Si accentua la polarizzazione politica nella maggiore economia sudamericana. Al primo turno i due principali candidati sono divisi da meno del 2%. Euronews traccia il profilo dei due uomini che puntano al Palácio do Planalto
Sin dall'inizio si sapeva che la elezione presidenziale in Brasile del 2026 sarebbe stata la più serrata di sempre dai tempi del ritorno alla democrazia nel Paese, ma i risultati del primo turno si sono rivelati sorprendenti.
Come previsto, nessuno dei due principali candidati ha ottenuto più del 50% dei voti validi in questa fase iniziale. Tuttavia, Flávio Bolsonaro è arrivato davanti a Lula da Silva, contrariamente alla tendenza indicata dalla maggior parte dei sondaggi, che gli attribuivano un leggero svantaggio rispetto al presidente uscente.
Il primo turno di questa consultazione ha registrato il margine più ridotto di voti tra i due principali contendenti nella storia recente della politica brasiliana.
Flávio Bolsonaro, esponente della destra radicale, ha ottenuto oltre 56 milioni di voti (47,03%), mentre Luiz Inácio Lula da Silva, di sinistra, ha conquistato la fiducia di quasi 53,9 milioni di elettori (45,16%).
In altre parole, fra i due ci sono poco più di 2,2 milioni di voti, che corrispondono a meno di due punti percentuali (1,87%), un distacco inferiore al 5,23% che separò Lula da Jair Bolsonaro, padre di Flávio, al primo turno di quattro anni fa.
Con un Paese polarizzato come mai prima, la campagna per il ballottaggio si preannuncia intensa. Euronews traccia il profilo dei due uomini che, nelle prossime tre settimane, si contenderanno l’ingresso al Palácio do Planalto e la carica di nono presidente del Brasile dalla fine del regime militare.
Flávio e l’eredità del nome Bolsonaro
Flávio Bolsonaro è riuscito a vincere in 14 stati, quattro dei quali nel Nord (Acre, Rondônia, Tocantins e Roraima), oltre che nel Distretto Federale, conquistando le regioni Sud, Centro-Ovest e Sudest del Paese.
Sull’onda del successo inatteso al primo turno, il candidato del Partido Liberal (PL) si è affrettato ad affermare che il risultato segna la "fine dell’era del PT".
Figlio maggiore di Jair Bolsonaro, 45 anni, Flávio segue le orme del padre in politica ed è senatore eletto a Rio de Janeiro dal 2019.
Flávio corre al posto del padre, impossibilitato a presentarsi per un nuovo mandato. Dopo la sconfitta contro Lula alle elezioni del 2022, l’8 gennaio 2023 una folla di sostenitori di Bolsonaro ha invaso le principali sedi del potere a Brasília, tentando di impedire l’insediamento di Lula. Un attacco per molti versi simile a quello messo in atto dai sostenitori di Donald Trump due anni prima al Campidoglio di Washington, dopo la sconfitta dell’ex presidente contro Joe Biden.
Per questi fatti, Bolsonaro è stato condannato a 27 anni di carcere per tentato colpo di Stato. Sta scontando la pena e non può ricandidarsi; il figlio ha dichiarato di essere stato designato dal padre per correre al suo posto.
Le somiglianze tra gli eventi dell’8 gennaio e l’assalto al Campidoglio del 2021 non sono casuali: l’allineamento con Donald Trump è stato una costante della presidenza di Jair Bolsonaro e su questa linea Flávio intende proseguire, se verrà eletto presidente.
La presidenza di Jair Bolsonaro, segnata dalla cancellazione o dal ridimensionamento di molte politiche di Lula e dalla pandemia di Covid-19 – quando il presidente si oppose con forza alle misure di confinamento e alla vaccinazione – è stata altamente controversa, anche per uno stile politico aggressivo e divisivo a cui il sistema politico brasiliano non era abituato.
Flávio Bolsonaro ha iniziato a far parlare di sé quando si è candidato, nel 2016, a sindaco di Rio de Janeiro, classificandosi quarto. Durante la presidenza del padre è rimasto una delle figure più vicine al capo dello Stato. Più recentemente ha guidato la campagna per ottenere la revoca delle misure commerciali statunitensi contro il Brasile, dopo che l’amministrazione Trump aveva imposto dazi fino al 50%, poi in parte modificati, utilizzandoli anche come strumento di pressione sul governo brasiliano e in difesa del suo alleato Jair Bolsonaro.
Flávio ha viaggiato negli Stati Uniti e ha cercato di convincere Trump a non applicare le tariffe, lasciando intendere che non sarebbero state giustificate qualora fosse stato eletto e cercando così di sfruttare a proprio vantaggio le iniziative del presidente statunitense.
