chi si era avvicinato semplicemente per costruire un fronte comune contro il regime”.
L’analista invita quindi alla prudenza, soprattutto nel contesto europeo: “Bisogna essere molto cauti nel sostenere che la maggior parte della diaspora iraniana, in Italia o in Europa, sia pro-monarchica: si tratta piuttosto di una componente molto visibile”.
Una visibilità che, secondo Fantappié, sarebbe stata in parte amplificata anche da dinamiche opache: “In alcuni casi questa esposizione è stata favorita da strumenti digitali poco trasparenti e dall’uso dei social media anche per intimidire altre voci della diaspora, che non condividono quelle posizioni ma non sono certo favorevoli al regime”.
“Una maggiore visibilità di una certa fazione della diaspora, non significa affatto che quella posizione sia maggioritaria”, osserva, mettendo in guardia da letture semplificate che tendono a equiparare presenza mediatica e consenso reale.
In questo quadro, conclude, è essenziale restituire complessità al dibattito e riconoscere la pluralità delle posizioni:
“Ridurre tutto a una sola narrativa rischia di cancellare le molte anime della diaspora iraniana e di semplificare eccessivamente una realtà molto più frammentata”.