Dalla crisi degli ostaggi all’escalation regionale, Michael Tsur analizza la strategia israeliana e il ruolo ormai perduto dell'arte del negoziato, anche col peggior nemico. Tra conflitti provocati da posizioni intransingenti, vera politica e alta diplomazia sono le prime vittima della nostra epoca
In Medio Oriente la de-escalation resta sulla carta. I missili iraniani bucano l’Iron Dome nel cuore di Tel Aviv, mentre Israele risponde con raid fino a Teheran. In Iran i Guardiani della Rivoluzione rivendicano attacchi verso più Paesi della regione e annunciano una nuova ondata di attacchi missilistici contro Israele, dichiarando di agire in sostegno del Libano e dei palestinesi.
In un comunicato, i Pasdaran avvertono: “Se i crimini contro i civili in Libano e Palestina continueranno, l’esercito del regime israeliano sarà colpito da pesanti attacchi missilistici e con droni”. Sullo sfondo, tentativi di mediazione che non producono risultati concreti.
È dentro questa spirale che torna una domanda rimossa: esiste ancora uno spazio per negoziare?
“Dal mio punto di vista ogni uso della forza è un chiaro segno di debolezza. Non parlo solo di guerra: anche alzare la voce, usare toni aggressivi. Quando una persona conosce il proprio valore, non ha paura di incontrare l’altro, di parlare, di esporsi”.
A dirlo è Michael Tsur, avvocato e negoziatore professionista con oltre trent’anni di esperienza sul campo, già membro della squadra di negoziazione ostaggi dell’esercito israeliano (Idf).
L’intervista è stata realizzata a Roma, a margine della presentazione del libro scritto dal giornalista Frediano Finucci, “Il negoziatore”, e mette in discussione il presupposto implicito di questa fase: che la forza sia l’unico linguaggio possibile.
“Non si può entrare in mare e restare asciutti”
“Se dichiari che vuoi distruggere Hamas e allo stesso tempo liberare gli ostaggi, stai mettendo insieme due obiettivi che vanno in direzioni opposte. Se vuoi liberare gli ostaggi, devi negoziare con Hamas. Sono loro che li tengono. Non puoi negoziare contro qualcuno, devi negoziare con qualcuno”.
La critica di Tsur alla gestione israeliana dopo l’attacco del 7 ottobre 2023 è diretta e vale una metafora: “È come dire: voglio entrare in mare e restare asciutto. Ma se entri in mare ti bagni. Questo fa capire chiaramente che non c'era alcuna negoziazione”.
Per un negoziatore, insiste, non conta ciò che si dichiara ma la coerenza tra obiettivi e strumenti. E in questo caso quella coerenza, secondo lui, è mancata fin dall’inizio.
“Non c’era una vera negoziazione”
Il giudizio è netto. Secondo Tsur, il processo è stato più formale che sostanziale: “La questione era mantenere una posizione. Non era, come dovrebbe essere in una situazione del genere, riportare le persone a casa”.
In questa lettura, la liberazione degli ostaggi non è mai stata davvero la priorità operativa, ma uno degli elementi di una strategia più ampia e conflittuale.
“Molti politici, pochi leader”
Il nome di Benjamin Netanyahu appare solo nelle domande, ma nelle risposte Tsur è chiaro: “Viviamo in un mondo con molti politici e pochi leader - dice - E la differenza è enorme: i politici sono preoccupati dei loro interessi personali, i leader degli interessi della popolazione”.
La riflessione si allarga e diventa sistemica. Dopo il 7 ottobre, secondo il negoziatore, quella che era una crisi di sicurezza si è trasformata rapidamente in una dinamica politica.
“Io ero lì, ho visto con i miei occhi il passaggio da un’operazione militare a una situazione politica. E quando la politica entra in gioco, automaticamente c’è un conflitto di interessi”.
È qui che emerge quella che definisce “modalità sopravvivenza”.
“Le famiglie degli ostaggi non erano trattate in modo onesto”
Dopo due mesi, Tsur ha chiesto di essere rimosso dal team negoziale. Non una rottura pubblica, ma una scelta: “Non ero disposto a far parte di quella negoziazione. Le famiglie degli ostaggi non erano trattate in modo onesto”.
Parole misurate, ma pesanti. Perché in una crisi di questo tipo, la gestione della fiducia è parte integrante della strategia.
Le ore decisive sprecate
“In ogni crisi ci sono cose che puoi fare nella prima ora, nel primo giorno, nei primi tre giorni. Dopo è troppo tardi”. Il negoziatore insiste su una finestra che, a suo dire, è stata persa.
“In quei giorni Israele aveva il supporto del mondo, anche di parte del mondo arabo. C’era empatia, legittimità, possibilità di chiedere aiuto anche a chi normalmente non ti sostiene”. E invece, quella leva non è stata utilizzata.
Tsur precisa di parlare a titolo individuale: "Non rappresento alcuna autorità. Parlo a titolo personale, in quanto persona che, per fortuna o per sfortuna, ha potuto ricoprire determinate cariche grazie alla propria professionalità".
E aggiunge: "Ci sarebbero stati altri modi per affrontare questa situazione. Non posso promettere né dire con quale risultato, ma il fatto è che niente è stato implementato, non c'è stato nemmeno il tentativo".
