L'Italia punta sul Mercosur per aumentare export e investimenti: Brasile e Argentina offrono nuove opportunità, ma resta il nodo degli standard agricoli
La premier Giorgia Meloni e il presidente argentino Javier Milei hanno costruito una sintonia politica evidente, che aiuta il business. Ma quando si parla di Mercosur, il colore dei governi conta meno del colore dei numeri. E quelli dell'export italiano verso Argentina - e Brasile - sono in verde e abbastanza consistenti da spiegare perché, dopo la missione dell'8-10 settembre, Roma voglia trasformare le nuove opportunità commerciali in affari concreti.
Oltre 100 imprese italiane hanno accompagnato la missione guidata da Antonio Tajani, con più di 2.600 incontri di business e un'agenda concentrata su energia, agroalimentare, farmaceutica, meccanica, digitale e nuove tecnologie. Il punto di partenza è un mercato con cui l'Italia ha già scambiato 14,7 miliardi di euro nel 2025, mentre nei primi sei mesi del 2026 l'interscambio con il Mercosur è ulteriormente cresciuto dell'8,7 per cento.
Il messaggio è piuttosto semplice: il mercato sudamericano si apre e l'Italia vuole arrivare prima che lo spazio venga occupato dai concorrenti europei.
Far fruttare l'accordo
L'accordo Ue-Mercosur non è più soltanto una promessa negoziale. Dal primo maggio 2026 il suo accordo interinale sugli scambi viene applicato provvisoriamente tra Ue e Argentina, Brasile, Paraguay e Uruguay. Prevede la progressiva riduzione o eliminazione dei dazi e nuove opportunità per beni, servizi e investimenti.
Per l'industria italiana è un passaggio importante. Secondo Confindustria, il 94 per cento dell'export italiano verso il Mercosur è costituito da beni industriali e oltre il 91 per cento del valore dell'export industriale italiano potrà beneficiare di un accesso preferenziale. Prima dell'accordo, alcuni prodotti italiani dovevano affrontare dazi che arrivavano fino al 35 per cento.
Il potenziale è quindi soprattutto fuori dai settori tradizionalmente associati all'immagine italiana. Macchinari, componentistica, farmaceutica, tecnologie, impianti, digitale: il Mercosur può diventare un mercato di sbocco per una parte molto ampia del sistema produttivo.
E il primo segnale è già arrivato. Nel primo mese di applicazione dell'accordo, l'export italiano verso il Brasile è cresciuto del 22,3 per cento, mentre le importazioni dal Brasile sono aumentate del 21,8 per cento.
La politica apre la porta, le imprese devono entrare
Qui torna la politica. Ma non necessariamente come questione di affinità ideologica.
A Buenos Aires Tajani ha incontrato il presidente Javier Milei e il ministro degli Esteri Pablo Quirno, mettendo al centro l'attuazione del Piano d'Azione Italia-Argentina 2025-2030. A San Paolo il ministro ha incontrato invece il ministro brasiliano dello Sviluppo, Industria, Commercio e Servizi e il presidente della Fiesp, la potente federazione industriale dello Stato di San Paolo.
Due governi e due scenari politici differenti, ma per le imprese italiane la logica è la stessa: ridurre gli ostacoli, trovare partner locali, facilitare gli investimenti e vendere di più.
È anche la logica della nuova diplomazia economica italiana. Roma punta a portare l'export nazionale a 700 miliardi di euro entro la fine del 2027 e ha trasformato la rete diplomatica in uno degli strumenti della strategia di internazionalizzazione.
La Farnesina ha creato una Direzione generale per la crescita e una sala operativa per l'export. Il Mercosur, in questo quadro, è una delle nuove frontiere della diversificazione.
Non solo vendere: l'altra faccia del Mercosur sono le materie prime
C'è però un'altra ragione per cui Buenos Aires e San Paolo interessano all'Italia. Non riguarda ciò che l'Italia può vendere, ma ciò che può comprare e trasformare.
L'Argentina è soprattutto energia e materie prime strategiche. Al centro c'è Vaca Muerta, il gigantesco giacimento di petrolio e gas che Buenos Aires punta a trasformare in una piattaforma di esportazione globale di Gnl.
Per l'Italia è un'occasione anche sul fronte della sicurezza energetica. Eni è coinvolta nello sviluppo delle risorse argentine, mentre il gruppo Techint è uno dei grandi protagonisti industriali del Paese.
