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A 30 anni da Chernobyl, le parole e i ricordi dei 'liquidatori'

“Mi chiamo Natalia Manzurova, vengo da Ekaterinbourg, negli Urali ma sono originaria della città di Chelyabinsk, nella regione di Ozyorsk. Era una

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A 30 anni da Chernobyl, le parole e i ricordi dei 'liquidatori'

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“Mi chiamo Natalia Manzurova, vengo da Ekaterinbourg, negli Urali ma sono
originaria della città di Chelyabinsk, nella regione di Ozyorsk. Era una città protetta dal segreto militare. Sono una scienziata, specializzata in radiobiologia. Per più di 10 anni ho lavorato all’Istituto di Biologia Nucleare e di Radiologia. Siamo stati i primi a studiare le conseguenze radiologiche dell’incidente nucleare avvenuto a Chelyabinsk nel 1957. Nel 1986 praticamente tutti i membri della mia squadra di lavoro sono stati inviati a Chernobyl. Prima per brevi periodi e poi in pianta stabile”.

“Mi chiamo Nadejda Kutepova, sono la responsabile dell’Ong ambientalista “The Planet of the Hope” basata a Ozyorsk, nella regione di Chelyabinsk. Negli ultimi 15 anni ho lavorato nel settore del rispetto dei diritti umani e ora ho ottenuto asilo politico in Francia”.

“Mi chiamo Oleg Veklenko, ho 57 anni e 30 anni fa ero a Chernobyl, lavoravo come liquidatore, partecipando alle operazioni di intervento dopo l’esplosione della centrale nei mesi di maggio e giugno 1986”.

Chernobyl pictures by a liquidator

Sono 3 persone normali quelle che abbiamo incontrato a Parigi all’Istituto Nazionale di Lingue e Culture Orientali (Inalco), in occasione della conferenza “Chernobyl, 30 anni dopo” organizzata sotto la direzione scientifica di Galina Ackerman. Due donne russe e un signore ucraino dalla voce calma e dai gesti posati. Hanno in comune il fatto che la loro vita è stata marcata da un unico
fenomeno: le radiazioni. Quelle diffuse in Bielorussia, Ucraina, Russia e in tutto il resto d’Europa dopo l’incidente di Chernobyl. Veklenko ha poi avuto un ruolo del tutto particolare come “liquidatore”, termine ormai adottato e adattato in tante lingue per indicare le centinaia di migliaia di giovani, tra i 20 e 40 circa, che l’allora Unione Sovietica chiamò appunto per “liquidare” le catastrofiche conseguenze dell’esplosione del reattore numero 4 della centrale elettronucleare vicino alla città ucraina di Prip’jat’.

Oleg Veklenko aveva studiato all’Accademia di Belle Arti. Le autorità sovietiche decisero dunque che il suo ruolo, oltre ovviamente a quello di spalare detriti, macerie radioattive, blocchi di grafite proiettati all’esterno del reattore, sarebbe
stato quello di avere con sé una macchina fotografica per documentare i lavori. A 30 anni di distanza, in prospettiva, un autentico “privilegio” (se la parola non fosse scandalosa, impossibile da associare a Chernobyl) dal momento che chiunque, in quei giorni e nei mesi successivi, si avvicinasse con un apparecchio fotografico o con una telecamera, veniva fermato e costretto ad estrarre la pellicola, esponendo in piena luce le poche immagini che si fossero salvate dall’effetto delle radiazioni.

Memore dei racconti riportati nell’ormai “classico” testo di Svetlana Aleksievich, “Preghiera per Chernobyl” nel quale si evoca anche il sacrificio di tanti, soprattutto donne, che si avvicinavano all’area di esclusione in maniera volontaria, per portare provviste, coperte, tè o un po’ di vodka ai ragazzi che spalavano detriti, chiedo a Veklenko quanti tra i liquidatori con cui ha lavorato erano volontari, quanti invece erano stati richiamati dalle autorità.

“Era l’ufficio di reclutamento che ci chiamava per mandarci a ripulire Chernobyl, non c’erano volontari” racconta Veklenko. “E tutte queste persone non avevano nessuna particolare preparazione, nessun addestramento specifico. Sì, c’era qualcuno che aveva fatto il servizio militare nell’unità assegnata agli interventi chimici, ma nessuno era preparato a un disastro di tali proporzioni. E non
capivano dove li stavano mandando, non si rendevano conto del pericolo al quale venivano esposti, per lo meno le persone che erano con me, e io stesso del resto, non ero al corrente di nulla”, racconta.

