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Lesbo, il volto della solidarietà e il dramma dei rifugiati


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Lesbo, il volto della solidarietà e il dramma dei rifugiati

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Centomila. È il numero dei migranti sbarcati in Grecia dall’inizio dell’anno. Duemila al giorno, più o meno. In un Paese alle prese con scioperi, un Pil che è tornato a precipitare, e il debito pubblico al 180%. Nel mezzo il mondo della solidarietà.

Questa è una delle spiagge dell’isola greca di Lesbo. Sono le sette del mattino e un gommone stracarico di rifugiati afghani ha appena raggiunto la riva. Qui pronti ad accogliere questi profughi decine di volontari. La priorità è mettere in salvo i bambini.

Ahment e la sua famiglia sono scappati dall’Afghanistan. Il ragazzino ha 15 anni e non riesce a dimenticare quello che ha passato: “Abbiamo litigato con il nostro trafficante. Ci aveva promesso che sarebbe stato un viaggio facile, che avremmo dovuto camminare due ore. Invece siamo rimasti quasi due giorni in giro per i boschi innevati. Poi abbiamo preso la barca, avevamo paura, ci sono volute 2 ore per arrivare qui.”

Ahment e i suoi parenti ora saranno registrati presso il campo profughi “Moria”. Un esodo senza fine come ci spiega Nasos Karakitsos un volontario greco: “Stanno arrivando altre imbarcazioni. Il flusso non si è ridotto. Circa 2 milioni e mezzo di rifugiati aspetta di attraversare il confine. Se questa cifra è esatta, e anche solo la metà dovesse arrivare qui, il campo sarà molto affollato.”

Mentre ci dirigiamo verso il nord dell’isola inizia a piovere. Vicino al borgo di Molyvos c‘è la base di Lifeguard Hellas. Mania Bikof e il suo team stanno per iniziare un altro pattugliamento. Mania ha 4 bambini. Ex atleta e bagnina professionista da tempo ha deciso di trasferirsi da Atene a Lesbo per fare la volontaria.

Un compito pesante e delicato allo stesso tempo. “Spesso c‘è vento forte, fa molto freddo. Soprattutto in acqua dove la nostra temperatura corporea scende in modo significativo. Poi abbiamo turni di lavoro massacranti 7 giorni su 7”, racconta Mania Bikof di Lifeguard Hellas.

All’improvviso spuntano tra le onde due imbarcazioni. Mania e i suoi colleghi decidono di uscire in mare aperto. Le condizioni del tempo però sono pessime tanto che la guardia costiera li avverte di fare marcia indietro. “Non possiamo rimorchiare una barca senza il permesso della guardia costiera. Possiamo restare nei paraggi per evitare che affondi. Questa è la cosa più importante che possiamo fare. Poi è la guardia costiera che rimorchia il barcone e soccorre i rifugiati”, fa notare Mania.

Una volta arrivati sulla terra ferma i volontari distribuiscono ai rifugiati iracheni e afghani acqua e cibo: uova sode, un pezzo di pane, una banana. Alcuni cercano di distrarsi ma cancellare il passato non è facile.

Come per Habib. Arriva dal Marocco. Per ben quattro volte ha tentato di attraversare la frontiera per andare in Macedonia. “I militari macedoni mi hanno arrestato e mi hanno preso tutti i soldi. Hanno preso tutte le mie carte e i documenti. Ora io sono non ho più un’identità, non ho più niente”, dice Habib.

Per i rifugiati l’unica speranza arriva dalle ONG e dai volontari. Joost è olandese e si occupa del rifornimento del cibo. Questo giovane di 32 anni faceva il direttore creativo in una TV. Ha lasciato tutto quando ha incontrato alcuni profughi alla stazione di Amsterdam. Da novembre vive a Lesbo.

“Abbiamo iniziato a collaborare con ONG svedesi che avevano esperienza nella fornitura di pasti, anche 1000 al giorno, ma non avevano un camion per il trasporto di cibo. Noi invece sì, ma non avevamo cuochi. Così è nata la collaborazione. Ora siamo in grado di fornire anche anche 10.000 pasti al giorno”, racconta Joost.

Questi volontari arrivano da tutto il mondo. Un’esperienza che segnerà per sempre la loro vita. Joost cucina e poi un gruppo di donne del posto distribuisce i pasti caldi. Il team di volontari di Mytilene si incontra una volta a settimana in un caffè. Qui si raccolgono sciarpe e cappelli per i rifugiati, ma non si accettano offerte in denaro.

Due volte alla settimana c‘è il sopralluogo nei campi profughi, la visita alle spiagge e al porto. Qui abbiamo incontrato Mustafa. Lui in Austria era riuscito a ottenere un permesso di soggiorno ma alla fine ha deciso di tornare in Iraq. Mentre Moustafa e la sua famiglia sono pronti a lasciare l’isola, altri sono appena arrivati. Tra i volontari troviamo questo signore del posto che non vuole essere ripreso e parla solo a telecamere spente.

La crisi dei rifugiati ha in qualche modo cambiato la vita delle persone dell’isola greca. Con i pro e i contri. Ristoranti e alberghi sono riusciti a guadagnare qualcosa in più ma il settore del turismo resta in difficoltà. Anzi per Lefteris Carablias, agente di viaggi è una catastrofe economica: “Per l’estate del 2016 ci aspettiamo un calo di turisti pari al 60-70% rispetto all’anno scorso. Almeno per ora è così ma non credo ci sia la possibilità di invertire questa tendenza. Anzi potrebbe essere anche peggio”.

Chi guarda all’economia locale e chi a come aiutare centinaia di disperati. Mania e Joost sanno che la vita e la morte viaggiano sullo stesso binario per questi rifugiati.

“Siamo qui da 120 notti, quella più dura è stata quando siamo rimasti per 3 ore tra le acque gelate alla ricerca dei corpi dopo un naufragio. Solo all’alba, presso la nostra base, abbiamo trovato il corpo senza vita di un bambino”, racconta Mania

La vita dei volontari: ricordi tristi e ricordi felici. Piccole soddisfazioni.

“Non sono abituato a queste cose, non sono un bagnino. Non so nulla ma posso nuotare e questo è quello che è successo. Ho pensato che quella ragazzina poteva morire tra le mie braccia, Così ho nuotato e nuotato. Lei era solo svenuta, ma alla fine sono riuscita a salvarla”, conclude Joost.

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