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Turchia: il potere di Erdogan non è più assoluto

L’ambizione di Recep Tayyip Erdogan di trasformare la Turchia in una Repubblica presidenziale è stata respinta dalle urne. Il Presidente turco ha

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Turchia: il potere di Erdogan non è più assoluto

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L’ambizione di Recep Tayyip Erdogan di trasformare la Turchia in una Repubblica presidenziale è stata respinta dalle urne. Il Presidente turco ha voluto fare di queste elezioni, forzando la Costituzione, un referendum su di lui e oggi viene indicato come il grande sconfitto, nonostante il suo partito resti la più grande forza politica del Paese.

Ma l’Akp ha perso tre milioni di voti rispetto al 2011 e, cosa più grave, oltre 70 seggi, rimanendo molto lontano dalla maggioranza assoluta conquistata negli ultimi 13 anni. Per la prima volta dal 2002, il partito islamico non può governare da solo.

L’altro grande sconfitto è Ahmet Davutoglu, premier uscente e uomo di fiducia di Erdogan. Per la stampa turca è lui l’architetto della più grande sconfitta elettorale nella storia dell’Akp. Subito dopo il voto, Davutoglu ha ribadito che è lui il vincitore delle elezioni. Una vittoria senza potere, sentenziano il giorno dopo alcuni quotidiani filogovernativi.

Il voto di domenica entra nella storia della Turchia perché spalanca, per la prima volta, le porte del parlamento al partito della sinistra filo-curda, l’Hdp. Il suo leader, Selahattin Demirtas, che ha ridimensionato l’egemonia di Erdogan ottenendo il 13% dei voti e 80 seggi, ha subito escluso un accordo di governo con l’Akp e ha dichiarato morto il dibattito sulla riforma presidenzialista.

È la vittoria del vecchio Erdogan, quello riformista che autorizzò l’insegnamento della lingua curda, diede alla minoranza un riconoscimento politico e culturale, contro l’Erdogan sultano. La Turchia entra così in un periodo di instabilità politica che non conosceva da anni. Il premier Ahmet Davutoglu ha 45 giorni di tempo per formare una maggioranza e ottenere la fiducia del parlamento. Gli scenari possibili sono tre: un governo di minoranza, una coalizione o il ritorno alle urne nei prossimi 90 giorni.

Melis Özoğlu, euronews: “Le elezioni del 7 giugno segnano l’inizio di una nuova era in Turchia. La coalizione che raggruppa la sinistra e il partito curdo ha superato la soglia di sbarramento del 10%, mentre l’Akp, al governo da 13 anni, arretra. Quali sono gli scenari che si profilano all’orizzonte della politica turca? Giriamo questa domanda a Istanbul, dove è collegato con noi Faruk Acar, analista politico e sondaggista dell’istituto di analisi demoscopiche Andy-Ar. La prima domanda riguarda l’Akp, il partito di Erdogan è primo, ma perde voti. Qual è il motivo?”

Faruk Acar, sondaggista dell’Istituto di analisi demoscopiche Andy-Ar: “In realtà, il partito di governo non ha iniziato a perdere voti la scorsa settimana. Questo calo di consensi è iniziato con eventi molto importanti che sono le proteste di Gezi Park, le operazioni di polizia contro i giornalisti e anche il fatto di aver impedito alla Corte Suprema di giudicare i ministri accusati di corruzione. Tutti questi eventi hanno creato un comune denominatore tra strati diversi della popolazione che hanno dato origine un fronte anti-Erdogan. Questo risultato è un messaggio forte e la politica dovrà tenerlo in considerazione da oggi in poi. Anche lo scontro tra Erdogan e la Banca centrale turca, seguito dai deludenti risultati economici ha influenzato il risultato di queste elezioni. Tutti questi fattori hanno eroso, in generale, il capitale elettorale dell’Akp”.

euronews: “Si prospetta un governo di coalizione. A quale partito si rivolgerà l’Akp?”

Faruk Acar: “Possiamo dire che l’Akp non ha un’affinità particolare con nessuno degli altri partiti che siederanno in parlamento. Quello che sarà importante notare non è l’atteggiamento dell’Akp verso gli altri, ma piuttosto cosa pensano gli altri partiti dell’Akp che resta il primo partito di queste elezioni. Non ha la maggioranza sufficiente a formare un governo e cercherà, quindi, di raggiungere la cifra di 276 seggi attraverso delle alleanze. Ma la distanza tra il partito islamico e gli altri partiti e, soprattutto, i toni usati in campagna elettorale hanno spinto tutte le opposizioni a chiudere le porte a Erdogan. Ma allo stesso tempo sappiamo che è quasi impossibile che curdi, nazionalisti e socialdemocratici possano formare una coalizione. Quindi vedremo un governo guidato dall’Akp. Personalmente credo che il prossimo governo cederà prima o poi il passo alle elezioni anticipate”.

euronews: “Cosa pensa del successo ottenuto dal partito filo-curdo?”

Faruk Acar: “Usando come termine di paragone le ultime elezioni presidenziali, nello scontro tra Erdogan e Demirtaş vediamo che quest’ultimo ha incrementato la sua popolarità. È grazie a ciò che ha fatto il pieno tra gli indecisi. Eppure nel corso della campagna elettorale, l’Akp, invece di puntare contro i socialdemocratici del Chp, si è concentrato sulla coalizione filo-curda. A causa di questo l’Hdp è diventato il simbolo dell’opposizione a Erdogan e ha attirato i voti di alcuni socialdemocratici. Grazie, o a causa, di questa situazione, questi elettori hanno preferito votare i filo-curdi piuttosto che l’opposizione storica. Il voto d’opinione, i voti degli indecisi, il fatto che il partito si sia rivolto alla Turchia e non solo ai curdi e la scelta di candidati provenienti da tutte le classi sociali. Tutto questo ha trasformato l’Hdp in un partito socialdemocratico, che sarà un rivale diretto e molto difficile per il Chp”.