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Un viaggio nelle carceri italiane

Tre anni dopo la condanna per il sovraffollamento

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Un viaggio nelle carceri italiane

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Basta non guardare le porte e potrebbe sembrare un convitto, o anche un ospedale. Invece è proprio un carcere.

Siamo a Bollate, hinterland di Milano. Vengono da tutta Europa a trarre ispirazione da un modello che responsabilizza il detenuto e ne prepara il reinserimento. Con i suoi laboratori – e c‘è perfino l’ippoterapia – è un ideale che funziona davvero.

Per ora, però, il sogno si ferma qui. La Casa di reclusione II di Bollate fa ancora figura di cattedrale nel deserto, rispetto alle altre prigioni.

Perché in molti istituti di pena, malgrado le riforme, la realtà è diversa e, come direbbe Lucio Dalla, qualcosa ancora qui non va.

vigilanza dinamica alle Mantellate

Entriamo a Regina Coeli , prigione nel centro storico di Roma. Il palazzo è un antico monastero costruito nel XVII secolo e riconvertito in carcere nel 1881. Sono le famose Mantellate, in pieno Trastevere.

Un vecchio detto popolare dice del resto che, per essere un vero trasteverino, bisogna aver fatto almeno una volta nella vita – o forse, meglio, essere stati costretti a fare – i tre scalini che portano a Regina Coeli.

Dentro, sorpresa: i detenuti sono tutti in giro, perché adesso, di giorno, per circa 8 ore, le celle sono aperte: è il principio della cosiddetta ‘vigilanza dinamica’, che fa drizzare i capelli in testa al personale di polizia penitenziaria.

Dicono che ci siano più aggressioni, la settimana prima del nostro arrivo ce n’erano state tre. E che gli effettivi realmente allocati alla sorveglianza dei detenuti, e non ad altre mansioni, non bastano a garantire la sicurezza.

Per i detenuti, comunque, va meglio, perché viene alleggerita la pressione psicologica della restrizione in cella. Uno di loro mi ha detto: “non è tanto importante che sia aperta, la cella, ma che non sia chiusa”,

Con il ricorso massiccio alle pene alternative, poi, in tre anni sono usciti oltre 10mila detenuti, e ciò ha contribuito notevolmente ad abbassare i dati sul sovraffollamento.

La Corte europea per i diritti umani, che nel 2013 aveva condannato l’Italia per il sovraffollamento, dice ‘bravi’, altri paesi europei messi ugualmente all’indice non hanno ottenuto gli stessi risultati.

scabbia e lotta per le docce

Solo che, per chi resta dietro le sbarre, certi aspetti del quotidiano non sono cambiati poi molto.

Un detenuto ci segnala casi di scabbia nella sua sezione, dove funzionano solo due docce per 72 persone:

Qui si vive in restrettezza – dice – quello che all’esterno è di nessuna importanza, qui diventa di vitale importanza. L’attesa, la fila troppo lunga alle docce viene interpretata immediatamente come un motivo di discussione

quindi c‘è tensione…

c‘è tensione continua.

muri verdi di muschio

Ma c‘è di peggio. In un locale docce nella prigione di Como, i muri sono verdi di muschio, le infiltrazioni d’acqua sono talmente importanti che sembra piovere dal soffitto. Eppure, in questo caso, il carcere non è tanto vecchio, è stato costruito negli anni 80.

Un detenuto si esprime:

Guardate gli aspiratori, non funziona niente!

In una cella, nella parte cucina i muri sono scrostati:

Da un anno ci dicono che lo verniceranno

La cosa che ci colpisce non è tanto il muro, quanto il bagno, alla turca, e piazzato, senza alcuna separazione, proprio accanto a dove preparano da mangiare.

i wc a vista di Trani

E per la questione bagno questo non è neanche l’esempio peggiore, nella prigione di Trani , in Puglia, il wc si trova a vista, quasi in mezzo alla cella, fra il tavolo e il blindo ossia la porta d’ingresso, insomma alla vista di tutto e di tutti, dentro e fuori dalla cella.

Il problema delle strutture è reale e diffuso, conferma Alessio Scandurra, membro del direttivo della Ong Antigone :

Il patrimonio penitenziario italiano si caratterizza per essere molto vecchio e quindi in generale è bisognoso di tanti interventi di ristrutturazione. Le strutture nuove non sono figlie di una programmazione di lungo periodo, in parte sono una risposta all’emergenza del sovraffollamento degli ultimi anni”

A Como , come altrove, si possono trovare facilmente celle, in principio singole, occupate da tre persone. I criteri europei sono rispettati, ma siamo al limite. I detenuti dispongono spesso di circa 4 m2 ciascuno, il minimo per evitare la condanna, ma uno spazio più ristretto rispetto alla stessa normativa italiana in vigore.

l’aula bunker

Comunque qui hanno anche altri problemi.
Giovanni Perricone, Il funzionario giuridico pedagogico, ci porta a vedere lo Spazio carcere, una sala dedicata al trattamento per il reinserimento dei detenuti, in particolare dei numerosi tossicodipendenti in cella.

