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Chi può guadagnare dalla mossa di Teheran a Hormuz? La Russia

FOTO D'ARCHIVIO - Il terminal petrolifero Sheskharis a Novorossiisk, nella Russia meridionale, il 20 agosto 2015.
ARCHIVIO - Il terminal petrolifero Sheskharis a Novorossiisk, nella Russia meridionale, in una foto di giovedì 20 agosto 2015. Diritti d'autore  Sergei Guneyev, Sputnik, Kremlin Pool Photo via AP
Diritti d'autore Sergei Guneyev, Sputnik, Kremlin Pool Photo via AP
Di Laila Humairah
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Lo stretto più strategico del mondo diventa un campo di battaglia geopolitico: e la Russia potrebbe uscirne vincitrice a sorpresa

Non ci è voluto molto perché le conseguenze dell'attacco statunitense e israeliano contro l'Iran si facessero sentire ben oltre il campo di battaglia.

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Mercoledì i Guardiani della Rivoluzione iraniani hanno dichiarato quello che hanno definito il "pieno controllo" dello stretto lungo 39 km, avvertendo che attaccheranno qualsiasi nave tenti di attraversarlo.

Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha promesso rapidamente di dispiegare la Marina per scortare le petroliere attraverso lo stretto. Una mossa che metterebbe le forze americane su una rotta di collisione diretta con quelle iraniane, in una delle acque strategicamente più vitali al mondo.

E al centro della tempesta c'è un Paese che probabilmente osserva gli eventi con una certa, silenziosa soddisfazione: la Russia.

Russia e crisi energetica: potrebbe essere la grande vincitrice?

"Il fabbisogno della Cina di continuare ad acquistare greggio dipende ormai in gran parte dalla Russia, tra i principali fornitori, dato che né l'Iran né il Venezuela sono più in grado di soddisfare quella domanda", ha dichiarato ad Euronews Andrei Covatariu, senior fellow non residente al Global Energy Center dell'Atlantic Council.

La crisi rischia anche di far risorgere la dipendenza europea dal gas russo, proprio nel momento in cui Bruxelles cercava di eliminarla gradualmente.

"Potremmo vedere alcuni Stati membri dell'UE chiedere rinvii o deroghe alle restrizioni sulle importazioni di gas russo", ha aggiunto, "perché l'Europa ha bisogno di gas naturale per ricostituire le sue scorte strategiche".

Per il Cremlino, però, il calcolo è ancora più profondo.

Mantenendo gli sconti sul proprio greggio invece di incassarli subito, Mosca potrebbe sfruttare il momento per rafforzare la sua capacità di pressione su Pechino.

"Potrebbe essere una mossa geopolitica del Cremlino: mantenere gli sconti e aumentare la leva geopolitica sulla Cina", ha spiegato Covatariu, descrivendo uno scenario in cui la Russia trasforma in un asset strategico una crisi energetica che non ha fatto nulla per innescare.

Stretto di Hormuz, acque agitate per petrolio e gas mondiali

Lo stretto di Hormuz è il collo di bottiglia più critico al mondo per petrolio, gas e traffico marittimo: da lì transita circa il 20% delle spedizioni globali di petrolio e intorno al 30% dell'offerta mondiale di GNL.

Di norma, ogni giorno lo attraversano circa 20 milioni di barili di greggio.

I sistemi di tracciamento del traffico marittimo mostrano ora centinaia di petroliere ferme ai due lati, tra il Golfo Persico e il Golfo di Oman, mentre assicuratori e operatori aspettano di capire se la minaccia sia reale.

Per gli importatori asiatici, l'impatto è già tangibile.

Per la sola QatarEnergy, l'82% delle vendite è destinato a Cina, Corea del Sud e India e il 4 marzo la società ha dichiarato lo stato di forza maggiore (force majeure), un meccanismo giuridico che libera una parte dai propri obblighi contrattuali in circostanze straordinarie.

"È un chiaro segnale delle interruzioni e dei rischi nella regione", ha spiegato Covatariu, "sia in termini di produzione, stoccaggio e trasporto, ma è anche una scelta commerciale logica, perché i contratti tutelano le parti in situazioni del genere".

Blocco dello stretto di Hormuz, è legale?

Chiudere lo stretto di Hormuz violerebbe il diritto internazionale, che garantisce la libera navigazione attraverso i passaggi marittimi strategici. Ma, avvertono gli analisti, la questione giuridica potrebbe essere secondaria.

"Ovviamente, dal punto di vista legale, chiudere lo stretto di Hormuz è in contrasto con il diritto internazionale", osserva Covatariu.

"Ma la vera domanda riguarda la capacità di provocare interruzioni, parziali o totali, o quantomeno di alimentare il timore di interruzioni. Questo, da solo, basta a mantenere alti i costi del trasporto e i premi assicurativi".

La capacità dell'Iran di sostenere questa minaccia, aggiunge, è direttamente proporzionale alla sua abilità di lanciare e mantenere gli attacchi.

"Quando queste capacità diminuiranno, diminuiranno anche le probabilità di interruzioni nello stretto di Hormuz".

Nel brevissimo periodo, nota ancora Covatariu, le scorte strategiche mondiali restano su livelli relativamente confortanti.

Ma se le perturbazioni a Hormuz dovessero protrarsi oltre alcune settimane, le conseguenze si farebbero rapidamente più pesanti: prezzi in forte rialzo, aumento dei costi al dettaglio e, alla fine, distruzione della domanda, con consumatori e industrie costretti a ridurre i consumi.

"Se la portata degli attacchi e dell'interruzione fisica venisse confermata su scala più ampia, insieme al blocco dello stretto di Hormuz, e se tutto questo durasse più di qualche settimana", avverte, "potremmo davvero vedere un'impennata dei prezzi, un aumento dei prezzi al consumo e, alla fine, una distruzione della domanda".

In definitiva, riassume, la questione è semplice: «La durata è la chiave».

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