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Tunisia, quando la violenza diventa "normale": come la politica alimenta l’odio anti-migranti

Migranti subsahariani che hanno chiesto il rimpatrio volontario si radunano per salire sugli autobus, a Tunisi, sabato 6 giugno 2026. (AP Photo/Anis Mili)
Migranti dell’Africa subsahariana che hanno chiesto il rimpatrio volontario si radunano per salire sugli autobus, a Tunisi, sabato 6 giugno 2026. (AP Photo/Anis Mili) Diritti d'autore  AP Photo
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Di يورونيوز
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Un attivista per i diritti umani a Euronews: se in Tunisia si accetta la violazione della dignità dei migranti, si perde il diritto morale di denunciare le discriminazioni contro i tunisini all’estero. I diritti umani sono universali, non selettivi

Da anni il dossier dei migranti irregolari provenienti dai Paesi dell'Africa subsahariana cova sotto la cenere in Tunisia**,** con un dibattito che si placa a fatica per poi tornare regolarmente in primo piano. Tra gli appelli all'espulsione e gli allarmi su un possibile cambiamento della composizione demografica del Paese, questo dossier è rimasto una delle questioni più divisive all'interno della società tunisina.

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La campagna contro i migranti ha raggiunto il suo apice negli ultimi mesi, con l'escalation di discorsi d'odio sulle piattaforme social e la comparsa di inviti espliciti a esercitare violenza contro di loro. Anche se simili posizioni e dichiarazioni non sono nuove, la loro frequenza è aumentata e si è aggravata di recente, con la circolazione di post che parlano di aggressioni, trascinamenti per strada e sfratti, suscitando a loro volta reazioni indignate e dure critiche da parte di attivisti per i diritti umani.

Le radici del dibattito attuale risalgono alle dichiarazioni rilasciate dal presidente tunisino Kaïs Saïed nel febbraio 2023, quando ha parlato dell'arrivo di quelle che definì "orde di migranti irregolari provenienti dall'Africa subsahariana", ritenendo che ciò avesse portato a un aumento di "violenza, reati e pratiche inaccettabili". Saïed aveva sostenuto inoltre che la situazione facesse parte di "un piano criminoso volto a cambiare la composizione demografica" e a trasformare la Tunisia in "un Paese esclusivamente africano, senza alcun legame con le nazioni araba e islamica", secondo le sue parole.

Successivamente, il presidente Saïed ha affermato che le sue dichiarazioni erano state oggetto di "un'interpretazione errata" mirata a danneggiare l'immagine della Tunisia, insistendo sul fatto che la sua posizione riguardasse il dossier dell'immigrazione irregolare e non le persone migranti in quanto tali, per il loro colore della pelle o la loro nazionalità. Ciò è avvenuto sullo sfondo di una ondata di critiche internazionali e da parte di organizzazioni per i diritti umani, che all'epoca avevano giudicato quelle parole "a carattere razzista".

Da allora le campagne ostili a questa fascia particolarmente vulnerabile non si sono fermate. Esponenti politici, parlamentari e attivisti vicini al potere o suoi sostenitori continuano a pubblicare post e a prendere posizione sul dossier dell'immigrazione irregolare, collegandolo a timori demografici, di sicurezza ed economici.

Negli ultimi giorni, nuovi episodi di violenza che hanno suscitato un ampio dibattito hanno riportato l'attenzione sulla situazione dei migranti africani. Sui social è circolato un video che documenta l'aggressione da parte di un gruppo di giovani a una donna migrante incinta: hanno cercato di abusare sessualmente di lei davanti al marito, picchiato a sua volta, per poi filmare la scena e pubblicarla online. In alcune foto diffuse sui social si vedono chiaramente i segni delle ferite sul volto della vittima, mentre il video contiene insulti e parole volgari, suscitando una vasta ondata di indignazione tra attivisti e organizzazioni per i diritti umani.

Poco prima di questo episodio, era stato diffuso un altro video che mostra una donna tunisina nell'atto di cacciare da casa una migrante che teneva in braccio un bambino piccolo. La scena ha rilanciato il dibattito sulla crescita di atteggiamenti ostili e discriminatori verso i migranti nel Paese, in un contesto di appelli sempre più pressanti a tutelare i loro diritti e contrastare i discorsi d'odio e la violenza.

Una "crisi morale" che minaccia la società

Il tentato stupro e l'aggressione alla migrante hanno scatenato in Tunisia un'ondata di shock e di rabbia. Ma la gravità dell'episodio, come sottolinea Nidhal Khadhraoui, esperto di comunicazione politica e di diritti umani, in dichiarazioni a Euronews, non risiede tanto nel fatto in sé quanto nel contesto che ne ha permesso il verificarsi e la gestione.