Scopriamo che la sala è inagibile. Sempre il solito problema delle infiltrazioni d’acqua, che hanno fatto cadere giu pezzi interi di muro.

Così, addio Spazio carcere, il trattamento si fa un po’ qui e un po’ là, dove è possibile.

Eppure, proprio accanto alla prigione, c‘è una ex aula bunker, costruita vent’anni fa solo per un processo di Ndrangheta. Sono centinaia di metri quadrati, ma all’amministrazione del carcere non danno neppure le chiavi.

dove andava il denaro pubblico

Malgrado alcuni nuovi progetti siano partiti, rinnovare tutto appare arduo, anche se lo Stato spende 3 miliardi all’anno per l’esecuzione della pena.

E nel passato di soldi ne sono stati sprecati anche un bel po’. La prigione di Spinazzola, per esempio, è stata aperta e quasi subito chiusa. E sono stati fatti investimenti fino alla fine, malgrado la prevista chiusura, ci dice Federico Pilagatti, il dirigente sindacale locale del Sappe , uno dei sindacati della polizia penitenziaria:

Erano stati appena spesi oltre 200mila euro per offrire ai detenuti qui presenti tutta una serie di attività che non sono state più poste in essere per la chiusura dell’istituto

700 km più a nord, a Revere, vicino Mantova, ecco un istituto che non hanno neanche finito di costruire. Oggi sta cadendo a pezzi ed è inutilizzabile. Il sindaco di Revere Sergio Faioni ce lo fa visitare:

La costruzione, globalmente, allo stato in cui si trova, è costata circa 2 milioni e 500 mila euro. Purtroppo si tratta naturalmente di un grande sperpero, perché in queste condizioni che non si può utilizzare, è evidente che sono soldi dei contribuenti spesi male, spesi molto male.

alti tassi di recidiva

Sì, l’80% delle strutture ha più di 100 anni, ma la vera domanda è: cosa far fare all’interno di un carcere, fosse pure rinnovato…

Oggi le attività proposte sono insufficienti, a detta dello stesso Ministero. La conseguenza è che la prigione non esplica il suo dovere primario che è quello di preparare il reinserimento. Ed è forse per questo che l’Italia ha uno dei più alti tassi di recidiva d’Europa.

Andiamo a trovare lo scrivano pubblico di Regina Coeli:

Ci sono certi che non sanno scrivere per cui gli scrivo le domandine e ad altri gli faccio le istanze, che, stando qua da un anno me so’ impratichito, praticamente so’ quasi diventato un avvocato…per cui aiuto gli altri insomma e qualcuno è uscito anche grazie alle domandine che gli ho fatto io…Io, essendo aperto un po’ di più di loro, posso fare un po’ di più di quello che fanno loro, anche perché tanta gente qui rimane in cella tutto il giorno, non sano quello che fare.

meno di 10 euro per detenuto

A qualche decina di chilometri da Roma, a Latina , in una piccola prigione, 76 posti regolamentari,144 detenuti, la direttrice Nadia Fontana ci fa vedere la piccola palestra attrezzata grazie a donazioni private. Perché i fondi che riceve non bastano:

L’anno scorso abbiamo ricevuto all’incirca mille euro o poco più, 1070 euro

mille euro per tutto l’anno…

Sì, per tutto l’anno per le attività educative, diciamo così, trattamentali

Vuol dire meno di 10 euro l’anno per detenuto, con questo voi dovete fare le attività trattamentali in un anno…

Sì, infatti noi adesso ci stiamo attrezzando con tanti volontari, abbiamo più di 50 volontari che ci aiutano

Dunque se non ci fosse il volontariato voi non potreste fare nulla…

no, niente.

lettere ai nipoti

Malgrado ciò a Latina fanno anche qualche piccolo miracolo, questa detenuta non sapeva né leggere né scrivere, ha imparato qui:

Io non sapevo nulla, e adesso con l’insegnante mi sono imparata, un po’ di tempo però mi sono imparata

Adesso ha il diploma di…?

Il diploma di Terza media, me lo danno lunedì. E io ce l’ho detto a mia nipote. Mi ha detto: bella! è stata la lettera più bella della tua vita, che mi hai mandato, perché l’hai scritta con le tue mani… mi emoziono perché ci tengo, per i miei nipoti

la pattumiera della società

Girando per la prigione scorgiamo detenuti piuttosto anziani. Non sappiamo cosa abbiano fatto per essere qui, ma ci domandiamo se la prigione sia davvero il posto adatto a loro.

Il problema è che non ci sono abbastanza strutture per accogliere chi non abbia un alloggio adatto ai domiciliari. E dunque restano in cella. Dice la direttrice Fontana:

Siamo diventati il raccoglitore di tutto quello che non si vuole vedere fuori, quindi tutto quello che non si vuole vedere fuori viene portato in carcere, necessariamente. Quindi i malati psichiatrici, gli anziani, gli indigenti…tutte quelle situazioni un po’ critiche, che poi noi abbiamo difficoltà a gestire perché non è la nostra missione.