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A est del Covid-19: il dramma delle economie più povere d'Europa

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A est del Covid-19: il dramma delle economie più povere d'Europa
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L'epidemia di coronavirus è un disastro per le piccole e medie imprese in tutta Europa, in particolare nei paesi del sud e dell'est, ma anche in quelli confinanti con l'Unione europea. In quest'edizione di Unreported Europe andremo in Ungheria e in Bulgaria, dopo essere passati dalla Bosnia-Herzegovina.

Sogno o realtà? Per gli imprenditori e i lavoratori bosniaci la crisi è un incubo inaspettato

Lopare, il rischio di diventare una città fantasma

Lopare, cittadina di 10 mila anime situata nel nord della Bosnia-Herzegovina, ha cattivi collegamenti stradali con il resto del paese e la sua posizione geografica rende difficile per le aziende orientate all'esportazione gestire la propria logistica. 5 mila persone sono emigrate verso l'Europa occidentale per trovare lavoro e si teme che, in caso di crisi prolungata, molte altre possano decidere di andarsene. Lopare rischia di trasformarsi in una città fantasma.

1.300 persone qui lavorano in una decina di pmi, per la maggior parte orientate all'esportazione verso paesi Ue come la Francia, l'Austria, la Svizzera, la Germania o i Paesi Bassi. A Lopare vengono prodotti yacht, prodotti tessili, radiatori e sistemi di riscaldamento. Con la crisi quasi la metà dei lavoratori rischia di restare disoccupata.

L'incertezza dopo il licenziamento

Come Zvjezdan Maksimović. Lui e sua moglie temono di non riuscire più a pagare il mutuo dell'appartamento che hanno acquistato l'anno scorso. Zvjezdan, 34 anni, lavorava da due anni per l'azienda Termal alla fabbricazione di caldaie industriali, ma la crisi del coronavirus ha costretto il suo datore di lavoro a licenziarlo. Il futuro è incerto, dice: "Posso chiedere la disoccupazione, ma non saprò se avremo diritto al sussidio finché non arriverà la conferma ufficiale. Mia moglie sta ancora lavorando, vivremo con uno stipendio, spero che riusciremo a coprire almeno le spese di base". Se la crisi continua, conclude, l'unica soluzione potrebbe essere lavorare nell'agricoltura o cercare lavoretti a giornata.

"Siamo sopravvissuti alla guerra"

Di solito nei locali della Termal, che prima della guerra era il maggiore produttore di radiatori e sistemi di riscaldamento dell'intera Iugoslavia, lavorano cento persone. Ora la fabbrica è quasi vuota. Il direttore dell'azienda non è più tranquillo dei suoi dipendenti. "Stamattina quando mi sono svegliato ho pensato: è la realtà o sto sognando? Mi ci sono voluti un paio di minuti per rendermene conto. La situazione è davvero molto, molto difficile...", racconta. E spiega che il maggiore problema che impedisce di produrre è che la maggior parte dei componenti arriva dall'Italia. Eppure non teme il fallimento: "Siamo gente uscita dalla guerra di vent'anni fa, sappiamo cavarcela", afferma con orgoglio. Per lui, in ogni caso, "È solo un problema di soldi: abbiamo bisogno di sostegno economico dallo Stato, dall'Unione europea, dal governo...".

Per ora, solo promesse

La Bosnia è un paese complicato, con molti livelli amministrativi, ciascuno dei quali ha promesso qualcosa, ma non ha ancora fatto nulla. Per esempio, nel nord del paese le autorità regionali hanno annunciato la creazione di un fondo di 500 milioni di marchi convertibili della Bosnia-Herzegovina (circa 250 milioni di euro) per sostenere le attività economiche, promettendo fra i 150 e i 200 euro al mese a ogni lavoratore licenziato, ma non hanno ancora questo denaro. Nel resto della federazione la situazione non è migliore. Dal canto suo, l'Ue ha stanziato 80 milioni di euro per la Bosnia all'interno del pacchetto da 410 milioni destinati all'emergenza nei Balcani occidentali. 7 milioni andranno a finanziare gli interventi necessari a fronteggiare l'emergenza sanitaria e 73 milioni serviranno a sostenere l'economia bosniaca.

Una giunta comunale pronta a tutto per salvare posti di lavoro

Assistiamo a una riunione d'emergenza in comune. Il sindaco di Lopare è stato uno dei primi a chiedere allo Stato di intervenire per aiutare gli imprenditori, con misure come garanzie per i salari durante la crisi. Il comune ha un budget molto modesto e non può intervenire direttamente per aiutare l'economia. Ma se le autorità statali non forniranno alcun sostegno, la giunta è pronta a fare la sua parte per salvare posti di lavoro, come chiedere un prestito bancario o riorganizzare il bilancio locale, dice il sindaco, Rado Savić: "Lo Stato deve intervenire e creare un fondo per aiutare i datori di lavoro, in modo che sappiano chiaramente che possono tenere i lavoratori, e che non devono pagare contributi sociali durante lo stato d'emergenza".​

In Ungheria il dramma dei lavoratori interinali

La paralisi delle case automobilistiche

In Ungheria sono tempi bui per Audi, Mercedes, Opel, Suzuki... Tutte hanno fermato la produzione. Il settore automobilistico rappresenta un terzo della produzione industriale del paese e circa il 20 per cento delle esportazioni. La sede ungherese della Mercedes continua a pagare i suoi 4 mila dipendenti, pur avendo sospeso la produzione in quasi tutti gli stabilimenti europei. In questo periodo viene applicato un orario di lavoro flessibile sulla base del contratto collettivo, e a molti lavoratori viene imposto di prendere le ferie adesso.