Se Flávio Bolsonaro dovesse essere eletto, ci si aspetta un nuovo asse Washington-Brasília, simile a quello instaurato nel periodo in cui Jair Bolsonaro e Donald Trump hanno guidato contemporaneamente i rispettivi Paesi, tra il 2019 e il 2021.
Se Lula ha scheletri nell’armadio, Flávio Bolsonaro non è da meno ed è stato più volte associato a legami con membri delle milizie, forze paramilitari illegali responsabili anche di omicidi. In particolare con Adriano Nóbrega, ucciso in un’operazione nel 2020, figura di spicco della milizia "Escritório do Crime", ritenuta coinvolta nell’assassinio dell’attivista di sinistra Marielle Franco nel marzo 2018.
Lula, il veterano tra i veterani
Lula da Silva è stato il candidato più votato in 12 stati, tra cui i nove del Nordest, il suo principale bastione elettorale, oltre che in Amazonas, Pará e Amapá.
Nel 2022, il candidato del Partido dos Trabalhadores (PT), che punta a un quarto mandato non consecutivo, aveva vinto in 14 stati. Questa volta ha perso Tocantins e Minas Gerais.
Riconoscendo che la sconfitta al primo turno è stata "una lezione", Lula mantiene la fiducia e, con tono di sfida, dice a Flávio Bolsonaro di essere "molto bravo nelle sfide dirette".
Lula da Silva ha segnato, forse come nessun altro, la politica brasiliana delle ultime decadi: accusato di corruzione nell’ambito dell’inchiesta "Lava Jato", è finito in carcere, è stato escluso dalla corsa presidenziale ed è poi riuscito a "risorgere" politicamente. Dopo due mandati tra il 2003 e il 2010, è stato eletto per un terzo mandato non consecutivo alle elezioni del 2022 e ora cerca altri quattro anni al Palácio do Planalto.
Della sua eredità politica, quasi tutti – almeno tra i sostenitori – sottolineano la trasformazione di un Paese segnato da povertà estrema e analfabetismo in un Brasile più prospero e più egualitario, grazie anche a misure come l’introduzione della "Bolsa Família" nel 2003.
Luiz Inácio Lula da Silva – "Lula" è nato come diminutivo ed è stato poi ufficialmente incorporato nel nome – è il paradigma dell’operaio diventato politico: si è fatto conoscere come sindacalista e leader degli scioperi dei metalmeccanici nella regione di San Paolo, durante la dittatura militare. Della fase in cui lavorava come operaio metalmeccanico gli è rimasto l’incidente sul lavoro che gli ha causato la perdita di un dito e gli è valso il soprannome, usato in modo dispregiativo dagli avversari, di "nove dita".
Sono stati questi scioperi, guidati tra il 1978 e il 1980, a contribuire alla fondazione del Partido dos Trabalhadores (PT) nel 1980. Il partito sarebbe poi emerso come principale forza della sinistra brasiliana dopo la democratizzazione del Paese, tra il 1985 e il 1988, e Lula come sua figura di riferimento. Candidato sconfitto alle elezioni del 1989, 1994 e 1998, Lula è arrivato finalmente alla presidenza nel 2002.
Gli scandali di corruzione che hanno coinvolto Lula e il PT hanno comunque finito per travolgere il partito e la sua immagine. Il maxi-processo "Lava Jato" e le successive indagini e sentenze, tra cui quelle condotte dal giudice Sérgio Moro, futuro ministro di Bolsonaro, hanno occupato gran parte della seconda metà degli anni 2010 e portato alla caduta di numerosi esponenti politici di diversi schieramenti, con decine di deputati finiti in carcere. Il procedimento, che ruotava attorno a un complesso sistema di tangenti e distrazione di fondi con al centro la compagnia petrolifera semi-statale Petrobrás e l’impresa di costruzioni Odebrecht, è stato cruciale nel consolidare la sfiducia verso la classe politica brasiliana e nel favorire l’emergere del populismo di destra incarnato da Jair Bolsonaro.
Lula è stato arrestato nel marzo 2018, dopo essere stato condannato a nove anni di carcere per aver presumibilmente ricevuto un appartamento in cambio di favori politici. È stato poi liberato nel novembre 2019 e le sue condanne sono state successivamente annullate per questioni relative alla competenza del tribunale che lo aveva giudicato. Escluso dalla corsa alle presidenziali del 2018, vinte da Jair Bolsonaro, Lula è tornato in campo quattro anni dopo, riuscendo a battere proprio Bolsonaro e a conquistare un terzo mandato non consecutivo.