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Gli effetti della guerra in Medio Oriente sull'economia italiana

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hormuz Diritti d'autore  Copyright 2026 The Associated Press. All rights reserved.
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Di Euronews
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La guerra in Iran mette sotto pressione la crescita italiana. Confindustria e Mef segnalano il rischio recessione. Per l’economista Nicola Borri, non si tratta di uno shock simile al Covid, ma di un impatto più graduale. Il vero nodo resta la durata del conflitto e la possibile risposta europea

L’economia italiana si muove in equilibrio precario di fronte all'evoluzione del conflitto in Medio Oriente. Secondo le ultime previsioni di primavera del Centro Studi di Confindustria, nello scenario più favorevole, con una de-escalation entro la fine di marzo, la crescita del Pil nel 2026 si fermerebbe allo 0,5%, in rallentamento rispetto alle attese.

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Ma il quadro cambia rapidamente al prolungarsi della crisi: con un conflitto fino a giugno, e il blocco dello Stretto di Hormuz, l’Italia rischierebbe una fase di stagnazione, mentre un’escalation estesa a tutto il 2026 porterebbe alla recessione con una contrazione del Pil dello 0,7%.

Il quadro di incertezza è condiviso anche dal ministero dell’Economia e delle Finanze, che nel programma di emissione dei titoli di Stato avverte come un conflitto prolungato possa avere “effetti negativi sulla crescita” destinati a estendersi oltre il breve periodo.

In particolare, il ministero sottolinea i rischi legati sia alle forniture energetiche sia al deterioramento della fiducia di imprese e consumatori, precisando che eventuali revisioni delle stime saranno valutate nel prossimo documento di finanza pubblica.

Dal mondo industriale arriva la richiesta di una risposta immediata. Il presidente di Confindustria, Emanuele Orsini, chiede “misure urgenti, incisive e forti, soprattutto a livello europeo”, sollecitando “una responsabilità condivisa” tra maggioranza e opposizione.

Guardando all'Europa, Orsini rilancia strumenti comuni come gli eurobond, un mercato unico dell’energia e un maggiore coordinamento sul debito, sul modello delle misure adottate durante la pandemia.

Sulla stessa linea la vicepresidente Lucia Aleotti, che invita governo e forze politiche a un confronto con le imprese per garantire la tenuta delle catene di approvvigionamento, la competitività internazionale e la capacità produttiva del Paese.

“Energia e resilienza, perché l’Italia potrebbe reggere l’urto”

Le stime di rallentamento della crescita avanzate da Confindustria sono “ragionevoli”. A dirlo è il professor Nicola Borri, economista presso la Luiss di Roma, che sottolinea come il quadro delineato rifletta la particolare esposizione energetica del Paese.

L’Italia, spiega Borri, presenta un “mix energetico fortemente orientato al gas”, rendendo l’economia più vulnerabile alle tensioni internazionali, in particolare nell'area dello Stretto di Hormuz.

Proprio questa dipendenza dal gas, aggiunge il professore, espone il sistema produttivo al rischio di un aumento persistente dei costi energetici, con effetti diretti sulle imprese. Allo stesso tempo, però, Borri invita a non escludere scenari meno negativi.

Richiamando il caso della Germania dopo l’inizio della guerra in Ucraina, l'esperto osserva che “le stime inizialmente molto negative sono state poi ridimensionate, perché le imprese hanno dimostrato una forte capacità di adattamento”.

Una dinamica che potrebbe ripetersi anche in Italia, dove, conclude, anche le previsioni più pessimistiche potrebbero essere riviste alla luce della resilienza del tessuto produttivo.

“Non sarà una recessione simile al Covid”

Non ci si attende uno shock economico paragonabile a quello della pandemia continua Borri. L’economista spiega: "Non mi immagino una recessione tipo Covid: quella è stata una crisi in cui l’intero Paese si è fermato, con una riduzione del Pil senza precedenti”.

Anche nello scenario più avverso delineato da Confindustria, aggiunge, “si arriverebbe a una recessione ma con valori prossimi allo zero, quindi non a una caduta a picco del Pil”.

Un elemento di relativa stabilità riguarda il costo del debito pubblico. “Nonostante l’aumento delle ultime settimane, siamo intorno ai 90 punti base, mentre all'inizio del governo Meloni eravamo a circa 200”, spiega Borri.

Un livello che, secondo l’economista, mantiene il costo del debito sotto controllo e lascia spazio a interventi di sostegno, come il pacchetto da 3 miliardi per contenere il caro energia, pur trattandosi di misure “tampone” che, in caso di crisi prolungata, dovrebbero essere accompagnate da risposte più strutturali.

Intanto, sottolinea, emerge una divergenza tra mercati e analisti: “Guardando ai futures su petrolio ed energia, i mercati sembrano aspettarsi una crisi non molto duratura, mentre gli esperti di geopolitica appaiono molto più pessimisti**”.**

Ancora presto per un intervento dell’Ue

“Se la crisi si dovesse protrarre a lungo è probabile una risposta europea, mentre se resta di breve periodo i costi sarebbero più contenuti”, nota l’economista, sottolineando come i tempi restino ancora incerti e rendano difficile prevedere un intervento immediato.

Sul tavolo, tuttavia, esistono già diverse proposte. “È un po’ presto perché non conosciamo la durata della crisi, ma alcune idee sono state avanzate”, osserva Borri, citando tra queste quella dell’economista francese Olivier Blanchard, che ha recentemente delineato un modello di eurobond.

Analoghe soluzioni, aggiunge, erano state proposte negli ultimi anni anche da altri economisti europei, con architetture diverse ma lo stesso obiettivo di rafforzare la capacità fiscale comune.

Resta però il nodo politico. “Ci sono le resistenze che conosciamo, tra Paesi più frugali e altri con maggiore spesa, con il timore, soprattutto da parte della Germania, di dover sostenere i costi degli altri”, spiega Borri.

Nonostante questo, strumenti comuni potrebbero rivelarsi utili, in particolare per finanziare Difesa e Transizione energetica. Tuttavia, avverte,“l’Europa oggi si trova in una fase di difficoltà politica significativa”, che rende più complessa l’adozione di decisioni rapide.

Solo in caso di crisi prolungata, conclude, “come già accaduto con il Covid, si potrebbe arrivare a una risposta comune anche in tempi relativamente brevi”.

“Quando il caro energia diventa un rischio sistemico”

La vera soglia di allarme non è legata solo ai prezzi, ma soprattutto alla durata della crisi.

“Dovremmo iniziare a preoccuparci se il conflitto non dovesse terminare entro la fine dell’anno e si prolungasse fino al 2027”, commenta Borri, indicando come il rischio non riguardi soltanto il caro bollette, ma un impatto più ampio sull'intero sistema economico.

Già oggi, osserva, si iniziano a intravedere segnali di tensione sul commercio internazionale.

“Il blocco degli scambi in quell'area sta producendo effetti anche sull'Italia, ad esempio sull'import di materie fondamentali per la produzione di fertilizzanti”, spiega l’esperto. Un fenomeno che rischia di trasferirsi a catena sull'agricoltura e su altri settori produttivi.

A pesare sono anche gli effetti indiretti. “Ci sono Paesi come Bangladesh e Filippine che dipendono fortemente da petrolio e gas provenienti da quella regione”, sottolinea l’economista.

Se la crisi dovesse aggravarsi, le difficoltà di questi Paesi potrebbero ripercuotersi sulle imprese italiane che dipendono da forniture intermedie.

In questo scenario, conclude, il problema non sarebbe più solo il costo dell’energia, ma un rallentamento più ampio delle catene di approvvigionamento globali.

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