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Stallo nei negoziati Iran-USA, pesano le fazioni interne alla leadership iraniana

Qalibaf, presidente del Parlamento iraniano (a destra), e Ahmad Vahidi, vicecomandante dei Guardiani della Rivoluzione (a sinistra)
Qalibaf, presidente del Parlamento iraniano (a destra), e Ahmad Vahidi, vicecomandante dei Guardiani della Rivoluzione (a sinistra) Diritti d'autore  AP Photo
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Di یورونیوز فارسی
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La sospensione dei contatti tra Iran e USA e il destino incerto del negoziato sono specchio di una guerra tra correnti nella leadership iraniana. L'attuale stallo fa comodo a molti

Una serie di rapporti e dichiarazioni ufficiali e ufficiose indica che sia gli sviluppi regionali, sia le divisioni politiche all’interno della struttura di potere in Iran hanno inciso direttamente sul destino di questi colloqui.

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L’agenzia Tasnim, vicina al Corpo delle Guardie della Rivoluzione islamica (Pasdaran), il 1º giugno (11 khordad) ha sostenuto che lo scambio di messaggi tra Iran e Stati Uniti, volto a raggiungere un’intesa per porre fine alla guerra e avviare successivi negoziati sul dossier nucleare, è stato interrotto.

Secondo questo media, la causa principale della decisione sarebbe l’intensificarsi delle recenti operazioni di Israele contro Hezbollah in Libano. Le autorità iraniane considerano inoltre questa azione una violazione del cessate il fuoco e la indicano come il principale motivo dell’interruzione dei colloqui.

Gli ultimi sviluppi in Libano non sono considerati soltanto una crisi locale; dal punto di vista di Teheran fanno parte di un sistema di sicurezza più ampio, in cui qualsiasi attacco può avere conseguenze che vanno oltre i confini libanesi.

Non a caso Abbas Araghchi, ministro degli Esteri iraniano, ha dichiarato in un messaggio che il cessate il fuoco tra Iran e Stati Uniti "senza alcuna ambiguità" riguarda tutti i fronti, compreso quello libanese, e non può essere limitato a un singolo teatro o campo di battaglia.

Mohammad Bagher Ghalibaf, presidente del Parlamento iraniano e principale negoziatore di Teheran, ha a sua volta accusato gli Stati Uniti di condividere la responsabilità per la mancata osservanza del cessate il fuoco, in risposta ai recenti attacchi in Libano.

Messaggio di Ghalibaf su X

Una situazione né di negoziati né di guerra

Dall’altra parte, il presidente statunitense Donald Trump ha dichiarato in un’intervista alla rete NBC News che l’Iran non ha informato Washington della sospensione dei negoziati.

Ha aggiunto che, in caso di fallimento dei colloqui, gli Stati Uniti non passeranno necessariamente a un’azione militare diretta, ma continueranno le pressioni economiche e in particolare il blocco navale dei porti iraniani.

In Iran, una fonte informata ha riferito all’agenzia Mehr che la bozza dell’eventuale memorandum d’intesa è ancora all’esame a Teheran e che non è stata inviata alcuna risposta ufficiale alla controparte americana.

La stessa fonte ha sottolineato che, a causa dei precedenti di "mancato rispetto degli impegni da parte degli Stati Uniti" e della sfiducia radicata, l’Iran insiste su "benefici reali e garanzie esecutive".

La fonte ha proseguito: "Gli Stati Uniti temono la guerra, noi temiamo l’accordo, perché Washington ha speso molto per la guerra senza ottenere risultati".

Saeid Ajerlou, membro della squadra mediatica della delegazione negoziale iraniana, ha inoltre confermato che la nuova proposta inviata dagli Stati Uniti è all’esame del Consiglio supremo di sicurezza nazionale e delle commissioni specializzate e che non è ancora stata presa una decisione definitiva.

Chi sono i capi corrente interni all'Iran

Molti osservatori ritengono che il processo decisionale in Iran sia influenzato dalle correnti interne al sistema e in particolare dai circoli vicini ai Pasdaran.

In questo contesto è emerso il nome di Ahmad Vahidi, vice comandante in capo del Corpo delle Guardie della Rivoluzione islamica, indicato come una delle figure più influenti nella linea dura sui negoziati.

Egli appartiene a una cerchia ristrettissima in contatto diretto con Mojtaba Khamenei, la nuova Guida della Repubblica islamica che, dopo gli attacchi israeliani di febbraio, continua a tenersi lontano dall’opinione pubblica.