Libano e Iran: la negoziazione sotto le bombe
Nel passaggio dalla guerra a Gaza al progressivo allargamento del conflitto - con gli attacchi israeliani contro Hezbollah in Libano e il confronto sempre più diretto con l’Iran - la domanda diventa se esista ancora uno spazio reale per la negoziazione. Il negoziatore risponde senza esitazioni: anche nei momenti più critici, i canali diplomatici restano aperti.
“Sono sicuro che proprio mentre stiamo parlando ci sono contatti sul Libano, spero con gli interlocutori giusti. Questo è un momento molto difficile - spiega Tsur - le tensioni aumentano e Hezbollah è impegnato in una lotta per la sopravvivenza, anche in relazione a ciò che accade in Iran. Ma, allo stesso tempo, so che ci sono discussioni in corso e tentativi per trovare nuove soluzioni”.
Il ragionamento si inserisce in una lettura storica del conflitto: anche nei momenti di massima crisi, osserva Tsur, si sono spesso create le condizioni per sviluppi diplomatici inattesi: “Dopo la guerra del Kippur si arrivò a un trattato di pace con l’Egitto; dopo anni molto duri di intifada, a un accordo con la Giordania. Voglio credere che accada anche questa volta: di solito si scende prima di risalire”.
“Ogni uso della forza è un segno di debolezza”
“Ogni uso della forza è un chiaro segno di debolezza. Quando sei davvero forte, non hai paura di incontrare l’altro, di parlare, di creare uno spazio di confronto”.
Non è una provocazione, ma una visione coerente del potere e della leadership. E, alla fine, Tsur definisce una linea di principio: “Io negozio sempre con, mai contro qualcuno. Anche con il diavolo, se necessario. Perché la negoziazione è l’unico modo per arrivare a una soluzione reale”.
In un contesto dominato dalla forza e dalla reazione immediata, manca la visione: "Qual è l'obiettivo? - si chiede Tsur - qual è il piano finale? Non devo per forza essere d'accordo, ma vorrei capire qual è la scena finale. Quando non c'è una direzione, è follia fine a se stessa".
Interpellata per un commento, l'ambasciata israeliana ha detto a Euronews che preferisce che la voce di Michael Tsur resti autonoma, senza affiancarle nulla.
Gabriele Segre: “La coesistenza non è una scelta, ma una necessità”
Accanto alla critica radicale di Michael Tsur, la riflessione di Gabriele Segre, direttore della Fondazione Vittorio Dan Segre, introduce un livello ancora più strutturale: quello della convivenza come condizione inevitabile, non come opzione politica.
“La coesistenza non è mai una possibilità intesa come scelta – spiega – è una necessità inscindibile. Quando smettiamo di cercare uno spazio di relazione con l’altro, entriamo nella guerra perpetua, una guerra che tende all’annientamento totale”.
Anche nel pieno dell’escalation, anche mentre il conflitto sembra chiudere ogni spiraglio, per Segre lo sforzo negoziale resta inevitabile: “Finché non siamo nell’annientamento totale, lo spazio della coesistenza esiste sempre. Il problema è che oggi non è una priorità politica”.
Gli estremi e la leva della paura
Ma è soprattutto nella lettura del presente che emerge il nodo più profondo. “Le forze estreme, da una parte e dall’altra, hanno il più potente alleato possibile: la paura”, osserva. È un passaggio chiave per capire perché ogni tentativo di convivenza perda continuamente consistenza.
“Quando la paura viene attivata – e la violenza è il suo innesco più brutale – tutto il resto scompare: empatia, moderazione, desiderio di pace. Restano solo sopravvivenza e contrapposizione”.
In questo schema, ad esempio, israeliani e palestinesi finiscono intrappolati in un sistema che si autoalimenta: “Non si tratta solo di chi ha ragione o torto, ma di un meccanismo in cui ciascuno vede nella distruzione dell’altro l’unica garanzia di sicurezza”. Uscirne, avverte Segre, è possibile solo nel lungo periodo: “Prima bisogna fermare la violenza e la morte. Poi, lentamente, si attenua la paura. Solo allora – con uno sforzo enorme – può riemergere uno spazio di convivenza reale”.
Le due voci
Michael Tsur cresce a Gerusalemme, un ragazzino dislessico con una curiosità insaziabile e una determinazione fuori dal comune. Inizia come meccanico, si cimenta nell’imprenditoria e nella costruzione, fino a diventare avvocato e completare un master ad Harvard. Ma la sua vera vocazione emerge nella negoziazione: Tsur affronta crisi che sembrano impossibili, dalle prese di ostaggi alle trattative con organizzazioni terroristiche, e porta la stessa lucidità e capacità di ascolto anche nella vita quotidiana e nel mondo degli affari. Attraverso la sua storia, il libro offre non solo lezioni pratiche di negoziazione, ma anche il ritratto di un uomo che ha saputo trasformare le difficoltà in straordinarie opportunità.
Gabriele Segre è direttore della Fondazione Vittorio Dan Segre e cresce tra Italia e Gerusalemme con una forte passione per le identità, la convivenza e la politica internazionale. Dopo studi alla Columbia University, alla National University of Singapore e all’Università Cattolica di Milano, completa il dottorato in Leadership e Politiche Pubbliche a Singapore, un percorso che lo porta a lavorare per anni come consulente delle Nazioni Unite su leadership, riforme e cambiamento organizzativo. La sua vera vocazione emerge nell’impegno per costruire dialogo e collaborazione tra culture diverse: Segre scrive, insegna e collabora con diverse testate giornalistiche.