Mentre il Paese balcanico festeggia la seconda partecipazione al torneo, una canzone di 15 anni sulla vita all’estero è diventata l’inno non ufficiale dei tifosi bosniaci della diaspora
Dopo che l’attaccante di riserva Jovo Lukić ha insaccato di testa un calcio d’angolo al 21º minuto per la Bosnia-Erzegovina nella gara d’esordio ai Mondiali contro uno dei Paesi ospitanti, il Canada, venerdì, un piccolo ma vivace gruppo di tifosi bosniaci è esploso di gioia al Toronto Stadium.
Questo Paese dei Balcani occidentali, circa 3 milioni di abitanti, aspettava con ansia questa partecipazione ai Mondiali: è soltanto la seconda dalla dichiarazione d’indipendenza dall’ex Jugoslavia nel 1992, che nel giro di poche settimane fece esplodere una sanguinosa guerra durata quattro anni. Il biglietto per il torneo è arrivato grazie all’impresa nei playoff europei, con l’eliminazione in casa dell’Italia, quattro volte campione del mondo, ai calci di rigore dopo una lotteria ad altissima tensione.
A migliaia di chilometri di distanza, travolti da un mare di tifosi canadesi vestiti di rosso nel maxi-stadio temporaneo sulle rive del lago Ontario – tra cui anche volti noti come Ryan Reynolds e Mike Myers – il gol di Lukić ha strappato lacrime di gioia ai tifosi bosniaci in maglia blu assiepati nei settori più alti delle tribune.
Schierato al posto della stella indiscussa in attacco, Edin Džeko, Lukić, che gioca in Romania con l’Universitatea Cluj, ha finalizzato un’azione corale dopo un avvio di gara vivacissimo. Sulla carta la Bosnia doveva recitare il ruolo della sfavorita destinata a infrangersi contro il Canada, che molti immaginavano in una comoda passerella.
La Bosnia ha continuato disputando una partita da record, diventando solo la quarta squadra nella storia dei Mondiali a registrare più di 70 interventi di liberazione difensiva in un singolo incontro. Il Canada però ha reagito e ha trovato il pareggio al 78º minuto, con il match che si è chiuso in parità.
I Dragoni, lo storico soprannome della nazionale bosniaca, hanno comunque raccolto applausi a fine partita dai sempre cordiali tifosi canadesi.
La Bosnia occupa il 64º posto nell’attuale ranking FIFA, la squadra con il peggior piazzamento nel Gruppo B, alle spalle di Svizzera (19), Canada (30) e Qatar (56).
Eppure, per la Bosnia arrendersi non è mai stata un’opzione, per la gioia dei suoi tifosi. Molti di loro fanno parte della vasta diaspora sparsa tra l’Europa occidentale e il Nord America, dopo essere stati costretti a lasciare il Paese più di trent’anni fa a causa della guerra.
Altri hanno lasciato la Bosnia nel periodo del dopoguerra, segnato da progressi bloccati a causa delle continue liti politiche tra i rappresentanti dei tre principali gruppi etnici del Paese – serbi di Bosnia, croati di Bosnia e bosgnacchi – e da un sistema di pesi e contrappesi concepito in Occidente per equilibrare il campo di gioco, ma che ha finito per creare uno dei sistemi di governo più complicati al mondo.
Il loro inno si è rivelato uno dei tormentoni di questi Mondiali: una canzone di 15 anni fa del popolarissimo gruppo bosniaco Dubioza Kolektiv che si apre con il verso: "I am from Bosnia, take me to America" (Vengo dalla Bosnia, portami in America, ndt).
Un sogno calcistico americano per un’intera nazione
Il brano, diventato virale sui social dopo essere stato adottato dai tifosi, che lo cantavano sempre più forte man mano che la Bosnia si avvicinava alla qualificazione al torneo e ne stampavano i versi su striscioni e magliette, non è solo un ritornello balcanico che entra in testa. Parla, almeno in apparenza, anche del desiderio di una vita migliore altrove.