La diffusione capillare del video e i commenti che l'hanno accompagnata, alcuni dei quali giustificavano, minimizzavano o addirittura deridevano quanto accaduto, mostrano, secondo Khadhraoui, che non siamo di fronte a un semplice "atto criminale isolato", ma a interrogativi più profondi sul clima sociale e politico che rende la dignità e i diritti del migrante africano un tema su cui si può chiudere un occhio o che si può calpestare.

A suo avviso, una società entra in "una fase pericolosa" quando la violenza contro un determinato gruppo diventa qualcosa che si può giustificare o tollerare. In quel momento, la violenza diventa il riflesso di un intero sistema di "istigazione e disumanizzazione".

Secondo l'analista, i contorni di questo clima hanno iniziato a emergere con maggior chiarezza dopo le dichiarazioni della presidenza tunisina sulla migrazione irregolare, che hanno spostato il dibattito da un approccio politico e amministrativo al tema a una narrazione incentrata sulla paura del "cambiamento demografico" e della "minaccia all'identità nazionale". Invece di affrontare il fenomeno come una questione complessa, con dimensioni economiche, sociali, umanitarie, giuridiche e di sicurezza, la presenza dei migranti nel Paese è stata presentata come un "pericolo esistenziale per la società".

Khadhraoui inserisce questa lettura nel quadro di quella che in Europa è conosciuta come teoria della "grande sostituzione", una tesi promossa da movimenti di estrema destra, secondo cui le popolazioni autoctone sarebbero oggetto di un cambiamento demografico sistematico a causa dell'immigrazione e dei più elevati tassi di natalità tra i migranti.

La pericolosità di questa teoria, spiega l'esperto, sta nella sua capacità di creare "un nemico immaginario". Il migrante non viene più visto come una persona in fuga dalla guerra, dalla povertà o dalla persecuzione, ma come uno strumento di una "cospirazione" volta a trasformare la struttura demografica delle società. Così, nella fantasia collettiva, la migrazione si trasforma in "invasione", "occupazione" o "sostituzione", aprendo la strada alla giustificazione della violenza come forma di autodifesa, individuale o del gruppo.

Migranti dell'Africa subsahariana che hanno presentato domanda di rimpatrio volontario nei loro Paesi si radunano vicino a un autobus a Tunisi, Tunisia, sabato 6 giugno 2026. (AP Photo/Anis Mili)
Migranti dell'Africa subsahariana che hanno presentato domanda di rimpatrio volontario nei loro Paesi si radunano vicino a un autobus a Tunisi, Tunisia, sabato 6 giugno 2026. (AP Photo/Anis Mili) AP Photo

A suo dire, questa logica è stata importata nel contesto tunisino in una versione locale, attraverso la ripetizione di formule simili a quelle usate dall'estrema destra europea: si parla di cambiamento della composizione della popolazione, si associano i migranti alla criminalità, si presentano le associazioni umanitarie come "soggetti sospetti" e si trasforma la solidarietà con i migranti in un "motivo di accusa". In questo modo, il discorso ufficiale costruisce una cornice mentale che fa sentire a una parte della società che la violenza contro i migranti è "comprensibile, giustificata o quantomeno non particolarmente scandalosa".

Il prezzo delle politiche europee: migranti bloccati in Tunisia

Secondo Khadhraoui, questa evoluzione coincide con i cambiamenti intervenuti nei rapporti tra Tunisia e Unione europea dopo la firma del memorandum d'intesa sulla migrazione nel luglio 2023.

Da allora, il piccolo Paese nordafricano si è trovato in una posizione "complessa": Paese di transito, luogo di fatto di trattenimento dei migranti e linea di difesa avanzata delle frontiere degli Stati dell'Europa meridionale. Nonostante la retorica ufficiale contraria a trasformare la Tunisia nel "gendarme di frontiera" del Vecchio Continente, i dati politici, finanziari e di sicurezza indicano, secondo Khadhraoui, che Bruxelles, insieme all'Italia e ad alcuni governi europei alle prese con una forte ascesa delle destre estreme, ha trovato nelle autorità tunisine un partner in grado di contenere i flussi migratori verso le coste europee.

In questo quadro, la crisi dei migranti in Tunisia non può essere compresa separatamente dalla politica europea che punta a esternalizzare la gestione delle frontiere e le funzioni di deterrenza e trattenimento verso i Paesi del Sud. Di conseguenza, il Paese si è trasformato in uno spazio sospeso tra due realtà: non è un luogo di reale insediamento per i migranti, ma non è neppure un corridoio sicuro verso l'Europa. È piuttosto una "zona di attesa in cui vulnerabilità, abusi e discriminazioni si aggravano", afferma Khadhraoui.

Come "autoritarismo e razzismo" alimentano i circoli della violenza?

