Il regista israeliano, critico di Benjamin Netanyahu ed esiliato in Francia da cinque anni, si chiede «che ci sto a fare» se la sua presenza è ritenuta inaccettabile e se lo si può cancellare o estromettere da un evento cinematografico.
Nessuno è profeta in patria, si dice, ma a volte neppure le terre d’accoglienza sono molto più accoglienti...
Gli appelli a non collaborare con le istituzioni israeliane «coinvolte nel genocidio e nell’apartheid contro il popolo palestinese», che stanno raccogliendo migliaia di firme a Hollywood, sembrano aver attraversato il Mediterraneo.
Così, la partecipazione dell’israeliano Nadav Lapid alla 37ª edizione del Festival internazionale del cinema di Marsiglia (FID, dal 7 al 12 luglio) è stata accolta a braccia conserte da una parte dei registi selezionati, che inizialmente rifiutavano di vederlo in giuria e, in seguito, di avallare la sua presenza al festival tout court.
Vincitore dell’Orso d’oro a Berlino nel 2019, nonché del premio della giuria a Locarno (2011) e a Cannes (2021), il regista avrebbe dovuto presentare al FID il suo film Le Policier (2011).
All’origine di questa levata di scudi, almeno per quanto dichiarato pubblicamente, ci sono i fondi pubblici israeliani utilizzati per finanziare – seppur in minima parte – l’ultimo film di Lapid, Oui, presentato a Cannes nel 2025 alla Quinzaine des cinéastes.
Ironia della sorte o accecamento militante che guarda solo al colore del passaporto – o del denaro –, Oui, incandescente come tutta la filmografia del regista, tratteggia il ritratto di una società israeliana sfigurata dalla sete di vendetta dopo il 7 ottobre e indifferente ai morti palestinesi a Gaza.
Nadav Lapid è inoltre noto come feroce critico di Benyamin Netanyahu; si è trasferito in Francia cinque anni fa proprio per protestare contro la politica del governo israeliano.
Quanto ai fondi israeliani utilizzati per produrre l’ultimo brulòt di Lapid, «il finanziamento israeliano di cui ha beneficiato il film proviene da un fondo pubblico e non governativo, ed è tipicamente il genere di organismo indipendente attaccato dal governo Nétanyahu», dichiara all’AFP Judith Lou Lévy, produttrice di Oui all’interno di Les Films du bal, aggiungendo che quei fondi pubblici rappresentavano solo il 12% del budget del film.
Dopo l’appello al boicottaggio interno, seguito dal ritiro di una decina di film sui 120 in programma in questo festival che promuove fiction e documentari del cinema indipendente, Nadav Lapid si è ritirato a sua volta dalla manifestazione nella città focese.
Rammarico da tutte le parti?
In un comunicato, il FID ha deplorato il boicottaggio, giudicando «assolutamente illegittimo ritenere un regista responsabile o contabile della politica razzista, colonialista e genocidaria portata avanti dal governo del suo Paese».
«Le voci singolari che, come quella di Nadav Lapid, cercano di pensare la violenza propria dello Stato e della società d’Israele devono invece essere accolte e ascoltate, salvo poi contestare o decostruire i loro racconti», si legge nel testo.
Da parte sua, Lapid lamenta con l’AFP «la rassegnazione» del festival e l’appello al boicottaggio che lo ha rimandato alla sua «vulnerabilità» di esule in Francia. «Quando ho visto le pressioni intorno alla mia partecipazione al festival, mi sono detto che forse non avevo un posto in Francia. Se la mia presenza è inaccettabile e se si può semplicemente cancellarmi o spazzarmi via da un evento cinematografico, non so davvero cosa ci faccio qui», afferma.
Pur rifiutando di «commiserarsi», Nadav Lapid si dice «sollevato» che alcuni professionisti del cinema abbiano preso l’iniziativa di lanciare una tribuna per sostenerlo, alla quale il FID afferma di aderire «pienamente».
Intitolato «Invitare un artista a un festival non significa farne un ambasciatore culturale», il testo, pubblicato lunedì su Le Monde (fonte in francese), esprime la preoccupazione che un artista che «ha denunciato pubblicamente, in numerose occasioni, l’annientamento di Gaza» possa essere assimilato a «una qualsiasi forma di ambasciata culturale israeliana».
Tra i circa 350 firmatari figurano i registi Arthur Harari, Louis Garrel, Apichatpong Weerasethakul e Claire Denis, oltre alla Société des réalisatrices et réalisateurs de films (SRF) e allo scrittore palestinese Elias Sanbar.
Un altro collettivo di cineasti, di cui fanno parte il regista premio Oscar Michel Hazanavicius e le Palme d’oro Justine Triet e Jacques Audiard, ha definito martedì una «bancarotta intellettuale» l’appello al boicottaggio che ha costretto il regista israeliano ad annullare la sua partecipazione a Marsiglia.
«Il fatto che il più grande artista dissidente israeliano, che lavora instancabilmente per denunciare le derive fasciste e colonialiste del suo governo, le sue colpe morali criminali, in film premiati in tutto il mondo, sia stato costretto a ritirarsi da un festival francese deve metterci in allarme e mobilitarci ben oltre questa aberrazione», scrive, sempre su Le Monde (fonte in francese), questo collettivo, che conta tra i suoi membri anche l’attrice statunitense Natalie Portman.
Dal canto loro, i 12 registi che avevano invocato il boicottaggio di Nadav Lapid giustificano, in un messaggio su Instagram, la loro iniziativa con la volontà «di agire contro una realtà coloniale e genocidaria approvata» e denunciano «l’insistenza» dei festival a «produrre una simmetria (...) tra produzioni palestinesi e israeliane».