Licenziati da un giorno all'altro

Ma i produttori di automobili fanno molto spesso ricorso a lavoratori interinali. Suzuki ha convocato i suoi un venerdì sera, annunciando che da lunedì 23 marzo non avrebbero più lavorato. Alcuni ci lavorano da anni. Risponde Nagy Mihályné, la responsabile delle risorse umane dell'agenzia di lavoro interinale che fornisce i collaboratori a Suzuki: "È parte dei negoziati in corso con l'azienda. Naturalmente, verseremo a tutti gli importi previsti dalle leggi ungheresi".

"Suzuki non paga per loro"

Qualche giorno dopo,in videoconferenza con la portavoce di Suzuki Ungheria, anche lei confinata in casa, le chiediamo se queste 600 persone percepiranno un salario. La risposta è laconica: "I lavoratori a tempo indeterminato impiegati direttamente dalla nostra azienda hanno il loro stipendio, i collaboratori non hanno un contratto con la nostra azienda. Suzuki Ungheria non paga per loro".

"Possiamo sopravvivere al massimo un mese"

Suzuki è il cliente principale di molte aziende più piccole, come Szatyina, produttore di elementi di fissaggio e viti. 170 mila persone lavorano per fornitori delle case automobilistiche in Ungheria. Il direttore di quest'azienda pensa che il governo dovrebbe aiutarli a superare la crisi perché, dice, "Penso che le piccole e medie imprese ungheresi possano sopravvivere al massimo un mese. In media non credo che un'azienda possa finanziarsi per un periodo più lungo di un mese".

​La crisi in uno dei paesi più poveri dell'Ue: la Bulgaria

Imprese in quarantena

Che impatto ha il Covid-19 sulle piccole e medie imprese in Bulgaria, uno degli stati più poveri dell'Unione europea? Le imprese, a seconda delle specificità e delle capacità, sono tenuti a introdurre il telelavoro per i loro dipendenti. Laddove non sia possibile, vanno rafforzate le misure antiepidemiche da adottare sul posto di lavoro: disinfezione, sessioni di coaching per l'igiene personale dei dipendenti, distribuzione di mascherine dove necessario... Tutti i ristoranti, i centri commerciali, i bar, le scuole gli asili nido e le materne sono chiusi, così come cinema, teatri, musei e palestre, e tutti i tipi di eventi di massa - eventi sportivi, culturali, di intrattenimento... - sono vietati.

Dal crollo delle attività...​

A Sofia incontriamo uno dei dieci dipendenti dell'agenzia pubblicitaria Outodoor Network. Al momento è ancora indaffarato ad affiggere cartelloni pubblicitari di auto o banche. Ma le cose stanno cambiando, da qualche settimana ha molto meno lavoro di prima: "Certo che sono preoccupato - ammette - È impossibile non preoccuparsi. Spero che andrà meglio presto..."

​Con l'emergenza gli inserzionisti di tutto il mondo hanno dato una brusca frenata alle attività. Quasi tutte le campagne pubblicitarie sono state cancellate fino a settembre.

A dircelo è Maya Solakova, direttrice di Outdoor Network, che, da casa, cerca di tagliare i costi rinegoziando con il comune i prezzi per le affissioni. La sua azienda cerca di mantenere tutti i dipendenti, ma altre piccole imprese hanno dovuto licenziare. Le chiediamo se il governo bulgaro stia aiutando i dipendenti rimasti senza lavoro: "Sì, è stata approvata una legge in questo senso - risponde - e il governo ha promesso di versare fino al 60 per cento degli stipendi dei lavoratori, mentre i datori di lavoro continuano a pagare il 40 per cento. Però non si sa ancora quali aziende possano chiedere questi aiuti e a quali settori economici saranno destinati".

... al crollo dell'economia

Il governo di Sofia ha annunciato diverse altre misure, e la Banca nazionale bulgara ha varato un pacchetto di 4,76 miliardi di euro a favore del sistema bancario. Gli analisti economici di Raiffeisen Bank International hanno rivisto drasticamente verso il basso le prospettive di crescita del pil 2020 per la Bulgaria e prevedono per quest'anno una recessione economica del 3,9 per cento, laddove la stima iniziale dava una solida crescita del pil del 2,5 per cento. Le imprese bulgare stanno spingendo per la creazione di una cellula di crisi.

Journalist name • Selene Verri

Video editor • William Vadon