I mercati sono saliti venerdì, rassicurati dalle speranze di un accordo tra Stati Uniti e Iran; ma con il traffico nello Stretto di Hormuz ancora in tilt e il petrolio oltre i 100 dollari, l'incertezza resta alta.
I principali indici europei erano in rialzo nelle prime contrattazioni, sostenuti dai segnali che l’ultimo ciclo di negoziati tra Stati Uniti e Iran potrebbe essere vicino a una svolta.
La prospettiva di un accordo è bastata a rasserenare in parte gli operatori, anche se i trader restano diffidenti verso possibili false partenze, in un conflitto che dalla fine di febbraio scuote i mercati delle materie prime e delle obbligazioni.
Il DAX è salito dello 0,64%, trainato da Deutsche Post AG (+3,61%). Il CAC 40 ha guadagnato lo 0,65%, sostenuto da STMicroelectronics, balzata del 3,43%. A Londra il FTSE 100 è avanzato dello 0,38%, con 3i Group in rialzo del 2,31%, mentre l’Euro Stoxx 50 è salito dello 0,88%.
L’euro e la sterlina sono rimasti pressoché invariati sul dollaro, scambiando rispettivamente a 1,161 e 1,342 dollari intorno alle 9 CET.
Dalla Germania sono arrivati altri segnali incoraggianti. La maggiore economia dell’area euro ha registrato nel primo trimestre una crescita annua dello 0,4%, in linea con le attese, mentre la fiducia dei consumatori per giugno è migliorata, un segnale timidamente positivo per un’economia che di recente ne ha avuti pochi.
I mercati asiatici prolungano il rally
A Tokyo il Nikkei 225 ha guidato i rialzi regionali con un progresso del 2,7% a quota 63.339, favorito dai dati che mostrano come in aprile l’inflazione giapponese sia scesa all’1,4%, il minimo da quattro anni. Un raffreddamento significativo, nonostante la guerra in Iran mantenga elevati i prezzi dell’energia.
Questi numeri hanno dato un po’ di respiro ai mercati, in un momento in cui l’inflazione è una forte fonte di preoccupazione a livello globale.
A Taipei il Taiex ha chiuso in rialzo del 2,2%, mentre a Hong Kong l’Hang Seng è salito dello 0,9% a 25.612 punti e lo Shanghai Composite ha guadagnato la stessa percentuale a 4.112. In Corea del Sud il Kospi è avanzato dello 0,4% a 7.847, l’S&P/ASX 200 australiano ha aggiunto lo 0,4% a 8.657 e in India il Sensex è salito dello 0,6%.
I movimenti hanno fatto seguito a una seduta sottotono ma positiva a Wall Street. L’S&P 500 ha guadagnato lo 0,2% a 7.445 punti, il Dow Jones Industrial Average è salito dello 0,6% a 50.285 e il Nasdaq ha messo a segno un +0,1% a 26.293.
Nvidia ha ceduto l’1,8% nonostante risultati trimestrali superiori alle attese, con alcuni analisti che continuano a ritenere il titolo sottovalutato. Un segnale che anche dati solidi vengono accolti con prudenza nell’attuale contesto.
Il petrolio sale mentre i disagi nello stretto di Hormuz si protraggono
I prezzi del petrolio restano sotto pressione al rialzo. All’apertura europea il Brent guadagnava il 2,3% a 104,97 dollari al barile, ben sopra i circa 70 dollari di fine febbraio, prima dell’inizio del conflitto, mentre il WTI, il riferimento statunitense, saliva dell’1,8% a 98,10 dollari.
Al centro delle tensioni c’è lo stretto di Hormuz, il corridoio marittimo tra Iran e Oman da cui transita circa un quarto del petrolio trasportato via mare nel mondo.
Il traffico marittimo nell’area resta ben al di sotto dei livelli prebellici e, con i colloqui tra Stati Uniti e Iran ancora senza esito, si vedono pochi segnali di un rapido ritorno alla normalità dei flussi.
«I mercati sono ancora alla ricerca di segnali di progresso verso un potenziale accordo tra Stati Uniti e Iran», hanno scritto in una nota di venerdì gli strategist sulle materie prime di ING, Warren Patterson ed Ewa Manthey. «Sebbene non manchino segnali di ottimismo, a prevalere è l’incertezza».
A Washington, i leader repubblicani al Congresso hanno rinviato il voto previsto per giovedì su una risoluzione democratica sui poteri di guerra che avrebbe imposto al presidente Donald Trump di ritirarsi dal conflitto, dopo che è emerso che non avevano i numeri per bocciare il testo. La votazione è stata spostata a giugno.
I prezzi elevati del petrolio si sono riversati direttamente sui mercati obbligazionari, dove aspettative di inflazione più alta spingono al rialzo i rendimenti e al ribasso i prezzi degli asset.
Venerdì il rendimento del Treasury decennale statunitense si attestava al 4,57%, in calo rispetto a oltre il 4,67% toccato a inizio settimana, quando l’impennata aveva minacciato di pesare su azioni, immobili e altri asset sensibili ai tassi in tutto il mondo.
L’euro scambiava a 1,1605 dollari, in lieve calo nella seduta, mentre il dollaro statunitense è salito a 159,12 yen giapponesi da 158,98.
Lenovo vola del 20% su utili record
Sul fronte societario, le azioni di Lenovo Group, quotata a Hong Kong, sono schizzate di oltre il 20% dopo che i risultati del quarto trimestre del gruppo tecnologico hanno ampiamente superato le aspettative degli analisti.
I ricavi sono saliti a 21,6 miliardi di dollari (18,7 miliardi di euro), con un aumento del 27% su base annua.
Il principale motore è stata la divisione PC, tablet e smartphone di Lenovo, che ha registrato un incremento di circa il 20% del fatturato, mentre l’unità PC e dispositivi intelligenti ha messo a segno la sua crescita trimestrale più forte degli ultimi cinque anni.
A metà mattina in Europa il titolo segnava un rialzo del 20,3% a 15,82 dollari di Hong Kong (1,87 euro).