Il pezzo, inizialmente intitolato semplicemente USA, voleva essere una presa in giro del luogo comune secondo cui l’erba del vicino è sempre più verde. Un tema ricorrente per una band che ha fatto delle cause politiche e sociali parte integrante della propria identità.
"Voglio ricominciare da zero, tornare in terra di nessuno, mandare i saluti al tuo leader, non voglio la tua green card, voglio tornare a razzo nei Balcani", recita il testo originale man mano che la canzone procede.
"È interessante la storia di come questa canzone abbia avuto una seconda, una terza, una quarta vita in questi 15 anni", racconta il bassista dei Dubioza Kolektiv, Vedran Mujagić.
"Si è evoluta da questa lettura satirica dell’immigrazione e del sogno americano in un sogno calcistico americano per un’intera nazione".
L’inno virale dei Dubioza ha continuato a fare strada: dopo la partita con il Canada, la coppia di commentatori-superstar Thierry Henry e Zlatan Ibrahimović ha cantato in diretta TV il ritornello "I am from Bosnia, take me to America".
Considerati tra i migliori attaccanti della storia, entrambi sono legati in modo diretto alla Bosnia e al messaggio della canzone: i figli di Henry sono per metà bosniaci, mentre il padre di Ibrahimović viene proprio da lì.
"È la cosa migliore che possa capitare a una band o a una canzone: quando la gente se ne appropria, ci carica sopra nuovi significati e la rende sua", ha detto il tastierista dei Dubioza Kolektiv, Brano Jakubović. "Non è più soltanto nostra".
Quanto può peggiorare?
Le notizie che arrivano dalla Bosnia negli ultimi anni sono state tutt’altro che rassicuranti. Il Paese è praticamente fermo nel suo percorso verso l’adesione all’UE, mentre i leader nazionalisti continuano a sacrificare qualsiasi progresso per interessi personali, politici e finanziari.
Si stima che un quarto della popolazione viva in condizioni di povertà relativa, con tassi di disoccupazione da record. Il sistema sanitario è allo sfascio, minato da una corruzione dilagante.
A peggiorare le cose, la struttura di governo estremamente complicata della Bosnia ha reso facile per chi è al potere accentuare le divisioni, con sistemi scolastici separati e una scarsa volontà di fare i conti con il passato. Lo dimostrano il negazionismo aperto dei crimini di guerra e del genocidio, nonostante un lungo elenco di sentenze dei tribunali internazionali contro i responsabili e i ripetuti appelli della comunità internazionale alla riconciliazione.
Nel 2024, il ministero della Sicurezza a livello statale ha stimato che circa 1,8 milioni di bosniaci nati nel Paese se ne siano andati a vivere altrove, in 54 Paesi del mondo. Un altro mezzo milione è nato all’estero.
L’ultimo censimento statale del 2013 indicava che 3,7 milioni di bosniaci vivevano in patria. Da allora si stima che questo numero sia crollato a meno di 2,8 milioni, uno dei peggiori tassi di spopolamento in Europa.
Se USA dei Dubioza Kolektiv risuona in modo diverso tra chi è all’estero, gli emigrati bosniaci conoscono bene il significato più profondo della canzone, avendo sostituito un insieme di problemi con un altro.
Una volta partiti, spiega Mujagić, "si scontrano con l’ostilità della popolazione locale, dei movimenti di destra, e lì non li vogliono".
"È una situazione schizofrenica: vuoi andare via, ma in qualche modo sai che neanche dall'altra parte starai davvero bene", aggiunge Mujagić. "Da questo punto di vista, la canzone funziona ancora oggi esattamente come prima".
Si continua a sognare
In tutto questo, il calcio è rimasto il grande elemento di unione, una scintilla di speranza di fronte a politiche fondate sulla paura e sulla divisione.
Dopo anni di delusioni nei preliminari contro le superpotenze del calcio europeo – la Bosnia ha perso per due volte di fila gli spareggi Mondiali e Europei contro il Portogallo – il Paese è approdato finalmente ai Mondiali in Brasile nel 2014, entrando in una vera e propria febbre calcistica.
