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Gli attacchi ucraini alle raffinerie russe producono una carenza di carburanti generalizzata

Depositi in fiamme dopo un raid delle forze ucraine a una struttura petrolifera russa nella città di Shakhtarsk, nell'est dell'Ucraina, giovedì 27 ottobre 2022
Depositi in fiamme dopo un raid delle forze ucraine a una struttura petrolifera russa nella città di Shakhtarsk, nell'est dell'Ucraina, giovedì 27 ottobre 2022 Diritti d'autore  Copyright 2022 The Associated Press. All rights reserved.
Diritti d'autore Copyright 2022 The Associated Press. All rights reserved.
Di Анка Кир
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Secondo Volodymyr Zelensky, gli attacchi ucraini con droni contro grandi raffinerie russe, che alimentano la macchina bellica di Mosca, hanno già causato interruzioni nelle forniture di carburante in 53 regioni della Federazione Russa

Entro la metà del 2026, gli attacchi ucraini contro le infrastrutture russe per la raffinazione del petrolio sono passati da episodio periferico della guerra a un fattore che destabilizza in modo sistematico il mercato russo dei carburanti. Kiev porta avanti in modo coerente una politica di raid mirati contro gli impianti del complesso militare‑industriale russo e i settori strategicamente importanti dell’economia russa, come una delle misure di risposta all’invasione della Russia in Ucraina del febbraio 2022.

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Lo ha sottolineato lo stesso presidente ucraino Volodymyr Zelensky in un messaggio pubblicato dopo il massiccio attacco contro obiettivi a Mosca, tra cui la raffineria di Kapotnja: "Stanotte le nostre 'sanzioni a lungo raggio' sono arrivate di nuovo nella regione di Mosca: per la seconda volta in una settimana è stata colpita la raffineria della capitale. Sono stati presi di mira anche obiettivi nella regione di Rostov e nei territori temporaneamente occupati dell’Ucraina. È una risposta del tutto legittima agli attacchi russi contro le nostre città e comunità, e un altro importante risultato del lavoro dei nostri militari contro le strutture che alimentano la macchina da guerra russa", si legge nel post di Zelensky.

I danni agli impianti, gli incendi e l’arresto delle infrastrutture tecnologiche hanno provocato gravi interruzioni nella raffinazione e nella logistica, il che hanno portato a una carenza di carburante già in 53 regioni della Russia, tra cui Mosca, San Pietroburgo, la regione del Volga, il Sud, la Siberia, la Crimea e

ù altri territori dell’Ucraina. Oltre alle regioni di confine e meridionali come quelle di Kursk, Belgorod, Rostov e Samara.

La portata di quanto sta accadendo è confermata dalle agenzie internazionali, dalle analisi di Osint (Open Source Intelligence) e da fonti russe, inclusi i canali Telegram delle autorità regionali e delle industrie del settore.

Calano la raffinazione e aumentano i prezzi

Tali fonti internazionali registrano il più marcato calo della raffinazione dall’inizio della guerra. Secondo i dati dell’agenzia Reuters, alla fine di maggio la maggior parte delle grandi raffinerie nella Russia centrale è stata costretta a ridurre o fermare la produzione. Bloomberg stima un calo dei volumi di maggio del 13%, pari a circa 700mila barili al giorno. L’Agenzia internazionale dell’energia conferma a sua volta perdite nella raffinazione primaria di circa 500mila barili al giorno.

In un simile contesto sono aumentati bruscamente i prezzi del cherosene per l’aviazione: +41% dall’inizio dell’anno, con quasi tutto l’aumento concentrato a metà maggio. Gli aeroporti hanno iniziato a razionare il rifornimento degli aerei, un altro segnale di un guasto sistemico.

Nel complesso, questi dati mostrano che gli attacchi alle raffinerie non hanno portato solo a un calo della raffinazione, ma anche a problemi sistematici nella fornitura di carburante ai settori chiave dell’economia.

Limitazioni federali e carenza alle stazioni di servizio

Le restrizioni alla vendita di carburante hanno ormai raggiunto il livello nazionale. I limiti sono in vigore in decine di regioni.

