Nuove ricerche mettono in luce l’impatto dell’infiammazione legata all’invecchiamento, dovuta soprattutto a cellule immunitarie con gene GZMK, emerse in pazienti con COVID grave.
I ricercatori potrebbero aver scoperto perché gli adulti più anziani hanno molte più probabilità di essere colpiti in modo grave da COVID o dall’influenza. Il motivo principale sarebbero le cellule dei polmoni che invecchiano, in grado di innescare risposte immunitarie eccessive, secondo un nuovo studio dell’Università della California di San Francisco.
La ricerca, pubblicata giovedì sulla rivista Immunity, indica nelle cellule strutturali del polmone, chiamate fibroblasti, un motore insospettato di quello che gli scienziati definiscono inflammaging, l’infiammazione cronica di basso grado associata all’invecchiamento.
Le conclusioni potrebbero aprire la strada a nuovi trattamenti in grado di interrompere questo circolo distruttivo prima che sfugga al controllo.
Come il tessuto polmonare che invecchia provoca infiammazione
I ricercatori hanno riprogrammato i fibroblasti, le cellule strutturali del polmone, in topi giovani affinché inviassero segnali di allarme legati all’età. In questo modo hanno valutato se un segnale proveniente dai fibroblasti potesse danneggiare polmoni altrimenti sani.
Lo studio ha scoperto che questi segnali spingevano innanzitutto i polmoni ad attivare una risposta immunitaria, che richiamava cellule immunitarie dal flusso sanguigno e portava alla formazione di ammassi di cellule infiammate. Alcune di queste cellule immunitarie erano le stesse osservate per la prima volta nelle persone colpite da forme gravi di COVID, caratterizzate dal gene GZMK.
Sebbene le cellule GZMK fossero inutili nel combattere la malattia, potevano comunque danneggiare i polmoni.
Una volta formati questi ammassi di cellule infiammate, i polmoni dei topi giovani mostravano sintomi di infezione avanzata, simili a quelli dei polmoni invecchiati.
Tuttavia, quando le cellule GZMK sono state eliminate con un espediente genetico, i polmoni giovani hanno tollerato meglio l’infezione. Questo ha portato i ricercatori a ritenere che sia il tessuto polmonare che invecchia in sé la principale causa dell’infiammazione.
I fibroblasti possono inoltre contribuire all’infiammazione in malattie polmonari come la broncopneumopatia cronica ostruttiva (BPCO).
«Siamo rimasti sorpresi nel vedere i fibroblasti polmonari lavorare a stretto contatto con le cellule immunitarie per alimentare l’inflammaging. Questo suggerisce nuovi modi di intervenire prima che i pazienti arrivino a un’infiammazione grave, che può richiedere l’intubazione», ha dichiarato Tien Peng, medico, professore di medicina alla UCSF e autore senior dello studio.
Per capire meglio questo legame, i ricercatori hanno esaminato anche tessuti polmonari di pazienti anziani ricoverati in ospedale con una grave sindrome da distress respiratorio acuto (ARDS) legata al COVID. Hanno riscontrato in questi pazienti gli stessi ammassi di cellule infiammate osservati nei topi giovani.
I pazienti più gravi presentavano più ammassi infiammati, mentre il tessuto polmonare dei donatori sani non ne mostrava.
«Durante il COVID abbiamo visto che i nostri pazienti più vulnerabili non erano più infetti, ma continuavano ad avere un’infiammazione polmonare persistente e devastante. Questo circuito di disfunzione tra polmone e cellule immunitarie rappresenta un nuovo bersaglio terapeutico molto promettente», ha spiegato Peng.
In prospettiva potrebbe essere sviluppata una terapia mirata direttamente alle cellule GZMK, per rallentare l’infiammazione legata all’invecchiamento.