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Bloccati nello Stretto di Hormuz, i marittimi a Euronews: "Non attraversiamo lo Stretto, impossibile fuggire"

Un uomo controlla il cellulare in un rifugio sul lungomare mentre navi commerciali sostano ancorate nello Stretto di Hormuz, al largo di Bandar Abbas, Iran, 6 ottobre 2026.
Un uomo controlla il cellulare in un rifugio sul mare mentre navi commerciali sono ancorate nello Stretto di Hormuz, al largo di Bandar Abbas, Iran, 6 ottobre 2026. -  Diritti d'autore  AP Photo
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Di Euronews Persian with Euronews Romania
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Euronews ha parlato con un membro dell'equipaggio di una nave cargo ancorata da settimane al largo del Pakistan e con un responsabile marittimo iraniano dei pericoli in questa via commerciale vitale, dove il traffico è calato del 90% dall'inizio della guerra e almeno 95 marittimi civili sono morti

La Al Ruwais, una metaniera lunga 314 metri che batte bandiera bahamense, è alla deriva da settimane al largo delle coste del Pakistan.

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Temendo per la propria sicurezza, i 34 membri dell’equipaggio non vogliono rischiare tentando di attraversare lo Stretto di Hormuz, nonostante le pressioni degli armatori.

"Quello che trovo strano è che questa compagnia sia pronta a rischiare la nave solo per passare dallo Stretto di Hormuz", ha raccontato a Euronews un elettricista a bordo dell’unità di proprietà emiratina.

"Se dipendesse dall’azienda, passeremmo. Ma per farlo tutto l’equipaggio dovrebbe essere d’accordo. E non lo è. Sto aspettando di imbarcarmi su una barca per il Pakistan, dove salirò su un’altra nave".

In base alle norme marittime, il diritto di rifiutare il transito in un’area dichiarata a rischio bellico è individuale: basta l’obiezione di un solo marittimo per impedire a una nave di entrare in una zona di pericolo.

Sulle navi i cui equipaggi accettano di attraversare lo stretto, le compagnie hanno offerto ai comandanti fino a 100mila dollari (89mila euro) al mese più bonus di rischio da 50mila dollari (44.500 euro), mentre i salari del resto dell’equipaggio sono aumentati da quattro a sei volte.

"Su altre navi danno fino a 10mila dollari (8.900 euro), ma non tutti ricevono la stessa cifra e dipende molto dal ruolo e dallo stipendio di base", ha spiegato a Euronews il marittimo a bordo della Al Ruwais.

"Sarebbe giusto che tutti ricevessero la stessa somma, altrimenti vorrebbe dire che la vita del comandante vale più di quella del marinaio di ponte".

Per i marittimi, nessun passaggio è sicuro

Lo Stretto di Hormuz è un corridoio marittimo cruciale per il commercio mondiale dell’energia. Da quando è scoppiata la guerra con l’Iran, in seguito agli attacchi congiunti di Stati Uniti e Israele a fine febbraio, è sottoposto a due blocchi navali simultanei.

Il corridoio meridionale, vicino all’Oman, è pattugliato dalle forze statunitensi, mentre la rotta settentrionale passa in acque controllate dall’Iran. La Marina delle Guardie Rivoluzionarie (Irgc) ha avvertito che le navi che transitano su rotte ritenute non autorizzate rischiano quelle che ha definito "azioni punitive".

Di conseguenza, il traffico nello stretto è crollato. Prima della guerra vi transitavano oltre 125 navi al giorno. Ora il numero è sceso a meno di 10-12, un calo di oltre il 90 per cento, secondo la società di tracciamento Kpler.

Attacchi con droni, mine navali e colpi di origine sconosciuta hanno alimentato il crollo del traffico. La UK Maritime Trade Operations ha registrato numerosi incidenti con incendi, affondamenti e blackout a bordo di petroliere e metaniere.

Le navi che tentano comunque l’attraversamento spengono i transponder satellitari AIS, le luci di navigazione notturna e le apparecchiature radio per cercare di non essere individuate.

I pericoli sono in parte diversi per i marittimi iraniani. Hamed, ex comandante di 50 anni che oggi dirige una società di gestione marittima in Iran, ha raccontato a Euronews che da marzo dello scorso anno la guerra ha causato la morte di circa 95 lavoratori del mare impegnati su navi commerciali, da pesca, passeggeri, rimorchiatori e unità di supporto alle piattaforme offshore.

Secondo lui, le unità militari hanno subito danni gravi e alcune navi in riparazione a Bandar Abbas sono state colpite, anche se il numero esatto delle vittime non è stato reso noto ufficialmente.

"Quasi il 60 per cenro delle nostre navi è sottoposto a sanzioni e non può più fare scalo in porti esteri come India, Pakistan, Emirati Arabi Uniti, Oman, Kuwait e Iraq", ha spiegato Hamed. "Perfino i confini marittimi del Pakistan, dove le unità iraniane viaggiavano regolarmente, ci sono ormai preclusi".

Circa il 40 per cento dei marittimi del sud dell’Iran ha rifiutato imbarchi, ha aggiunto, e molti si sono spostati sul Mar Caspio per gestire l’aumento delle importazioni di cereali dal nord. Nel sud gli stipendi sono stati aumentati dal 30 al 100 per cento.

Oggi i marittimi guadagnano tra 50 e 80 milioni di toman al mese (165-265 euro), mentre i comandanti percepiscono tra 1.200 e 4.000 dollari (1.100-3.700 euro).

Hamed ha riferito che, dall’inizio del conflitto, le forze statunitensi sono salite a bordo di navi commerciali iraniane circa 15 volte, arrivando con elicotteri e motoscafo per controllare i carichi alla ricerca di esplosivi, senza fornire garanzie sulla loro sicurezza.

"Gli Stati Uniti non hanno fornito alcuna garanzia di passaggio sicuro per le navi commerciali iraniane", ha detto Hamed. "Ogni settimana assistiamo ad attacchi con droni aerei o navali contro le imbarcazioni iraniane".

Secondo le sue stime, circa 35mila marittimi iraniani su circa 2mila navi continuano a operare nelle acque meridionali per portare grano, mais e medicinali alla popolazione.

Se la situazione dovesse peggiorare ulteriormente, ha avvertito, le autorità potrebbero essere costrette a dichiarare la chiusura totale e a evacuare le infrastrutture costiere.

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