Le grandi catene hanno introdotto in particolare regole proprie:

- Tatneft, che gestisce oltre 850 stazioni di rifornimento, ha limitato la vendita a 30 litri di benzina o 60 litri di diesel;

- Rosneft e Bashneft (che assieme a TNK controllano circa tremila stazioni) hanno vietato il rifornimento in taniche e hanno limitato il pieno a 90 litri;

- Lukoil ha fissato un limite di 100 litri;

- Neftemagistral ha vietato di rifornire in taniche più di 20 litri.

Nel complesso, le restrizioni hanno interessato almeno settemila stazioni di servizio su quasi 29mila operanti nel Paese. Reuters riporta che in una di esse, nel distretto di Serpukhov, le vendite sono state limitate a 20 litri di benzina o 40 litri di diesel, con pagamento accettato solo in contanti.

Tali misure sono state adottate dalle principali catene di distribuzione dei carburanti in ragione del timore che si possa registrare un'ondata di acquisti dettati dal panico e un rapido esaurimento delle scorte. Ciò è particolarmente evidente nella politica dei maggiori operatori del mercato.

La regione più vulnerabile nella crisi è risultata la Crimea, dove l’isolamento logistico e la dipendenza dalle forniture dalla Russia continentale hanno reso la situazione particolarmente critica. Secondo il portale Agentstvo, la vendita libera di benzina sulla penisola è praticamente scomparsa: nella maggior parte delle stazioni di servizio il carburante ad alto numero di ottani è disponibile solo con speciali coupon e codici QR. E le code si allungano per chilometri, con le forze armate e i servizi pubblici hanno la priorità nell’accesso al carburante.

I canali Osint registrano regolari ritardi dei convogli di carburante sul ponte di Crimea, così come interruzioni nelle forniture di cherosene agli aeroporti di Simferopoli e Dzankoj, con conseguenti ritardi dei voli e la necessità di redistribuire le scorte tra gli scali.

La Crimea e gli altri territori occupati

La situazione è ancora più pesante nei territori occupati dell’Ucraina, dove la carenza di carburante è diventata permanente.

Nella parte occupata della regione di Donetsk molte stazioni di servizio funzionano solo per poche ore al giorno e in alcuni centri abitati il carburante manca del tutto, a conferma della profondità della crisi e dell’incapacità del sistema logistico russo di garantire forniture stabili nei territori occupati.

Nelle regioni di Luhansk, Zaporizhzhia e Kherson è stato introdotto un rigido limite di non più di 20 litri per persona, che rende impossibile il normale funzionamento dei trasporti, dell’agricoltura e dei servizi comunali.

Le conseguenze economiche: prezzi in aumento e disservizi nei settori chiave

Il risultato è che in alcune regioni i prezzi all’ingrosso sono aumentati dal 10 al 30%, con un immediato impatto sui costi di trasporto, sui prodotti e sui servizi. Le società del settore della logistica registrano un aumento delle spese, così come le catene di distribuzione al dettaglio.

L’agricoltura soffre la mancanza di diesel nel pieno della stagione di semina, con il rinvio dei lavori e il rischio di un calo dei raccolti. I trasporti locali riducono il numero delle corse a causa dell’aumento dei costi del carburante e i bilanci regionali sono costretti ad aumentare i sussidi.

Le imprese industriali del Volga e degli Urali segnalano un aumento dei costi di produzione, interruzioni nelle forniture di diesel e ritardi nelle consegne delle materie prime, che provocano fermi di produzione e violazioni dei programmi.

Perché gli attacchi hanno un effetto così forte

La raffinazione del petrolio in Russia è d'altra parte fortemente centralizzata: poche grandi raffinerie riforniscono territori vastissimi. I danni agli impianti di raffinazione primaria, l’elemento più vulnerabile, fermano le capacità produttive per mesi.

La logistica lavora già al limite e non riesce a redistribuire i flussi, mentre gli obblighi di esportazione limitano la possibilità di dirottare il carburante sul mercato interno. Mentre la stagione estiva aumenta ulteriormente la pressione a causa della crescita della domanda.

Gli attacchi alle raffinerie producono conseguenze dunque non locali, ma di portata nazionale. La logistica non riesce a compensare i volumi mancanti, la riparazione degli impianti primari richiede mesi e le regioni più remote sono le prime a finire nella zona a rischio. La crisi si prolunga e le differenze regionali diventano sempre più evidenti, sottolineando i profondi squilibri interni al Paese.

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