I leader UE hanno chiuso il vertice di Bruxelles senza accordo sul bilancio, con un buco di 70 miliardi per l’Ucraina e scontri su energia e migrazione. Hanno però ribadito l’impegno a sviluppare nuovi strumenti di difesa commerciale contro la Cina
I leader dell'UE si sono riuniti a Bruxelles giovedì e venerdì con un'agenda fitta, che spaziava dal bilancio a lungo termine e dal sostegno finanziario all'Ucraina fino a migrazione, energia e Cina.
Il vertice ha oscillato tra posizioni irremovibili sul bilancio del blocco, il caloroso benvenuto al presidente ucraino Volodymyr Zelensky e scontri sulle politiche energetiche e migratorie. Ecco i cinque punti principali.
Compattarsi a sostegno dell'Ucraina
La dura controversia tra Zelensky e il presidente statunitense Donald Trump ha dominato la seconda giornata del vertice.
I leader si sono stretti attorno a Zelensky e hanno promesso di mantenere le sanzioni finché la Russia proseguirà la sua invasione su larga scala.
Hanno inoltre condannato l'accordo sul diesel raggiunto da Trump con il presidente russo Vladimir Putin, anche se il primo ministro bulgaro ha rotto i ranghi per sostenerlo.
L'accoglienza ha offerto a Zelensky un momento di sollievo diplomatico, mentre Trump raddoppiava la dose, sostenendo che Zelensky fosse "più difficile" da gestire di Putin e chiedendo nuove elezioni in Ucraina.
Trump ha inoltre definito "una vergogna" gli attacchi di Kiev alle raffinerie di petrolio russe, la sua principale leva di pressione.
"Difendo esclusivamente gli interessi dell'Ucraina e del popolo ucraino", ha dichiarato Zelensky con tono sfidante.
"Siamo stati attaccati, occupati e il nostro popolo è stato ucciso. È del tutto logico che abbiamo il diritto di difenderci".
"Noi continueremo a vivere, combattere e, soprattutto, a vivere con dignità", ha aggiunto.
Nel suo intervento, Zelensky ha chiesto ai leader altri 70 miliardi di euro di sostegno finanziario e militare per il prossimo anno, per contrastare l'escalation russa.
La richiesta sconvolge i piani del blocco, che si basavano sul presupposto che il prestito da 90 miliardi di euro dell'anno scorso coprisse sia il 2026 sia il 2027.
I leader dell'UE hanno incaricato la Commissione di presentare una proposta su come far fronte alle esigenze finanziarie di Kiev.
Colmare il divario sarà tutt'altro che semplice. Il costo del denaro in forte aumento rende poco appetibile il ricorso al debito comune.
I beni russi immobilizzati, che Zelensky ha citato di nuovo, restano un tema politicamente divisivo. E i contributi bilaterali rischiano di scaricare il peso su una manciata di Paesi più ricchi.
Bilancio dell'UE
Giovedì i leader hanno discusso a lungo del prossimo Quadro finanziario pluriennale (QFP), ma, come previsto, hanno fatto pochi progressi.
I Paesi "frugali", contributori netti, e i "Friends of Cohesion" del Sud e dell'Est si sono trincerati sulle rispettive posizioni.
Una cosa è chiara: il quadro negoziale presentato dalla presidenza irlandese pochi giorni fa, che proponeva di tagliare 141 miliardi di euro dal bilancio complessivo per compiacere i frugali, è ormai definitivamente archiviato.
Il presidente del Consiglio europeo António Costa assumerà ora la guida dei negoziati. Dovrà presentare un nuovo compromesso nelle prossime settimane, che molti si aspettano arrivi prima del vertice straordinario da lui convocato per il 26 novembre, a pochi giorni dalle elezioni spagnole.
Si prevede che Costa segua tre direttrici principali: mantenere il più possibile bassi i contributi nazionali; rivedere il pacchetto di imposte comuni dell'UE, attingendo anche alle proposte del Parlamento europeo; ripristinare gli strumenti di flessibilità che la presidenza irlandese aveva drasticamente ridotto.
Che Costa prima o poi intervenisse era sempre stato messo in conto. Più preoccupante è che, da entrambe le parti, i leader ora affermano apertamente di non avvertire alcuna pressione per chiudere l'accordo entro fine anno.
I negoziatori più esperti sanno che le scadenze costringono a fare concessioni. Gli Stati membri potrebbero giocare con il fuoco: un mancato accordo a dicembre aumenterebbe il rischio che i colloqui slittino a dopo una stagione elettorale in grado di ridisegnare il panorama politico europeo.
Migrazione
La migrazione si è confermata ancora una volta tra i temi più controversi. L'ultima discussione, a giugno, era degenerata in un acceso scontro verbale tra il premier spagnolo Pedro Sánchez da un lato e l'italiana Giorgia Meloni e la danese Mette Frederiksen dall'altro.
Questa volta, Roma ha teso inaspettatamente la mano a Madrid poco prima che il dossier arrivasse sul tavolo venerdì. Italia e Spagna hanno raggiunto quello che sembra essere un primo passo verso la fine della loro disputa di frontiera, dopo una serie di controlli reciproci introdotti all'indomani della crisi di Ceuta.
I controlli di frontiera temporanei dell'Italia sarebbero dovuti scadere giovedì sera. Sono stati prorogati di una settimana per allinearli a quelli della Spagna, che scadono il 22 ottobre. Entro quella data, i due ministri dell'Interno dovranno concordare misure sostitutive.