Khadhraoui avverte che questa dinamica si intreccia con il deterioramento del clima delle libertà in Tunisia, dove, a suo dire, si registrano "persecuzioni contro oppositori, difensori dei diritti, giornalisti, sindacalisti e attivisti". In una simile situazione, il migrante diventa "l'anello più debole e più esposto alle violazioni".

A suo giudizio, "una società che si abitua a tacere davanti alle restrizioni delle libertà, alla repressione degli oppositori e all'indebolimento delle garanzie giudiziarie, diventa più incline a ignorare le violazioni che colpiscono i migranti". L'analista ritiene che l'autoritarismo non prenda di mira un solo gruppo, ma "crei un ambiente fondato sulla paura, sull'obbedienza e sulla ricerca costante di un avversario a cui attribuire la responsabilità delle crisi".

Khadhraoui sottolinea inoltre che i discorsi di alcuni parlamentari e commentatori hanno contribuito ad alimentare l'ostilità verso i migranti africani. Alcuni deputati, racconta, hanno descritto la loro presenza come una "catastrofe" o una minaccia globale per il Paese, e in certi casi si sono espressi sulle donne migranti con termini giudicati "umilianti".

Per l'esperto, il passaggio dell'odio dai social alle istituzioni conferisce alla violenza una pericolosa legittimità simbolica. Chi compie un atto violento non ha sempre bisogno di un incitamento diretto: basta essere esposti di continuo a un discorso che presenta il migrante come una minaccia, una cospirazione o una fonte di pericolo perché la propria bussola morale si rimodelli di conseguenza. A quel punto, la vittima non è più percepita come tale, ma come "nemico", e la compassione non è più un valore umano, ma un comportamento visto come "complicità o tradimento".

Khadhraoui richiama poi una contraddizione evidente: gli stessi tunisini conoscono bene cosa significhi emigrare e affrontare le difficoltà che ne derivano. Decine di migliaia di loro vivono, lavorano o studiano all'estero, e alcuni subiscono a loro volta varie forme di razzismo, discriminazione e stereotipi negativi.

Migranti dell'Africa subsahariana che hanno presentato domanda di rimpatrio volontario nei loro Paesi si radunano per salire sugli autobus, a Tunisi, Tunisia, sabato 6 giugno 2026. (AP Photo/Anis Mili)
Migranti dell'Africa subsahariana che hanno presentato domanda di rimpatrio volontario nei loro Paesi si radunano per salire sugli autobus, a Tunisi, Tunisia, sabato 6 giugno 2026. (AP Photo/Anis Mili) AP Photo

Khadhraoui insiste sul fatto che attribuire ai migranti la responsabilità delle crisi economiche e sociali li trasforma in "capro espiatorio" su cui incanalare la rabbia popolare. Il migrante non decide le politiche economiche, non gestisce le istituzioni dello Stato e non controlla le grandi scelte, eppure diventa facilmente il bersaglio di accuse e demonizzazioni.

La vera pericolosità, avverte, è che la violenza non resta confinata al gruppo preso di mira. Una società che si abitua a umiliare un gruppo debole impara gradualmente ad accettare la violenza come strumento per gestire i conflitti. Oggi la vittima può essere un migrante africano; domani può esserlo chiunque abbia un'opinione diversa, un altro colore della pelle o una diversa provenienza regionale o sociale.

Aggiunge che il raggio degli attacchi si è esteso anche a chiunque difenda i migranti o chieda la loro protezione. Un tunisino che denuncia il razzismo o definisce lo stupro un crimine a prescindere dall'identità della vittima può a sua volta essere accusato di tradimento, insultato o minacciato. Ciò dimostra, secondo lui, che la crisi è passata da un disaccordo sul dossier migratorio a un conflitto più profondo sul concetto stesso di umanità.

In questo contesto, Khadhraoui invita lo Stato tunisino a comprendere che sovranità non significa trasformare il Paese in uno spazio di violenza contro i gruppi più deboli, né in una "zona di detenzione per conto dell'Europa". La vera sovranità, a suo avviso, consiste nel rispetto della legge, nella tutela della dignità umana e nel rifiuto di trasformare la Tunisia in una prigione a cielo aperto per i migranti o in un terreno di scarico delle paure europee legate alla migrazione.

Khadhraoui conclude che il pericolo più grande che la società tunisina affronta oggi è "abituarsi alle scene di umiliazione, aggressione e violenza razzista senza una reazione morale collettiva". Quando "una società perde la capacità di restare scioccata di fronte alla brutalità, comincia progressivamente a erodere le proprie fondamenta etiche dall'interno". La violenza che oggi colpisce i migranti, "domani può riversarsi sull'intera società, sulle sue istituzioni, sulle sue relazioni, sul suo linguaggio, sui suoi comportamenti quotidiani e sulla sua capacità di convivenza".

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