Da Mayak a Chernobyl, la vita di Kutepova segnata dalle radiazioni

Nedejda Kutepova, è originaria di una delle regioni che è probabilmente la più contaminata del pianeta, la regione di Chelyabinsk. È lì che è stata costruita, nel 1947, la prima industria nucleare dell’Unione Sovietica. Il centro di Mayak, coperto da segreto militare, assente da tutte le carte geografiche, è stato per l’Urss l’equivalente di Los Alamos per gli Stati Uniti.

Il “progetto Manhattan sovietico” tuttavia ha avuto se possibile, risvolti ancora peggiori di quelli pur gravissimi causati localmente, sul suolo degli Usa, dal grande piano militare che portò alla costruzione dell’atomica. Progetto che avrebbe simbolicamente reso inseparabili i nomi di Los Alamos, Hiroshima e
Nagasaki.

A Mayak, negli Urali, dove si consuma la folle competizione innescata dalla guerra fredda, avviene il primo incidente nucleare della storia. Appena 10 anni dopo che 70.000 prigionieri andati a pescare tra i carcerati dei gulag sono stati messi ai lavori forzati per edificare il sito industriale, avviene il primo incidente nucleare della storia. È il 12 settembre 1957, un’esplosione di natura chimica uccide almeno 200 persone. La deflagrazione e l’incendio rilasciano nell’atmosfera
l’equivalente della metà delle radiazioni che sprigioneranno da Chernobyl.

Kutepova viene da quella terra. Suo padre è morto per le conseguenze dell’incidente di Chernobyl. Che sarebbe diventata una militante ambientalista era quasi un’evidenza. Per lei in patria erano divenute insostenibili le pressioni delle autorità russe contro cui si batte perché alle vittime di Chernobyl e alle popolazioni di Chelyabinsk vengano riconosciuti diritti e compensi adeguati al prezzo pagato in termini sanitari. Due settimane fa le è stato accordato l’asilo politico in Francia.

“Nel 1986” racconta “ci dissero che non avremmo potuto partecipare ai campi estivi al mare perché tutto era già riservato per i bambini della zona di Chernobyl. Io avevo 14 anni. Soltanto anni dopo, quando ero già diventata un’ambientalista e un’attivista per la tutela dei diritti umani, sono riuscita a capire cosa davvero fosse accaduto a Chernobyl, la vera portata di quella catastrofe e
il pericolo che rappresentava in primis per i bambini”.

Manzurova: scaricarono la responsabilità sulle spalle dei liquidatori

Natalia Manzurova non ha esitazioni nel definire come autentico crimine il comportamento assunto all’epoca dalle autorità sovietiche: “Nel maggio del 1986 venne dichiarato lo stato di segretezza” racconta. “In base a questa misura era vietato parlare dei livelli di radioattività, delle malattie provocate dai radionuclidi o di quante persone ne avessero già subito le conseguenze. Credo che sia stato un crimine imperdonabile perché tutta la catena di responsabilità dell’amministrazione pubblica non fece altro che scaricare il fardello del disastro sulle spalle dei semplici liquidatori”.

Nel suo intervento all’Inalco, nel quale ha parlato anche delle attuali condizioni di rischio radiologico delle aree contaminate, Manzurova ha svelto un aspetto della tragedia sul quale sin dal principio, e fino ad ora, era calato il silenzio più totale.

Durante il suo lavoro assieme alle squadre degli specialisti di radiologia che attraversavano foreste e villaggi di quella che sarebbe poi diventata “la zona” proprio per stabilirne i confini in base ai livelli di radioattività, ci si imbatteva spesso nei corpi di donne violentate, uccise, abbandonate nei boschi. Nel riportare la sua testimonianza Manzurova ha evocato le condizioni del tutto eccezionali, lo stato di particolare eccitazione, accentuato dall’abuso costante di vodka, in cui le equipe di liquidatori operavano nei giorni, nelle settimane, nei
mesi successivi all’incidente: turni di lavoro estenuanti, equipaggiamento inesistente costituito appena da una mascherine da mettere davanti al naso e alla bocca, stivali e normali guanti per manipolare detriti con livelli di radioattività fino a centinaia di volte superiori al fondo naturale.

Durante l’incontro con Natalia Manzurova abbiamo osservato assieme una carta d’Europa, riproposta in un libro prodotto in Bielorussia con il sostegno delle Nazioni Unite in occasione del ventesimo anniversario dell’incidente, in cui si può osservare la contaminazione da Cesio­137 nei giorni successivi l’esplosione.

Quando Manzurova ha visto la carta ha avuto un sussulto: “I dati per tracciare questa carta, nella zona attorno alla centrale” ha detto “gli raccoglievamo io e la mia squadra…allora era un documento assolutamente segreto. Oggi non più”.