La Commissione europea ha proposto un nuovo Consiglio europeo per la sicurezza (ESC) per rispondere alla recente ondata di guerre ibride sponsorizzate dagli Stati, come cyberattacchi e sabotaggi
L'Unione europea vuole dotarsi di un nuovo strumento per reagire più rapidamente alle minacce alla sicurezza, dai sabotaggi alle infrastrutture agli attacchi informatici, fino alle incursioni di droni. L'idea è creare un Consiglio europeo per la sicurezza (ESC), un organismo politico pensato per coordinare le risposte alle crisi e ridurre il rischio che i veti nazionali e le procedure decisionali rallentino l'azione comune.
La proposta punta a rafforzare la capacità dell'Europa di affrontare le cosiddette minacce ibride, operazioni ostili che si collocano nella cosiddetta zona grigia, al di sotto della soglia di un conflitto militare aperto. Non si tratterebbe di sostituire la NATO, ma di affiancarla con un meccanismo europeo più autonomo, capace di attivarsi anche quando non sono in gioco le condizioni per una risposta militare collettiva.
Nel suo discorso sullo stato dell'Unione del 2026, la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha sottolineato che i nuovi strumenti dovranno essere pienamente allineati e complementari all'Alleanza atlantica. Un concetto ribadito da Andrius Kubilius, responsabile della difesa dell'Ue, intervenuto al Defence & Space Summit di Euronews: l'ESC, ha spiegato, non sarà contro la NATO, ma contribuirà a rafforzarla.
Perché l'Ue vuole un Consiglio europeo per la sicurezza
L'iniziativa nasce dalla necessità di colmare una lacuna nell'attuale architettura della sicurezza europea. Le minacce ibride possono comprendere sabotaggi, attacchi informatici, interferenze e operazioni con droni. Sono azioni che possono mettere sotto pressione le istituzioni e le infrastrutture di un Paese senza configurare necessariamente un'aggressione militare tale da attivare i meccanismi di difesa collettiva della NATO.
A questo si aggiungono i dubbi sulla solidità dell'impegno statunitense nella sicurezza europea e sulla possibilità che divergenze politiche rallentino le decisioni all'interno dell'Alleanza. Per Steven Blockmans, vicedirettore dell'International Centre for Defence and Security, queste preoccupazioni hanno dato nuovo impulso all'idea di rafforzare le capacità europee di risposta.
L'obiettivo di fondo è rendere l'Ue più autonoma nella gestione delle crisi, senza rinunciare alla cooperazione transatlantica. Nel lungo periodo, Bruxelles punta anche a ridurre la dipendenza dalle capacità militari e logistiche statunitensi, attraverso una maggiore integrazione dell'industria europea della difesa e investimenti congiunti.
Come funzionerebbe il nuovo organismo
La proposta si articola in tre elementi principali: il Consiglio europeo per la sicurezza, un Protocollo di sicurezza d'emergenza e un fondo destinato alle capacità strategiche di difesa.
Il primo sarebbe un forum politico permanente, operativo durante tutto l'anno, per riunire i leader europei e discutere di sicurezza e difesa. Rispetto ai tradizionali vertici dell'Ue, potrebbe coinvolgere anche partner esterni all'Unione, come Regno Unito, Ucraina, Norvegia e Canada.
L'obiettivo sarebbe garantire un coordinamento più regolare e strutturato, superando la necessità di convocare riunioni straordinarie ogni volta che emerge una nuova crisi. Secondo Luigi Scazzieri, analista senior dell'EU Institute for Security Studies, il nuovo formato consentirebbe di organizzare discussioni dedicate alla sicurezza e alla difesa che non sempre trovano spazio nelle riunioni ordinarie del Consiglio dell'Ue.
Il secondo elemento è il Protocollo di sicurezza d'emergenza, concepito per attivare consultazioni immediate quando uno Stato membro ritiene che la propria sicurezza sia minacciata. Il terzo riguarda un fondo per gli Strategic Defence Enablers, destinato a investimenti comuni in settori come difesa aerea, cybersicurezza e sistemi spaziali.
Il Protocollo di sicurezza d'emergenza: un meccanismo simile all'articolo 4 della NATO
Il Protocollo riprenderebbe la logica dell'articolo 4 del Trattato del Nord Atlantico, che permette a un alleato di chiedere consultazioni quando ritiene minacciate la propria integrità territoriale, indipendenza politica o sicurezza.
Il meccanismo europeo servirebbe a convocare rapidamente gli Stati interessati, valutare la natura della minaccia e coordinare le possibili risposte. Queste potrebbero comprendere misure nazionali, strumenti di gestione delle crisi dell'Ue, consultazioni con la NATO o, nei casi più gravi, l'attivazione delle clausole previste dai trattati europei.
Come ha spiegato Ionela Maria Ciolan, ricercatrice in materia di sicurezza e difesa presso il Wilfried Martens Centre for European Studies, il protocollo non sostituirebbe gli obblighi già esistenti. Tra questi figurano l'articolo 42, paragrafo 7, del Trattato sull'Unione europea, relativo all'assistenza reciproca in caso di aggressione armata, e l'articolo 222 del Trattato sul funzionamento dell'Ue, che riguarda la clausola di solidarietà in caso di attacco terroristico o catastrofe.
La novità consisterebbe nell'introdurre un punto di accesso politico più precoce, prima che una crisi raggiunga livelli tali da richiedere l'attivazione di strumenti più impegnativi.