Sotto lo sguardo attento del commissario tecnico Safet Sušić, leggendario attaccante ancora oggi amatissimo dai tifosi del PSG, che incantò negli anni Ottanta e nei primi anni Novanta, la squadra ha perso all’esordio contro l’Argentina per 1-2. Il gol decisivo lo ha segnato Leo Messi.
La partita che però ancora oggi brucia ai tifosi bosniaci è quella contro la Nigeria: Džeko, all’epoca centravanti di punta del Manchester City, è sfuggito ai difensori nigeriani su un passaggio del regista Zvjezdan Misimović e ha segnato, ma il gol è stato annullato per fuorigioco.
Era prima dell’introduzione del VAR, e la decisione è rimasta tale, anche se i replay televisivi – ancora facilmente reperibili online – mostrano chiaramente che Džeko era in gioco. La Bosnia ha perso 0-1 e, nonostante la vittoria nell’ultima partita del girone contro l’Iran, il sogno brasiliano è finito lì.
È seguita un’attesa di altri dodici anni, fino all’arrivo dell’attuale commissario tecnico Sergej Barbarez, ex capitano della nazionale che, pur avendo avuto una carriera brillante in Germania come trequartista goleador con squadre come Borussia Dortmund e Hamburger SV, non ha mai disputato un grande torneo internazionale con il suo Paese. Con lui in panchina, la Bosnia ha compiuto una vera magia nelle due partite di playoff contro Galles e Italia.
Della squadra che volò in Brasile sono rimasti in campo solo due giocatori: Džeko, uno dei pochi over 40 del torneo ancora al massimo livello, e il terzino sinistro dell’Atalanta Sead Kolašinac, che venerdì ha portato la fascia di capitano.
"Sei bosniaco, il mondo è ai tuoi piedi"
In una lettera indirizzata ai bambini della Bosnia e pubblicata su The Players’ Tribune poco prima della partita contro il Canada, Džeko ha ripercorso il proprio cammino verso la gloria.
Ha raccontato le partite da bambino nella Sarajevo assediata, tra una pausa nei bombardamenti e una corsa per sfuggire ai cecchini, i suoi inizi umili nello Željezničar, una delle due grandi squadre della capitale, e i dubbi dopo il trasferimento in Repubblica Ceca a 17 anni, per appena 25 mila euro.
"A essere sincero, non sapevo nemmeno quale fosse il mio sogno. Volevo solo migliorare. Avevo questa fiducia in me stesso", ha detto Džeko.
"La parte più forte del mio corpo era la testa. Quando sono arrivato al Teplice mi sono detto: Edin, devi lavorare più degli altri, altrimenti ti manderanno via".
Quando il City è venuto a prenderlo dal Wolfsburg, ha ricordato, il suo valore era salito a quasi 40 milioni di euro.
"Sono cresciuto con la guerra. All’improvviso vivevo in una favola. Niente è mai impossibile. Nemmeno portare la Bosnia ai Mondiali", ha detto Džeko.
La squadra che oggi guida è piena di giovani, per lo più figli di immigrati di seconda generazione. Il messaggio di Džeko è al tempo stesso un riconoscimento ai compagni più inesperti e un appello a un Paese che vive diviso da troppo tempo.
"Gioco per la mia gente. Gioco per i ragazzi e le ragazze nelle strade di Sarajevo. Gioco per tutte le diverse culture e religioni che rendono il nostro Paese così bello, anche se qualcuno cerca ancora di dividerci", ha detto Džeko. "Non ci riusciranno mai".
"Non grazie a me. Non grazie agli adulti. Noi non impariamo mai. Sarà grazie a voi bambini... Voi non cambiate mai". "Quindi fatemi un ultimo favore, d’accordo", ha chiesto Džeko.
"Che viviate a Sarajevo, o a Roma, o a St. Louis... Che siate musulmani, ebrei, cattolici o ortodossi... Non dimenticate mai da dove venite. Siete bosniaci. Il mondo è ai vostri piedi".