Iraniani e libanesi che vivono in Francia raccontano paura, senso di colpa e impotenza mentre la guerra in Medio Oriente entra nel sesto giorno
Cresce l’ansia tra gli iraniani e i libanesi che vivono in Francia. Mentre la guerra scatenata dagli Stati Uniti e da Israele contro l’Iran e il Libano entra nel suo sesto giorno, per molti membri della diaspora le notizie arrivano lentamente, quando arrivano.
Il conflitto continua ad allargarsi in Medio Oriente, con bombardamenti, lanci di missili e attacchi che coinvolgono diversi Paesi della regione. Per chi vive lontano, però, la guerra non è fatta solo di mappe militari e dichiarazioni politiche. È soprattutto attesa, paura e senso di impotenza.
Molti raccontano di provare uno strano senso di colpa: quello di essere lontani, al sicuro, mentre familiari e amici vivono sotto minaccia. Altri, come Roula, un'espatriata libanese che vive in Francia da oltre tre decenni, parlano soprattutto di una profonda stanchezza. La stanchezza di un Paese che sembra non riuscire mai a uscire dal ciclo della guerra.
"Sono arrivata qui più di 35 anni fa e c’era già la guerra. In realtà era appena finita un’altra guerra. E oggi siamo ancora qui a parlarne - racconta la donna - Per noi è come una guerra perpetua".
Il desiderio di pace della diaspora libanese
Per molti libanesi che vivono all’estero, il conflitto non è solo una crisi geopolitica: è una ferita personale che continua a riaprirsi. Rakan, autista VTC a Parigi e anche lui originario del Libano, dice di sperare soprattutto in una soluzione pacifica.
"Noi libanesi siamo a favore della pace. Io spero nella pace sia per Israele sia per gli arabi», spiega. «È quello che desidero come padre, per i miei figli. Vorrei che tutti potessero sedersi attorno a un tavolo e dire: questo è per me, questo è per te".
Una speranza semplice, ma che per molti appare ancora lontana.
L’angoscia degli iraniani senza notizie
Se tra i libanesi prevale la stanchezza di una crisi che sembra eterna, tra gli iraniani cresce soprattutto l’angoscia per la mancanza di informazioni.
Amir, informatico di 32 anni arrivato in Francia nel 2018, vive a Villeurbanne, vicino a Lione. Da sabato passa le giornate incollato al telefono e al computer nel tentativo di avere notizie dalla sua famiglia rimasta in Iran. Il problema è che la comunicazione è quasi impossibile: la rete nel Paese è stata completamente interrotta.
"Il primo giorno della guerra i miei genitori mi hanno chiamato per dirmi: 'Non preoccuparti, qui per ora è tutto tranquillo'. Da allora, più niente. Niente telefono, niente internet. Niente" dice Amir.
L’attesa sta diventando sempre più pesante.
"Non riesco a mangiare, non riesco a dormire. È molto difficile. A volte internet torna per un attimo, riesco a parlare con qualcuno per tre secondi e poi sparisce di nuovo".
L’attesa silenziosa da lontano
Per Amir, come per molti altri membri della diaspora, tutto si riduce a uno schermo acceso e alla speranza di vedere arrivare un messaggio.
Il suo telefono è l’unico filo che lo lega alla famiglia.
Dietro le strategie militari, i movimenti dei mercati o i numeri delle vittime, resta soprattutto questo: l’attesa infinita di chi, da un continente all’altro, spera semplicemente di non dover piangere i propri cari da lontano.