Chi si occuperebbe della difesa europea tra ESC e NATO
La distinzione tra i due organismi è centrale nella proposta. La NATO resterebbe il riferimento per la difesa collettiva militare, compresa la garanzia prevista dall'articolo 5. Il Consiglio europeo per la sicurezza si concentrerebbe invece sul coordinamento politico delle risposte alle minacce ibride e alle crisi che non richiedono necessariamente un intervento militare collettivo.
L'ESC potrebbe, per esempio, facilitare decisioni sulle sanzioni, sull'impiego delle risorse europee disponibili e sulle misure da adottare contro operazioni ostili. Potrebbe inoltre riunire Paesi dell'Ue che non appartengono alla NATO, offrendo un formato di consultazione diverso da quello dell'Alleanza.
Resta tuttavia il timore che la creazione di strutture parallele possa generare sovrapposizioni e confusione. Alcuni Paesi, tra cui l'Estonia, hanno espresso preoccupazioni sulla possibilità che il nuovo organismo duplichi funzioni già svolte dalla NATO o indebolisca il coordinamento transatlantico.
Scazzieri ritiene però limitato il rischio di duplicazioni, proprio perché i due organismi disporrebbero di strumenti differenti e avrebbero responsabilità diverse. La questione centrale sarà definire con precisione i rispettivi compiti e garantire che le consultazioni europee siano compatibili con quelle dell'Alleanza.
Per Blockmans, un modello più ambizioso dovrebbe anche collegare le decisioni politiche alle capacità militari necessarie per attuarle, prevedendo forme di coordinamento con la NATO e con le istituzioni dell'Ue.
Il nodo dei veti e dei poteri decisionali
Uno degli obiettivi dichiarati dell'iniziativa è superare la lentezza dei processi decisionali europei, soprattutto quando le divergenze tra governi impediscono di raggiungere l'unanimità in politica estera e di sicurezza.
Tra le ipotesi discusse figura il ricorso alla maggioranza qualificata, che consentirebbe di evitare che il veto di un singolo Stato blocchi determinate iniziative. Ma non è ancora chiaro se e come questo principio potrebbe essere applicato al nuovo organismo.
Secondo Blockmans, un gruppo di Paesi disposti a collaborare potrebbe aggirare alcuni blocchi politici, anche se è probabile che le decisioni al suo interno continuino a basarsi sul consenso.
Anche la natura giuridica dell'ESC rimane da definire. Scazzieri osserva che, se non fosse istituito come soggetto giuridico autonomo dotato di poteri propri, il Consiglio non potrebbe adottare decisioni vincolanti come quelle del Consiglio dell'Ue. Rischierebbe quindi di diventare soprattutto una sede di confronto politico, senza la capacità di imporre una linea comune.
Per Blockmans, è importante che l'organismo disponga di una legittimazione democratica e di meccanismi di controllo, anche per garantire un ruolo ai parlamenti nazionali dei Paesi partecipanti.
Quali Paesi potrebbero aderire al Consiglio di sicurezza europeo
La Commissione europea non ha ancora presentato una proposta formale dettagliata e i governi nazionali non sono stati chiamati ad approvare un piano definitivo. Gli equilibri politici e la composizione dell'ESC restano quindi aperti.
Secondo Ciolan, Italia e Spagna potrebbero sostenere l'iniziativa, in linea con il loro favore per una cooperazione europea più stretta in materia di difesa. Anche Francia e Germania hanno sostenuto in passato un maggiore coordinamento della sicurezza europea: nel 2018, la Dichiarazione di Meseberg aveva già indicato la possibilità di un approccio comune attraverso un Consiglio europeo per la sicurezza.
Tra i potenziali partner esterni figurano Regno Unito, Norvegia, Canada e Ucraina. La composizione potrebbe in futuro essere ampliata ad altri Paesi, compresi Giappone e Corea, secondo Blockmans.
Restano però da chiarire il peso dei membri dell'Ue rispetto ai partner esterni, le modalità di partecipazione e l'eventuale distinzione tra membri permanenti e partecipanti a rotazione. Un modello troppo ristretto potrebbe inoltre alimentare il timore che le decisioni siano dominate da un gruppo di Paesi più influenti.
Le resistenze potrebbero arrivare soprattutto dai governi contrari a ridurre il proprio potere di veto sulla politica estera e di difesa, da quelli che temono di essere marginalizzati e dagli Stati preoccupati per le conseguenze sul rapporto transatlantico.
Senza capacità militari, il rischio di restare sulla carta
La questione decisiva sarà capire quali strumenti concreti accompagneranno il nuovo organismo. Un forum politico può facilitare il coordinamento e accelerare le consultazioni, ma non garantisce da solo la capacità di intervenire.
Per tradurre le decisioni in azioni, secondo Blockmans, servirebbero risorse dedicate, capacità di comando compatibili con i sistemi dell'Ue e della NATO e una maggiore integrazione delle forze europee. Gli investimenti comuni in difesa aerea, cybersicurezza e sistemi spaziali rappresenterebbero un primo passo in questa direzione.
Il progetto resta dunque in una fase preliminare. La sua efficacia dipenderà dalla capacità degli Stati membri di accordarsi su poteri, procedure e risorse, mantenendo al tempo stesso una divisione chiara dei compiti con la NATO. La sfida per l'Ue è trasformare un nuovo formato di consultazione politica in uno strumento capace di rispondere alle crisi senza restare bloccato dalle divisioni interne.