I servizi di intelligence statunitensi ritengono che l’uccisione di Ali Khamenei abbia rafforzato a Teheran la spinta ad ampliare il programma nucleare e a svilupparne le capacità
Le valutazioni dell'intelligence statunitense delineano un possibile cambio di strategia nella leadership iraniana sul dossier nucleare. Secondo quanto riferito dal New York Times, citando funzionari americani a conoscenza dei rapporti riservati, la nuova Guida suprema Mojtaba Khamenei sarebbe più favorevole rispetto al padre Ali Khamenei allo sviluppo di un'arma nucleare.
Le informazioni emergono mentre continuano a farsi sentire gli effetti del conflitto che nei mesi scorsi ha coinvolto Stati Uniti, Israele e Iran, culminato con gli attacchi contro gli impianti nucleari iraniani e con l'uccisione dell'allora Guida suprema Ali Khamenei.
La nuova leadership e il cambio di linea
Secondo i servizi di intelligence americani, la morte di Ali Khamenei avrebbe rafforzato all'interno della Repubblica islamica le posizioni di quanti ritengono necessario dotarsi di un deterrente nucleare per scoraggiare eventuali nuovi attacchi da parte di Stati Uniti e Israele.
Le informazioni raccolte indicano che Mojtaba Khamenei, succeduto al padre alla guida del Paese, sarebbe meno prudente sul tema rispetto al predecessore. Ali Khamenei aveva sempre sostenuto ufficialmente che l'Iran non intendesse costruire un'arma atomica, richiamando la fatwa con cui aveva dichiarato illecita la produzione di ordigni nucleari, pur continuando a sviluppare il programma di arricchimento dell'uranio.
Secondo i funzionari statunitensi, dichiarazioni pubbliche e comunicazioni intercettate prima dello scoppio della guerra mostrerebbero invece una maggiore disponibilità della nuova Guida a rafforzare i programmi nucleari anche con finalità militari.
Il programma nucleare non è stato riavviato
Nonostante queste valutazioni, l'intelligence americana sottolinea che Teheran non avrebbe ancora riavviato l'arricchimento dell'uranio né ripreso concretamente lo sviluppo di un'arma nucleare dopo gli attacchi statunitensi e israeliani.
L'Iran avrebbe però lavorato per preservare le proprie capacità tecnologiche, mettendo in sicurezza impianti e attrezzature danneggiati durante i bombardamenti. Secondo le stesse fonti, la capacità di ripristinare rapidamente il programma dipenderà dall'entità effettiva dei danni subiti dai siti nucleari.
I funzionari americani ritengono che, se Teheran avesse deciso di riprendere immediatamente le attività dopo gli attacchi, il ritardo accumulato sarebbe stato di circa sei mesi.
Centrifughe trasferite nel sito sotterraneo di Jabal Pick Axe
Tra le misure adottate dall'Iran per salvaguardare il proprio programma nucleare vi sarebbe anche il trasferimento di parte delle centrifughe nel complesso sotterraneo fortificato di Jabal Pick Axe.
Secondo l'intelligence statunitense, questa scelta consentirebbe alla Repubblica islamica di conservare alcune delle apparecchiature essenziali per l'arricchimento dell'uranio, un processo che può rappresentare una fase fondamentale nella costruzione di un'arma nucleare.
L'ipotesi di una testata più avanzata
Il New York Times ricorda che già negli ultimi mesi dell'amministrazione dell'ex presidente Joe Biden i servizi di intelligence americani ritenevano che l'Iran stesse valutando la realizzazione di una versione rudimentale di ordigno nucleare.
Le nuove valutazioni suggeriscono però che la leadership guidata da Mojtaba Khamenei potrebbe puntare a capacità più avanzate, fino allo sviluppo di una testata termonucleare destinata a essere installata su missili balistici a lunga gittata.
Secondo alcuni funzionari statunitensi, dopo il cambio ai vertici del Paese hanno acquisito maggiore influenza le correnti dell'apparato iraniano convinte che solo il possesso di un'arma nucleare possa garantire una reale capacità di deterrenza nei confronti di Stati Uniti e Israele.
Le infrastrutture ricostruite dopo gli attacchi
A rafforzare queste preoccupazioni contribuisce anche un precedente rapporto del Wall Street Journal, basato su immagini satellitari, secondo cui Teheran sarebbe riuscita a ricostruire una parte significativa delle infrastrutture danneggiate durante la campagna militare condotta da Washington e Tel Aviv.
La ricostruzione avrebbe interessato anche siti collegati al programma nucleare iraniano.
Secondo valutazioni attribuite a responsabili militari israeliani, i bombardamenti iniziati il 28 febbraio hanno inflitto danni rilevanti agli impianti iraniani, ma non sono riusciti a eliminare completamente le capacità nucleari della Repubblica islamica né le infrastrutture necessarie a un eventuale rilancio del programma.