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La Tunisia vittima del fondamentalismo

Risponde con estrema fermezza alla nuova ondata di terrore, il presidente tunisino Beji Caid Essebsi, che ha ripristinato lo stato d’emergenza

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La Tunisia vittima del fondamentalismo

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Risponde con estrema fermezza alla nuova ondata di terrore, il presidente tunisino Beji Caid Essebsi, che ha ripristinato lo stato d’emergenza, revocato solo a inizio ottobre.

Su Tunisi e i Comuni della metropoli è stato anche proclamato il coprifuoco, dalle 21 di alle 5 di mattina, e verrà mantenuto fino a nuovo ordine.

Esempio in materia di transizione democratica per altri Paesi magrebini, incoraggiata in questo con il Nobel per la pace 2015, la Tunisia è stata l’obiettivo di diversi gruppi estremisti negli ultimi anni.
Nel marzo scorso viene colpita al cuore, quando un attacco rivendicato dallo Stato islamico, prende di mira il museo del Bardo, famoso per le sue opere che risalgono al periodo di Cartagine e di Roma antica. L’attacco fa 21 morti tra i turisti stranieri.
A fine giugno, un attentato contro un hotel, a Sousse, a 140 chilometri da Tunisi, si conclude con 38 morti, il bilancio più grave della storia recente del Paese. Anche in questo caso, dietro il piano stragista c‘è l’Isil.

La Tunisia incarna uno straordinario paradosso, è teatro di una transizione democratica unica nel mondo arabo-musulmano e allo stesso tempo uno dei maggiori esportatori di candidati alla Jihad su fronti stranieri.
Stando a un gruppo di lavoro delle Nazioni Unite, sarebbero 5500 i tunisini partiti all’estero per combattere la propria guerra santa. Un numero considerevole tenuto conto della popolazione tunisina.

La Siria è la prima destinazione, seguono Libia e Iraq. La situazione caotica della Libia non aiuta, tanto che le autorità tunisine stanno procedendo alla costruzione di un muro di frontiera.

Il disincanto sociale e economico che è seguito alla rivoluzione del 2011 ha offerto un terreno propizio al reclutamento jihadista.

In un certo senso questi giovani si riappropriano della tradizione dei Mujahidin tunisini che negli anni 50 e 60 sposavano la causa della decolonizzazione o del nazionalismo arabo, oggi invece si rivoltano contro il proprio Paese. È questa, tra le altre, la grande sfida che la Tunisa deve affrontare.