Ma non c'è soltanto il gas. C'è il litio, fondamentale per le batterie e per la transizione verso l'auto elettrica.
L'idea è quindi costruire una relazione meno lineare del semplice "Italia vende macchinari, Sudamerica vende materie prime": le imprese italiane possono partecipare agli investimenti, fornire tecnologie e contribuire alla trasformazione delle risorse direttamente sul posto.
È una partita che interessa anche l'Europa, soprattutto nel tentativo di ridurre la dipendenza da singole filiere e fornitori globali.
Il Brasile pesa molto di più sui numeri
Se l'Argentina è il grande laboratorio di energia e materie prime, il Brasile è il gigante commerciale.
Nel 2025 l'interscambio Italia-Brasile ha raggiunto il record di 11,07 miliardi di euro, con una crescita del 6,7 per cento. L'Italia ha esportato beni per circa 5,8 miliardi, ottenendo un saldo commerciale positivo di 512 milioni di euro. Il Brasile assorbe il 76,6 per cento dell'export italiano diretto verso l'area Mercosur.
E non è soltanto un mercato di sbocco. Il Brasile è uno dei Paesi nei quali la presenza industriale italiana è più radicata, con oltre mille filiali di imprese italiane e uno stock di investimenti italiani che supera i 13 miliardi di euro.
La partita è quindi diversa da quella argentina: qui l'Italia non deve costruire da zero una presenza commerciale. Deve far crescere una relazione industriale già molto consistente.
Ma il Mercosur ha ancora un punto debole: l'agricoltura
La partita non è tutta in discesa. E qui emerge una delle contraddizioni più delicate della posizione italiana.
Per anni il mondo agricolo italiano ha chiesto al governo di non sostenere l'accordo senza garanzie sulla reciprocità delle regole. Coldiretti e Filiera Italia hanno contestato in particolare le differenze negli standard sanitari, ambientali e produttivi, l'uso di sostanze vietate nell'Ue, la tracciabilità e il rischio di concorrenza sleale per gli agricoltori europei.
La posizione non è stata una semplice critica al libero scambio. Il punto sollevato da Coldiretti è stato: se l'Europa impone determinati standard alle proprie aziende agricole, gli stessi standard devono valere per i prodotti importati.
Nel dicembre 2024 anche il governo Meloni aveva chiesto che l'accordo offrisse "garanzie concrete e opportunità di crescita" al settore agricolo europeo, sostenendo che senza queste condizioni l'Italia non avrebbe appoggiato la firma.
Le preoccupazioni sono rimaste anche dopo l'approvazione dell'accordo. Nel 2025 Coldiretti ha contestato soprattutto la mancata automaticità delle clausole di salvaguardia; nel gennaio 2026 ha riconosciuto un miglioramento ottenuto dall'Italia sulla soglia per l'attivazione delle tutele, ma ha continuato a considerare insufficienti le garanzie sulla reciprocità degli standard.
Dall'altra parte, Confindustria ha sostenuto con decisione l'accordo, sottolineando il vantaggio per l'industria italiana e il rischio di lasciare spazio ai concorrenti internazionali. Già nel maggio 2025 l'associazione chiedeva l'approvazione dell'intesa, ricordando che oltre l'81 per cento degli scambi Ue-Mercosur riguarda beni industriali.
È questa, in fondo, la doppia faccia del Mercosur per l'Italia: opportunità enorme per l'industria esportatrice, partita più delicata per l'agroalimentare che deve fare i conti con importazioni potenzialmente più competitive.
Dazi giù, ma ora arriva la parte difficile
L'accordo elimina o riduce progressivamente le barriere su una vasta gamma di prodotti. Per esempio, i dazi sulle automobili con motore tradizionale passano progressivamente dal 35 al 17,5 per cento, mentre quelli su macchinari ed elettrodomestici, oggi tra il 14 e il 20 per cento, vengono progressivamente smantellati per il 93 per cento dell'export Ue.
È qui che si misura la scommessa italiana. Non basta avere un accordo commerciale: bisogna usarlo. La missione Confindustria-Ice aveva questo obiettivo: mettere in contatto le aziende, trovare distributori e partner, costruire filiere locali e trasformare la riduzione dei dazi in ordini.