Secondo queste analisi, questo fronte preferisce mantenere lo status quo di "né accordo, né guerra", una situazione che, dal suo punto di vista, consente all’Iran di portare avanti i propri obiettivi regionali e di sicurezza.

In base all’ultimo rapporto congiunto di due think tank statunitensi, l’Institute for the Study of War (ISW) e l’American Enterprise Institute, Vahidi e il suo ristretto entourage hanno sospeso i negoziati tra Iran e Stati Uniti il primo giugno.

Figure come Ghalibaf, al contrario, vengono descritte come esponenti di un approccio più pragmatico, che giudicano possibile una maggiore flessibilità nei colloqui se le condizioni lo permetteranno.

Questa divergenza di vedute, in particolare tra gli apparati di sicurezza e quelli politici, viene indicata come uno dei principali fattori che rallentano o bloccano il processo decisionale.

Il generale Mohammad Jafar Asadi, vice ispettore del comando centrale Khatam al-Anbiya, martedì 2 giugno ha ribadito che l’Iran dispone ancora di capacità difensive nascoste e che non ha ancora mostrato "tutte le sue carte vincenti".

Ha affermato che, nonostante i danni subiti nell’ultima guerra, le infrastrutture nazionali di produzione militare restano operative e che parti importanti di esse "sono nascoste alla vista del nemico". Riferendosi alle minacce esterne, ha inoltre sottolineato che le forze armate iraniane non hanno bisogno dell’arma nucleare.

Asadi ha anche avvertito con tono minaccioso che l’Iran è pronto di fronte a qualsiasi minaccia esterna e che non teme un confronto militare neppure in caso di ingresso della Nato nel conflitto.

Ricordando le minacce di "riportare l’Iran all’età della pietra", ha dichiarato: "Il nostro messaggio è che, anche se non avessimo nulla, andremmo a combattere gli Stati Uniti con le pietre, perché non siamo un popolo che si arrende di fronte all’America". Ha aggiunto: "Gli Stati Uniti vogliono soltanto la nostra totale resa, ma il popolo iraniano non si arrenderà mai e, se la resa è esclusa, la prospettiva è quella della guerra.

Il Libano è un pretesto o un fattore determinante?

Ciononostante, alcune analisi ritengono che l’insistenza dell’Iran sulla questione libanese e sul cessate il fuoco faccia parte di una strategia di Teheran per gestire le pressioni diplomatiche e di sicurezza, usando la centralità di questo dossier per influenzare il percorso dei negoziati principali con gli Stati Uniti.

Secondo un’analisi dell’Institute for the Study of War (ISW), una parte di queste posizioni mira ad attribuire a Israele la responsabilità dell’impasse nei colloqui; Teheran cercherebbe così, sottolineando il ruolo di Israele negli sviluppi in Libano, di spostare le pressioni diplomatiche verso un cambiamento degli equilibri e "creare tensioni tra Washington e Tel Aviv".

Parallelamente, l’Iran sta approfittando dell’attuale e fragile cessate il fuoco, in vigore dall’8 aprile, per ricostruire alcune capacità militari, tra cui i programmi missilistici balistici e i droni danneggiati nei recenti scontri.

Nella stessa analisi si afferma che la centralità del dossier libanese può prolungare le divergenze sul cessate il fuoco tra Libano e Israele e, di conseguenza, distogliere l’attenzione dalle questioni di fondo che oppongono Iran e Stati Uniti.

Mentre figure come Mohammad Bagher Ghalibaf sono considerate sostenitrici di una linea più flessibile e favorevole a un accordo limitato, i settori della sicurezza insistono sulla prosecuzione di un approccio deterrente e rigido.

Da questa prospettiva, la sospensione dei negoziati è meno il prodotto di un singolo fattore esterno che il riflesso della competizione e del fragile equilibrio tra queste due linee all’interno dell’architettura decisionale iraniana.

Nello stesso quadro, martedì il portavoce e vice responsabile delle relazioni pubbliche dei Pasdaran, Hossein Mohbi, ha avvertito nelle sue più recenti dichiarazioni che, in caso di un eventuale ritorno al conflitto armato, "la natura delle operazioni, la geografia del campo di battaglia e perfino i tipi di armamenti impiegati saranno diversi" e che le forze armate sono pienamente pronte a tutti gli scenari possibili.

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