Ma se Meloni ha aperto il vertice con toni concilianti, l'altra grande avversaria europea di Sánchez, Frederiksen, non ha risparmiato critiche al collega socialdemocratico per il suo piano di regolarizzare la posizione di 600mila migranti.
"Ho chiesto alla Commissione europea di esaminare cosa succede quando un Paese fa quasi l'esatto opposto di ciò che facciamo tutti gli altri", ha dichiarato Frederiksen, alludendo chiaramente alla Spagna senza nominarla.
Meloni, Frederiksen e il premier olandese Rob Jetten hanno organizzato una colazione informale prima del confronto con altri 17 leader dell'UE, per esplorare "soluzioni innovative" sulla migrazione.
Sta crescendo il sostegno a misure di emergenza che consentano di sospendere le richieste d'asilo durante le crisi.
Le tensioni tra i fautori della linea dura sulla migrazione e Spagna e Francia sono emerse chiaramente, mentre i governi italiano, danese e polacco spingevano per riscrivere le conclusioni e chiedere di evitare "misure che potrebbero creare incentivi alla migrazione illegale".
Per contro, il testo finale si limita a sollecitare la Commissione a coordinarsi con gli Stati membri "su tutte le forme di strumentalizzazione".
Cina
Sugli "squilibri macroeconomici", il gergo dell'UE usato per evitare di nominare la Cina, i leader hanno mantenuto la rotta nonostante l'accordo tra Commissione europea e Pechino per limitare le importazioni di auto ibride.
Durante il pranzo di giovedì hanno sollecitato la Commissione a preparare un pacchetto di nuovi strumenti di difesa commerciale, inclusi meccanismi di salvaguardia con quote e dazi, per proteggere i settori della chimica e della meccanica dalla concorrenza cinese.
La Cina incombe sullo sfondo mentre il blocco deve far fronte a un deficit commerciale di circa 360 miliardi di euro con Pechino.
Chimica e meccanica, tra i settori più colpiti dalle importazioni cinesi a basso costo, sono stati indicati come le prossime industrie da proteggere con urgenza dopo le quote sulle auto ibride.
Se le quote sulle auto sono state negoziate con Pechino, giovedì i leader hanno chiesto che vengano introdotti unilateralmente strumenti di salvaguardia "senza indugio", secondo quanto riferito da funzionari.
La Commissione ha presentato l'accordo della scorsa settimana come la prima fase dei negoziati avviati a giugno. Ma il tempo stringe: il deficit commerciale dell'UE con la Cina continua ad ampliarsi di mese in mese e i dati doganali cinesi mostrano esportazioni verso l'UE in aumento del 25% nell'ultimo anno.
La strategia dell'UE è continuare il dialogo finché porterà risultati concreti, rafforzando al tempo stesso le proprie difese commerciali. Francia e Germania hanno chiesto la scorsa settimana alla Commissione di sviluppare un nuovo strumento per reagire rapidamente alle perturbazioni del mercato causate dalla Cina, accusata di pratiche commerciali sleali.
"La concorrenza deve essere equa. Creeremo strumenti contro l'uso distorsivo della capacità produttiva, contro gli alti sussidi, contro le valute sottovalutate. E ci sarà una cassetta di strumenti per questo. La cassetta sarà più ampia e sarà applicata quando necessario", ha dichiarato il cancelliere tedesco Friedrich Merz.
La presidente della Commissione Ursula von der Leyen ha detto ai leader che la sua istituzione inizierà a lavorare su questo strumento, anche se non è chiaro se sarà pronto entro la fine dell'anno.
Altri strumenti sono in preparazione, tra cui un meccanismo di diversificazione per incentivare le imprese europee a diversificare i fornitori di prodotti strategici, come le materie prime critiche, e un meccanismo di solidarietà per sostenere gli Stati membri colpiti da eventuali contromisure cinesi.
Energia
Giovedì i leader sono stati trascinati in un'interminabile discussione sull'energia. Il gruppo di Visegrád (V4) e l'Italia hanno chiesto di modificare le conclusioni del vertice per invitare la Commissione a proporre nuove misure per contenere le oscillazioni di breve periodo dei prezzi dell'elettricità e per riesaminare il sistema di scambio delle emissioni (ETS) proposto.
Il V4, l'Italia e, in misura minore, la Grecia hanno guidato l'iniziativa perché affrontano alcuni dei costi energetici più elevati d'Europa, una preoccupazione ampiamente condivisa dagli altri Stati membri, che alla fine hanno chiesto una risposta europea coordinata all'attuale crisi energetica.
Il tentativo di riaprire il dossier ETS ha però suscitato una reazione ideologica da parte di Finlandia, Danimarca e Svezia. Il sistema obbliga le aziende a pagare per le proprie emissioni e incoraggia gli investimenti nella sostenibilità.
Il primo ministro ceco Andrej Babiš, al contrario, ha attaccato duramente la tassa sul carbonio, accusandola di compromettere la competitività dell'Europa alimentando l'impennata dei costi energetici a beneficio degli speculatori di mercato.
"Abbiamo passato tutta la giornata, a livello di leader, a esercitarci nella stesura di un testo su qualcosa di tecnico", ha sbottato un funzionario dell'UE a margine del vertice. "Non ne sta uscendo alcuna nuova misura o politica che aiuti davvero gli Stati membri a risolvere i loro problemi".
Roma e il V4 sanno di non avere la maggioranza qualificata per riaprire le regole del mercato del carbonio dell'UE.
L'obiettivo era piuttosto inviare un segnale alle opinioni pubbliche interne, mostrando che stanno facendo il possibile per contenere l'impennata dei prezzi dell'energia.